Cross Borneo Trek… manca poco!!!

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Tra poco si parte!!! Primo volo verso il cuore del Kalimantan, il Borneo indonesiano.

Non sarà un viaggio comodo, sicuramente, ma ci permetterà di entrare in stretto contatto con la foresta primitiva e con popolazioni di Dayak non abituate al turismo.

Siamo 2 viaggiatori in tutto, io e un amico che viaggia in incognito e che da qui in avanti chiamerò Dominus Trium Subligarium o DTS; man mano che procederemo nel viaggio, anche le sole 3 mutande che si è voluto portare per ridurre il peso al minimo, prenderanno vita e avranno un nome e, se sopravvivranno, scriveranno anche un articolo…

In loco, per la precisione a Balikpapan, incontreremo Datu Bambang e per il trekking si uniranno 3 portatori. In totale quindi saremo 9, 6 umani e 3 mutante viventi.

Il nostro viaggio, conosciuto da quei pochi che ne hanno sentito parlare come Cross Borneo, è una grande avventura a stretto contatto con la foresta pluviale incontaminata, in una delle isole piú selvagge della terra. È un viaggio impegnativo, che segue la Old Dayak Punan Route, percorso seguito anche da Georg Muller nel 1825 e dall´esploratore tedesco Anthony Schwaner fra il 1843 e il 1848, attraversando il Kalimantan da est a ovest, per strade, terreni accidentati, fango, montagne ripide, fiumi, torrenti, rapide, all´interno della foresta primaria.

Inizieremo la nostra avventura a Balikpapan e ripartiremo da Putussibau. Questo il nostro itinerario di massima:

ITINERARIO:

13/04/17 Francoforte – Singapore
14/04/17 Singapore
15/04/17 Singapore – Jakarta – Balikpapan – Samarinda
16/04/17 Samarinda – LONG BAGUN (3 giorni in barca)
17/04/17 barca
18/04/17 ARRIVO IN LONG BAGUN
19/04/17 LONG BANGUN – TIONG OHANG
20/04/17 TIONG OHANG – MUARA HUBUNG – ATIKOP HILL – MUARA SAITE
21/04/17 MUARA SAITE – SUNGAI BEKANA – ARINGE
22/04/17 ARINGE – MULLER RANGE
23/04/17 MULLER RANGE – SUNGAI SABANG
24/04/17 SUNGAI SABANG – BUNGAN LEA
25/04/17 BUNGAN LEA – BRAKAN
26/04/17 BRAKAN – SUNGAI BULIT – DATAH OPET
27/04/17 DATAH OPET – BURU HONGKANE – TANJUNG LOKANG VILLAGE
28/04/17 TANJUNG LOKANG VILLAGE
29/04/17 TANJUNG LOKANG – NANGA LAMPUNG – KAPUAS RIVER – PUTUSSIBAU
30/04/17 PUTUSSIBAU – PONTIANAK – JAKARTA – Singapore
01/05/17 Singapore – Francoforte
02/05/17 Francoforte
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Irian Jaya: diario di viaggio

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31.07.2010 – Sabato – 1° giorno

Italia – Francoforte – Abu Dhabi

Arrivati ad Abu Dhabi, con tutte quelle ore di attesa, decidiamo di farci il giro di questa cittadina.

Sarà il caldo opprimente all’uscita dall’aeroporto, ma ancora una volta incorro nell’errore di chiedere al tassista “il centro”… Dopo circa mezz’ora di taxi, siamo al centro commerciale più importante di Abu Dhabi, facciamo una breve passeggiata costeggiando il lungo mare, poi distrutti da quell’afa umida ed opprimente, decidiamo di andarci ad ibernare all’interno del Centro commerciale, per cenare a base di hamburger gigante.

Sarà il caldo, sarà che è notte, sarà che è da troppo che siamo in aereo e che la nostra destinazione è totalmente diversa, ma direi che Abu Dhabi non mi ha esaltata…

Riuniamo il gruppo solo verso la mezzanotte ora locale, dove incontriamo per la prima volta Giulio, il “nonno” del gruppo… Non lo conosciamo e facciamo subito il “toto Giulio”, avvicinandoci alle persone che sembrano avere circa 70 anni e chiamando con nonchalance “Giulio?”

Alla fine eccolo arrivare! E’ un bel signore, col volto simpaticissimo che inizia subito a raccontarci mille aneddoti, fra cui la sua tentata fuga in Egitto a 8 anni, per una prima vacanza avventurosa! Che bello! Il gruppo si è finalmente formato e adesso non ci rimane che entrare nel 3° aereo, quello che ci porterà in Indonesia, primo scalo, Jakarta.

Sempre più vicini alla meta!

01.08.2010 – Domenica – 2° giorno

Abu Dhabi – Jakarta – Jayapura

Quando arriviamo a Jakarta, dobbiamo fare davvero tantissime cose. Anzitutto prendere il visto, che paghiamo in dollari perché decisamente conveniente, poi dobbiamo fare le fotocopie, aprire la cassa, cambiare tutti i soldi e prendere i biglietti della Trigana da Jakarta!

Poiché è domenica e poiché devo cambiare 14.000 €, per paura di non trovarli, visto anche che Jakarta è l’ultima frontiera per cambiare gli euro, mi ero messa d’accordo con Mahjum della Kakadu Travel.

Appuntamento da KFC; con tanto di poliziotto, Mahjum mi cambia tutto a 11400 IDR per 1 €, poi mi da i biglietti della Trigana.

Rientrati, facciamo il check in, ceniamo e poi di nuovo sul volo.

Ci impiegheremo ben 6h40’ per arrivare a Jayapura…

Ormai il concetto di spazio e tempo non esiste più!

02.08.2010 – Lunedì – 3° giorno

Jayapura – Wamena

E finalmente ci siamo, dopo aver fatto una breve sosta a Makassar, stiamo sorvolando l’ex Irian Jaya. Sotto di noi uno spettacolo incredibile, una foresta fittissima, interrotta a tratti solo da fiumi secolari che serpeggiano con le loro numerose anse.

Poi Jayapura, un paradiso, con le sue colline di velluto verde e il lago…

All’aeroporto incontro finalmente il tanto agognato Andreas, che ci consiglia di tenere lo zaino più pesante come bagaglio a mano, per evitare di pagare la sovrattassa.

L’aeroporto di Jayapura mi sembra davvero fuori dal mondo…

Dopo il check in, inizia l’attesa, poi, dopo solo 45 minuti di volo, atterriamo a Wamena.

Ora Jayapura mi sembra una metropoli; l’aeroporto di Wamena sì che è davvero fuori dal tempo; l’arrivo bagagli è un tavolaccio di legno.

Incontrato Herman, usciamo e ci dirigiamo all’albergo; ancora con addosso il nostro fare occidentale, salutiamo, un poco titubanti, il primo Dani con Koteka… Forse pensiamo che sia lì per i turisti… Lui invece, che ha passato una buona mezz’ora nel vedere l’uccello di ferro atterrare e ad osservare noi pallidi turisti occidentali, che viaggiamo portandoci la casa, ci da la mano, ci regala uno splendido sorriso sdentato e poi, contento, procede per la sua strada…

L’albergo è davvero “impegnativo”, ma ha un letto e questo basta e avanza!

Lascio il gruppo a sistemarsi, ci diamo un appuntamento alle 17 per discutere meglio l’itinerario, poi io vado a fare le fotocopie e mentre Herman procurerà il Surat Jalan, io andrò a cercare di confermare l’aereo charter della Susi Air per Kosarek, incontrando le prime difficoltà: “aereo in manutenzione fino al 16, piloti in vacanza fino al 16 agosto, non ti preoccupare, il 18 ti verremmo sicuramente a prendere, o io o quelli della MAF…”

Definito che prima del festival faremo una capatina dagli Asmat e dopo il festival, aereo permettendo, andremo dagli Yali, decidiamo di chiudere la serata in bellezza, al Blanbangan, ristorante in cui diventeremo degli habitué…

03.08.2010 – Martedì – 4° giorno

Wamena – Dekai – Logpon – Burbis

Devo essere alle 7:00 in aeroporto, area biglietteria Trigana Air.

E qui inizia l’avventura! Un nuvolo di persone sono assembrate in quella che più che una biglietteria di una compagnia aerea, sembra un chioschetto che vende biglietti del pullman…

Tutti mi guardano con occhi sgranati, spingono, ma mi sorridono e cercano di aiutarmi. Io a gesti mi faccio capire e con il dito indico la prenotazione riportata a mano su un quadernone. L’addetto alla biglietteria allora inizia manualmente a scrivere i miei 12 biglietti. Poi pago, andiamo all’interno a fare il check in, mitico! Ovviamente tutto in manuale con peso dei bagagli tramite una stadera! E poi inizia l’attesa, che inganneremo facendo un giro per la città, scorrazzando nella pista di atterraggio e prendendo bevande al bar.

L’aereo, infatti, dovrebbe partire in un’ora compresa fra le 10 e le 11, in realtà parte alle 12.

In 20 minuti siamo a Dekai, nemmeno il tempo di alzarsi in quota per passare le montagne, che stiamo già atterrando.

A Dekai non c’è nulla, solo una leggera pioggia e due pick up che ci porteranno a Logpon, il porto di partenza della nostra magnifica “crociera” fra Brazza e Siretsi!

Prima di arrivare al porto ci fermiamo a farci timbrare i permessi, paghiamo il primo poliziotto, poi, prima di ripartire, affettiamo un salame per saziare il nostro languore.

Dopo una scorta di frutta e acqua siamo al porto, il cellulare già non prende più e iniziamo a fantasticare su quale potrebbe essere la nostra barchetta… Tutti di cuore speriamo che non sia il cargo attraccato alla riva.

E infatti Sam, il proprietario della barca, ci accontenta! Sulla riva, molto più in basso, talmente in basso che non l’abbiamo nemmeno vista, giace una canoa lunga circa 12 metri, con un piccolo motore… Eccola! E’ lei… Direi che fa tanto avventura!

Sotto gli occhi increduli e incuriositi dei locali, carichiamo i nostri bagagli e iniziamo così la prima parte dell’avventura.

I sediolini sono ricavati da due assi tagliate col macete, non comodi, ma si sa, siamo in mezzo al nulla e questa sembra una nave da crociera!

L’ambiente è splendido, piante mai viste, un verde reso ancora più abbagliante dalla luce intensa che c’è in questa parte del mondo.

Poi, dopo circa 2 ore e mezzo di navigazione, inizia a calare il buio, la giungla sembra che si animi di qualunque rumore, sopra di noi pipistrelli giganti sorvolano l’area e le lucciole, illuminano alcuni alberi come addobbi natalizi.

Non ho mai assistito al vociare di una natura così incontaminata, resto affascinata, incredula che solo 1 giorno fa, ad assordarmi era il trambusto del traffico di Jakarta, la capitale di questo Paese!!!

Dovremmo navigare ancora 4 ore e io dovrò tagliare una bottiglia di acqua per fare la pipì, perché accostare alla riva con il buio non è certo sicuro, prima di fermarci a Burbis, dove passeremo la notte.

Herman contratta un luogo coperto in cui mettere le nostre tende, poi vorrebbe farci solo un te!!! Ovviamente noi abbiamo fame e anche se lui non ha pensato alla nostra cena (come avrebbe dovuto…), decidiamo di fare una spaghettata per assopire la nostra fame.

Nel mentre, ridiscuto l’itinerario, perché le 6h30’ di navigazione di oggi non mi lasciano tranquilla… E infatti, dopo aver fatto mille domande, per cercare di capire davvero quante sono le ore di navigazione che ci aspettano domani (secondo lui oggi dovevano essercene solo 4!!!), decidiamo di non arrivare a Kaimo, ma di fermarci al villaggio prima, a Fos ed evitare così ben 16 ore di navigazione l’ultimo giorno!!!

Capisco che il tempo e lo spazio sono relativi in Irian Jaya e che forse l’avventura sul fiume, non è tanto mestiere di Herman, che sembra più ferrato sulla valle del Baliem…

Comunque sia, oggi è stato splendido e domani dormiremo dagli Asmat, più di così cosa vogliamo?

04.08.2010 – Mercoledì – 5° giorno

Burbis – Suator – Fos

Partenza alle 8:30, per rifermarci a Suator, dove avremmo dovuto dormire ieri sera.

Qui lasciamo un altro obolo alla polizia per i permessi, poi facciamo con Tinius un minimo di spesa. Suator è il primo paese “Asmat”. Diciamo che a vederlo così, non è nemmeno lontanamente paragonabile a quanto mi ero immaginata da piccola e in tutti questi anni di letture…

Case di legno e di lamiera, bimbi con la pancia gonfia che fumano già a 3 anni, le passerelle per evitare il fango, un ospedale e tanti negozietti gestiti da indonesiani.

E’ vero, siamo nella upper part del territorio Asmat e questa è una cittadina con posto di polizia, ma è un villaggio davvero asettico, brutto, dal quale tutti vogliamo scappare…

Continuiamo la nostra navigazione dopo aver fatto rifornimento di cibo, man mano il fiume si fa sempre più ampio, diviso in alcuni punti da grandi isolotti.

Poi, poco prima del tramonto, arriviamo a Fos.

Herman scende dalla canoa e va subito dal capo villaggio a chiedere il permesso di scendere e di poter usare la casa degli uomini come bivacco. Io lo seguo e tutti gli abitanti, che si erano assembrati sulla riva del fiume a vederci arrivare, ci scortano all’interno della casa degli uomini.

Mi profondo in sorrisi, stringo la mano ad un anziano signore rinsecchito, ma con uno sguardo iper fiero. Sono di fronte ad un vero capo Asmat e il suo alone di maestosa importanza mi fa capire che sto vivendo qualcosa di unico.

Anche se ormai gli Asmat sono tutti coperti da magliette sgualcite e pantaloncini bucati, la fierezza del loro sguardo annulla questi abiti, è come se li cancellasse; mi fa capire che anche se i missionari hanno cercato di “domarli” e di renderli degli agnellini, la fierezza dell’appartenenza al gruppo non può essere cancellata, secoli di storia sono nei cromosomi di questi fieri guerrieri, il loro sguardo trasuda in ogni attimo la storia che hanno vissuto e che hanno scritto, i loro gesti sono figli di quei riti che hanno fatto riecheggiare il nome dei loro antenati in tutto il mondo.

Sono nella loro terra, luogo selvaggio e difficile, in cui solo 30 anni fa avrei avuto tutt’altra accoglienza.

Il capo villaggio ci da il suo assenso; stasera dormiremo all’interno della casa degli uomini, in fondo, con le nostre tende, per creare il giusto distacco che ci viene richiesto.

La casa degli uomini, quasi non ci credo, mi sembra di vivere un sogno… Mi guardo attorno, sono all’interno della struttura più importante della comunità Asmat, una struttura in cui, fino a pochi anni prima, sarebbe entrata solo la mia testa, alla quale avrebbero procurato un buco con un’ascia e dalla quale avrebbero bevuto il mio cervello solo gli uomini, gli unici che potevano entrarvi!

Il corpo sarebbe stato smembrato in piccoli pezzi, al di fuori di tale struttura e sarebbe stato mangiato dal resto del villaggio…

E così sarebbe successo agli altri 9 partecipanti…

Lasciamo i nostri bagagli all’interno di tale struttura ed usciamo con Herman a visitare il villaggio.

Gli Asmat non ci sorridono, ci seguono, ci scrutano, cercano di capire cosa siamo e che cosa vogliamo nella loro terra; ci seguono e non si vergognano a farlo, sicuri, perché sono a casa loro.

Devono prendere contatto con lo straniero, devono accettarlo e lo fanno seguendolo, in ogni dove, sempre, con insistenza.

Dopo aver ottenuto il permesso, entriamo in una casa privata. Il caldo è opprimente e un uomo sta cuocendo una palla che sembra cemento sopra un focolare primitivo.

E’ sago, il famosissimo sago… Ce lo fa assaggiare; caldo è talmente colloso che non si riesce a trovarlo buono, appena tiepido è mangiabile da risultare quasi buono.

Mi danno anche una larva di sago, ma sembra morta e non vorrei prendermi una dissenteria fulminante perché mangio carne non fresca, quindi salto, mi sa che la assaggerò la prossima volta J

Lo scorrere del tempo sembra diverso, il luogo irreale, non mi sento come spesso può accadere quando si vivono delle situazioni incredibili, “all’interno di un documentario”, ma mi sembra di essere sospesa nello spazio e nel tempo, in un limbo, in una dimensione in cui sto vivendo la storia dei miei antenati…

Al tramonto torniamo alla casa degli uomini, montiamo le tende, ceniamo a base di noodle (davvero buoni, bravo Tinius!) e poi assistiamo alla cerimonia dei tamburi, che abbiamo precedentemente contrattato.

Nella casa, lunga 30 metri, è raccolto tutto il villaggio; i canti tribali e il rumore del tamburo sembrano impossessarsi della comunità, ballano, gridano, sembrano in trans, sembrano un solo essere, una vera tribù… Che esperienza!

Poi Herman, traducendo forse la curiosità di qualche bimbo (o la sua…), ci chiede di cantare una canzone italiana.

Ci guardano, le braccia conserte, gli occhi fissi, sgranati, ci stanno ancora studiando, non ci hanno ancora accettati…

♫ “La brum del mmm ha un pppst nella mmm” ♫

Ed ecco che iniziano a ridere, ci chiedono il bis, ci fanno il verso… Amicizia è stata fatta! Da questo momento in avanti, nel continuare a seguire ogni nostro passo, ci sorrideranno, quasi come se ci avessero accolti nel loro microcosmo, come parte integrane di esso!

05.08.2010 – Giovedì – 6° giorno

Fos – Karmbis

Ci svegliamo all’interno della casa degli uomini, ovviamente anche a quest’ora, buona parte del paese sta con gli occhi sbarrati e qualche timido sorriso a scrutarci. Facciamo colazione e poi assistiamo Alessandro, che con l’aiuto di suo padre, sta girando delle immagini per fare un documentario che servirà per la sua tesi e, forse, passerà anche sul canale nazionale.

Il capo villaggio si è “vestito” all’antica maniera, ma ha tenuto il cappellino e per renderlo un poco più “Asmat”, ci ha infilato due piume. Alessandro gli mette il microfono, poi, accanto a questo signore dallo sguardo fiero, si inginocchi la moglie.

Inizia l’intervista, Herman traduce le domande in indonesiano ed un altro signore le rivolge al capo villaggio in lingua Asmat.

Subito capiamo che qualcosa non va nel verso giusto, o almeno in quello sperato… Herman non traduce correttamente le nostre domande e il più delle volte, è lui a dare una risposta, senza nemmeno chiedere al capo tribù…

“Come hanno accettato i vestiti occidentali?” ed Herman risponde “Hanno visto le magliette, gli sono piaciute e subito le hanno indossate” […]

E quasi tutte le altre risposte hanno un discutibile gusto cattolico…

E’ praticamente impossibile parlare del cannibalismo, dei simboli che erano all’interno della cultura Asmat; anche le leggende vengono stravolte in una chiave cattolica…

Nel mentre i giovani del villaggio si stanno preparando per la cerimonia delle barche che avviene poco dopo nel fiume, di fronte alla casa degli uomini.

Tale rappresentazione è molto interessante, ma forse per un refuso dell’intervista, mi lascia l’amaro in bocca… Questi giovani stanno simulando un rito cancellato per sempre, alle volte ridono, non si prendono sul serio; sono movenze e gestualità che hanno imparato dai loro genitori, ma solo per accontentare quegli sporadici turisti che si spingono in queste aree remote. Il capo villaggio rimane con altri anziani all’intermo della casa degli uomini, non assiste a questa rappresentazione. Ormai l’arte della guerra non appartiene più al popolo Asmat, questi giovani non hanno dovuto osservare per 3 giorni e 3 notti il teschio di un grande nemico per passare all’età adulta rinchiusi all’interno della Casa degli uomini, forse non conoscono nemmeno più il significato del loro nome.

E’ vero, la fierezza è nel loro sguardo, nelle loro movenze, nella loro anima, ma quel che sono stati, sta ormai sbiadendo con le nuove generazioni.

Forse, alla fine, è proprio vero, “Asmat, uccidere per essere”… Ora, a poco a poco, si stanno perdendo, sbiadendosi, tramandandosi riti, che non significano più nulla, se non rappresentazioni semiserie per turisti danarosi…

Foto di gruppo, poi rientriamo a cospetto del capo villaggio e degli anziani per pagare.

Il conto è su un pezzo di cartone; conto i soldi di fronte a lui; lui li guarda, ma non li tocca, non li conta. Poi faccio per uscire, ma Herman ci ferma e ci fa assistere mentre li fa pregare!!!

Penso che nei miei occhi rimarrà per sempre impresso lo sguardo del capo Asmat; uno sguardo di altissimo disprezzo, solo alcune parole di preghiera sbiascicate, gli occhi di un leone in gabbia, profondi, che intensamente gridano “Andatevene dalla mia terra…”

Riprendiamo la navigazione, con amarezza, con sconforto.

Ho rispetto di Herman, perché lui è un missionario che crede veramente in quello che fa e so che la preghiera è stata per lui come un gesto che sanciva la continuazione di un processo di salvezza per questi popoli primitivi. Ma per me lui rappresenta l’annientamento di queste culture millenarie e forse anche l’arroganza di tutti coloro che pensano di possedere la civiltà e la salvezza solo perché credono in un solo Dio e non temono la Natura, solo perché si mettono degli abiti anziché andare in giro nudi.

Gli Asmat, fino a trent’anni fa erano cannibali e vivevano sotto un alone di terrore, per le altre tribù e nei confronti della Natura che rispettavano. Erano in completa simbiosi con essa e il loro territorio era incontaminato. Oggi sono solo l’ombra di quel che erano, le case degli uomini distrutte, sporcizia ovunque, bimbi con la pancia gonfia e le loro tradizioni, tramandate ormai solo a scopo di lucro.

Una cultura millenaria, incredibilmente complessa, con tradizioni, riti e miti che hanno fatto parlare e discutere tutto il mondo, distrutta in nome di Dio…

06.08.2010 – Venerdì – 7° giorno

Karmbis – Papiti

Ieri sera ci siamo accampati all’interno della scuola di Karmbis, un altro paese Asmat, ormai completamente “civilizzato”. All’interno di essa, nuvoli di persone che ci guardavano mentre piantavamo le tende. Di fronte, lato finestra, le donne che allattavano i bambini, come se stessero vedendo la televisione.

Abbiamo fatto conoscenza con il pazzo del villaggio… Poi ci siamo assopiti.

Oggi siamo di nuovo di partenza, di nuovo col sedere sulla canoa a motore, spediti verso Logpon, dove dovremmo arrivare questa sera.

Elena si contorce dal dolore, perché ieri sera è scivolata in uno di quei piccoli passaggi fra una casa e la passerella. Oggi ha un livido che sembra una terza chiappa! Anche Alberto non è messo benissimo. A Fos, all’interno della casa della gentilissima signora che ci ha offerto la toilette per tutta la nostra permanenza, sono cedute sotto i suoi piedi delle assi ormai marce… E lui adesso ha lividi ed escoriazioni… Per non contare i raffreddori…

Mamma che bollettino di guerra già al settimo giorno!!!

La navigazione è interminabile, il paesaggio sempre meraviglioso, ma dopo 2 ore di navigazione in notturna, con il fiume che si fa sempre più tortuoso e stretto, decidiamo di fermarci (Herman ci spiegherà solo 4 giorni dopo che all’interno del fiume, ci sono i coccodrilli, che anche se sono piccoli, 6 metri contro i 12 del mare, sono molto pericolosi!!!)

La casa che ci viene data come bivacco è davvero brutta, sembra poter cedere da un momento all’altro ed inoltre, illuminati dalla frontale, vediamo tantissimi occhietti che ci scrutano… Sono dei bei ragnazzi cosparsi ogni dove.

Immergendomi di nuovo nel fango fino al polpaccio, questa volta a piedi nudi, vado a chiedere aiuto ad Herman, che ci manda i bimbi del villaggio, che in quattro e quattr’otto “de-aracnizzano” la capanna che ad onor di gloria verrà subito soprannominata “Casa dei ragni”.

Anche stasera Tinius ci manda a letto senza cena (poco male, fame non ce l’abbiamo), ma Herman mi allarma… Domattina dobbiamo essere a Dekai entro le 8:30 a prendere i biglietti, sennò perdiamo la prenotazione!!!

Il bello di Herman è che è sempre chiaro e dice tutte le cose che servono al momento giusto…

Poco male, domattina partenza alle 5!

07.08.2010 – Sabato – 8° giorno

Papiti – Logpon – Dekai – Wamena

Partiamo appunto alle 5 del mattino, lasciandoci la splendida casa dei ragni e gli Asmat alle spalle e piano piano vediamo albeggiare, poi pioggia e freddo, ma in 2 ore siamo a Dekai.

Lì troviamo un solo pick up e subito saliamo e poco dopo le 8 siamo a Dekai, all’aeroporto.

Velocemente faccio i biglietti, poi inizia l’attesa. Mamma se sono sporca e mamma se la mia faccia è ustionata! In alcuni punti la pelle viene via alla grande!

Finalmente alle 13:20 partiamo per Wamena e alle 14 siamo già in hotel.

Chiedo ad Herman di organizzare un’auto per il giorno dopo, per andare al Salt lake, vedere la mummia e poi pernottare a Wosilimo, paesino vicino al Festival.

Gli chiedo inoltre di iniziare ad organizzarsi per il trek degli Yali; poi, dopo aver pranzato, continuo la mia ricerca, aiutata da Yannuar, per garantire il volo di ritorno per il 18.

Dopo qualche ora, Yannuar mi dice di non disperare, che anche se il suo aereo è in manutenzione fino al 16, i piloti in vacanza fino al 16, sicuramente o lui la AMA ci verranno a recuperare… Visto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, mi do un appuntamento telefonico per l’indomani, in maniera tale che la sera del 9, al ritorno dal festival, prima di partire per il trek, possa saldargli il servizio.

08.08.2010 – Domenica – 9° giorno

Wamena – Kurulu – Salt lake – Wosilimo

L’appuntamento è per le 8:30, ma partiremo solo alle 9:30 perché Herman non ha organizzato l’auto…

Prima tappa il mercato di Gibama, folcloristico e come ogni cosa in Irian Jaya, non turistico. Oltre a frutta e verdura, si vendono maiali, couscous, borse, collane, betel e poi ci sono i classici negozietti di indonesiani

Dopo aver fatto la scorta di frutta ripartiamo per Kurulu, dove iniziamo un breve trek verso il lago salato (sarebbe forse meglio chiamarla la pozza salata).

Assoldiamo un uomo e tre donne Dani che ci faranno vedere come estraggono il sale da questa pozza utilizzando le foglie di banana.

Il trekking è semplice, leggermente scivoloso, ma a fronte di 8 giorni di inattività, il fiatone si fa sentire… Beh, iniziamo l’allenamento!

Giulio è troppo affaticato ed utilizzando la scusa di un ginocchio dolorante, decide di tornare indietro… E per lo Yali trek che farà???

La parte del lago di fronte a destra è sacra e non deve essere assolutamente calpestata.

Cogliamo l’occasione per qualche fotografia e un veloce pranzo e poi scendiamo.

Herman ci fa presente che nel villaggio vicino alla mummia si sta tendendo il funerale di una donna morta a seguito di un incidente stradale il giorno prima; chiede se vogliamo assistervi. Dopo vedremo la mummia centenaria di Kurulu.

Con il dovuto rispetto assistiamo ad una cerimonia. E’ un’esperienza davvero unica, indescrivibile dove si riesce a capire il reale significato del concetto che sta dietro al termine tribù.

In un villaggio tipico Dani di fronte all’ingresso ci si trova normalmente una capanna più grossa delle altre; questa è la casa degli uomini, la casa in cui stanno gli uomini in età adulta, dormono e decidono di fatti importanti sulla vita del villaggio; qui di fronte sono riuniti e seduti viso rivolto al rogo che ha visto morire 5/6 maiali grandi, tutti gli uomini in età adulta della tribù. La maggior parte è seduta, poi ci sono i membri più importanti che tagliano e distribuiscono pezzi di maiale a chi sta intorno. Noi veniamo fatti accomodare in quest’area. L’atmosfera è mesta, il silenzio è interrotto da pochi fragili rumori propri del mangiare.

Alla destra di tale casa, c’è una capanna molto lunga, ma più bassa; questa è la cucina, dove si passa la maggior parte della vita quotidiana. Questo è il regno delle donne. Qui di fronte vengono appese le interiora e alcune parti dei maiali che vengono conservate per la famiglia del defunto. Di fronte a tale case ci sono sedute le donne; all’interno la defunta con la figlia e le parenti più strette. Qui l’atmosfera è ancora più mesta, quasi lugubre; qui il silenzio viene rotto da piccoli mugugni molto più simili al pianto sommesso.

Di fronte a tale casa ci sono alcune case più piccole, in questo caso 3, che sono le case delle donne, le case in cui i bimbi e le donne vanno a dormire. All’interno di tale casa l’uomo si accoppia con la donna per procreare. Di fronte a tali case, i bimbi, e alcune donne con neonati. Mestizia, ma anche bimbi che mangiano le verdure cotte con il maiale.

Tradizione dei Dani recita che quando muore un parente stretto, la donna è solita farsi tagliare con un’ascia di pietra alcune falangi per sottolineare maggiormente il dolore della perdita. molte donne infatti sono prive di numerose falangi.

Solo dopo che il marito è entrato all’interno del villaggio e ha salutato prevalentemente le persone importanti, si inizia la costruzione della pira, in centro al villaggio, armonicamente fra i tre gruppi. A pira terminata arriva una suorina, che poco c’entra davvero con tutto questo, che benedice la pira con acqua santa, poi, con un sorriso, si accomoda in una delle capanne aperte più vicine alla casa degli uomini e, servita dal capo villaggio, mangia anch’essa con gusto il maiale.

E’ il momento che esca il feretro: il villaggio inizia a gemere e piangere all’unisono sempre più forte, intensificando fino a quando esce il corpo, seguito dalla figlia, che in straziante dolore, trattenuta dalle parenti strette, cade riversa sul terreno.

Tutta la tribù è ora un solo essere, una grande persona che piange e che con infinita empatia partecipa al dolore dei parenti più stretti.

Mi pervade la pelle d’oca, gli occhi di ogni persona sono come spersi, all’interno delle fiamme che a poco a poco cremano il corpo di una donna che fino a ieri era parte integrante della comunità. Come la falange, ora questa donna non c’è più, si è staccata da questa grande comunità, il pathos è estremo, indescrivibile, indimenticabile.

Mi sento di richiamare il gruppo, di uscire dal villaggio, per lasciare che nessuno interferisca con questo momento solo loro.

Nessuno parla, pochi hanno fatto fotografie.

Intenso, inenarrabile, unico.

09.08.2010 – Lunedì – 10° giorno

Wosilimo – Festival Baliem – Wamena

Ieri sera ci siamo accampati in un piccolo villaggio nelle immediate vicinanze di dove si tiene il festival del Baliem ed oggi, puntuali come degli orologi svizzeri, alle 8:30 siamo già all’interno della grande arena.

Herman mi spiega che, se vogliamo partire domani, lui e Tinius non potranno stare con noi oggi, perché devono organizzare tutto per il trekking degli Yali. Mi sottolinea inoltre che nutre dei seri dubbi che alcuni di noi possano portare a termine tale trek. Chiedo delle delucidazioni ed insisto, perché dell’esperienza di Herman mi fido e non voglio correre inutili rischi, ma lui divaga, dicendomi che se gli firmo il foglio di scarico di responsabilità per lui è ok…

Gli chiedo ancora una volta di non essere vago, ma di dirmi chi e perché nello specifico, ma mugugna solo qualcosa, poi mi dice di non preoccuparmi, sicuramente riusciremmo tutti… Sottolineo che vorrei comunque riaffrontare questo discorso prima di partire, con tutto il gruppo; poi mi faccio ancora confermare che organizzerà tutto per partire l’indomani; unico problema, gli confermerò di avere il volo di ritorno alle 15:00.

Prima che arrivino i ministri indonesiani (circa alle 11 del mattino) e si dia inizio al Festival del Baliem, secondo me, ma anche secondo i miei compagni di viaggio, è il momento più bello. Camion pieni zeppi di gente tutti vestiti tradizionalmente secondo il costume del proprio villaggio arrivano e gridano contro chi ha già preso posto all’interno dell’arena.

Prima che abbia inizio il Festival, le persone si raggruppano, cantano, danzano, si preparano simulando attacchi e dipingendosi il corpo, aggiustandosi i vestiti…

In questo momento si possono vedere pressoché tutte le etnie della valle del Baliem.

All’arrivo del ministro, l’atmosfera inizia a farsi decisamente più fasulla, inizia la cerimonia di apertura con danze tipiche di Bali (!!!) di fronte a queste persone nude con lance, frecce e archi, tutti schierati.

Il Festival del Baliem è nato sotto volere del governo indonesiano affinché i vari popoli si conoscessero ed entrassero in contatto fra di loro. E’ quindi un poco “finto”…

Alla fine della danza, si da il via alle competizioni tramite l’uccisione di un maiale con arco e frecce, ovviamente l’onore è dato al ministro

Una voce indonesiana e un’altra inglese descrivono minuziosamente le battaglie che vengono simulate nell’arena, le gare dei maialini che devono seguire le proprie “mamme”, danze e canti.

E’ tardi e quindi ci sono anche alcuni turisti che si riversano (ahimè) nell’arena per fotografare meglio… Verso le 17 decidiamo di fare ritorno a Wamena.

E in hotel esce fuori il vero problema di Herman… Stiamo per pagare il volo con la Susi Air, ma (e va bene che gliel’ho chiesto prima di pagare), viene fuori che non ha organizzato un bel niente, perché siamo troppi e non ci vuole portare, poi si ricrede, dice che con lo scarico di responsabilità ci porta lo stesso, ma l’11, non il 10, ormai non c’è più tempo. Anche se vorrei ucciderlo, cerco con calma di convincerlo, gli chiedo come posso aiutarlo per organizzare questa sera, per mantenere la partenza di domani. So infatti che già siamo tirati come tempo, se perdiamo un giorno, il trekking diventa solo una sfacchinata e null’altro!!!

Perdo solo 2 ore del mio tempo, e in queste due ore, non mi aiuta nemmeno a trovare delle alternative, devo essere io a proporgliele.

Poi, prima di congedarlo, riunione di gruppo, dove decidiamo che l’indomani, visto che a Wamena si deve stare e che Herman non muove un dito per aiutarci, la mattina presto, io avrei provato a cercare un volo per l’11 per il territorio degli Yali.

Congediamo Herman, chiedendogli di organizzare per l’11 tutto, pronti per partire: appuntamento domattina alle 10:00 per confermargli l’itinerario.

10.08.2010 – Martedì – 11° giorno

Wamena

Giornata intensa, tutta trascorsa a Wamena e devo dire, all’insegna della vera avventura!

La mattina presto, con Gianni e Francesca vado a farmi un giro in aeroporto per cercare il volo. Prima provo a chiamare la AMA, ma non mi prendono nemmeno in considerazione. E’ abbastanza evidente, anche se non me lo dice esplicitamente, che Yanto, il manager, vende voli solo alle guide locali. Allora andiamo alla MAF; qui almeno parlano al pilota, ma nulla da fare, i voli vengono schedulati con una settimana di anticipo… In sincerità, visto il posto, che sembra più un granaio che la sede di una compagnia aerea, ne sono quasi rincuorata!

Ora, se faccio mente locale, le relazioni citano 3 compagnie che fanno voli charter, la MAF e la AMA, appunto e la Susi Air, che però ha tutti gli aerei in manutenzione e i piloti in vacanza…

Prima di gettare la spugna, mi viene in mente di provare ad andare al box delle compagnie aeree all’interno dell’aeroporto. L’Avia star è chiusa, la Merpati ci guarda come se gli avessimo raccontato di aver visto Dio e poi l’ultima speranza, un’ufficietto di fronte, senza nessuna insegna, che sembra più uno sgabuzzino. La ragazza, chiamando un altro signore al telefono, ci da una speranza. Eccolo arrivare, tiene in mano un librone rilegato a spirale, all’interno la spiegazione di tutte le piste, le manovre e i kg massimi ammessi per atterraggio e decollo per ogni singola striscia di atterraggio esistente in West Papua. Non mi vergogno a dire di essermi esaltata quando ho visto questo manuale!!! Il ragazzo prende in mano il cellulare, qualche parola in indonesiano e poi ci chiede di seguirlo. Saliamo in macchina e lui ci porta all’interno della pista (avremmo fatto 300 metri, non di più) a parlare con il pilota, il mitico Merkurius!

L’aereo è bellissimo, sinceramente non mi sarei aspettata tanto dalla Premi Air, il nome del pilota tutto un programma, quel libro, meglio di avere di fronte un libro miniato del XI secolo; ora, se ci da disponibilità per domani e ci fa un prezzo decente, penso di poter annoverare questa giornata fra una delle più belle 😀

E volete che Merkurius ci dica di no? Merkurius, proprio come il dio alato dell’antica Grecia, può tutto. Domani è disponibile a portarci ad Anggruk, primo volo alle 6 del mattino, per consentirgli di fare due andate nella stessa giornata, tempo permettendo (se ci sono nuvole basse come oggi non si parte, ovviamente), restrizione di 1000 kg, ma sarà più preciso in seguito. Il costo è un poco meno interessante… 44.000.000 IDR…

Gli diamo appuntamento telefonico nel giro di un’ora, torniamo in hotel a fare colazione e momento di sintesi col gruppo; poi giornata libera!

A questo punto dobbiamo decidere se rimanere nella valle del Baliem e spingerci ai margini della giungla o visitare la zona degli Yali con l’aiuto di Merkurius.

Fra le due opzioni ballano 640 euro a testa, ma c’è la possibilità che il tempo si mantenga nuvoloso per più di un giorno, facendoci saltare tutte le coincidenze fra voli interni e internazionali; come capogruppo sono costretta a sottolineare, che nel caso, la riprotezione è tutta a carico del partecipante e che visti questi due forti aspetti negativi, ho bisogno non della maggioranza del gruppo, ma della totalità di adesioni.

Scegliamo per rimanere nella valle dei Dani.

Forse avremmo dovuto rischiare, ma ogni zona dell’Irian, ve lo assicuro, vale la pena di essere visitata e in questo caso, a mio avviso, è stata la scelta migliore, perché abbiamo vissuto i giorni rimanenti con spensieratezza e perché, sempre a mio avviso, non può esistere visita agli Yali se non si parte a piedi da Wamena e non si scavalcano le montagne in mezzo alla giungla.

11.08.2010 – Mercoledì – 12° giorno

Wamena – Sogokmo – Kurima – Hitugi

Dislivello salita: 600 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h15m

Note: Semplice; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate

E finalmente si parte. Fa sempre un bell’effetto, uscire dall’albergo ed incontrare gli occhi di 21 nuovi amici, i nostri portatori, compagni di trekking ineguagliabili, persone senza il cui aiuto, nulla sarebbe stato così indimenticabile.

Fra loro c’è anche oggi e per i giorni a seguire, Nus, l’uomo delle uova, un piccolo uomo di etnia Yali che è stato con noi anche gli scorsi due giorni.

Poi c’è una parte della famiglia di Tinius, il nostro cuoco e molti altri. L’incontro e i primi giorni sono sempre particolari. Siamo due gruppi che si incontrano, si scrutano e che piano a piano entreranno in simbiosi.

Il gruppo dei nostri portatori scelto da Herman è metà di etnia Yali e metà di etnia Lani, quelli dell’est.

Dopo un’ora di auto siamo di fronte all’inizio della nostra camminata. Herman distribuisce i pesi, li fa pregare (come al solito e come sempre nei giorni a venire) e poi via che si parte.

Camminiamo per un’oretta scarsa sull’asfalto fino a Kurima, dove lasciamo una copia dei permessi. Questa parte va fatta a piedi perché il ponte è caduto e solo le moto possono passare.

Poi primo ponte di assi di legno e tiranti di ferro molleggiato e poi iniziamo a salire fra campi di batate, villaggi Dani e maiali. Il sole è alto, fa caldo, ma è sopportabile; oggi dobbiamo rompere il fiato dopo così tanti giorni di inattività.

Il paesaggio è splendido, il percorso ben tracciato. Per 3 giorni percorreremo una parte del percorso che ci avrebbe portato ad Anggruk, nella valle degli Yali; tale sentiero è per la maggior parte tracciato in quanto gli Yali lo percorrono spesso per andare a Wamena a vendere e a fare compere. E’ una via antica e decisamente carica di fascino.

Per il percorso avremo infatti modo di incontrare alcuni Yali che compiono questo viaggio a piedi nudi, con pochi noodle all’interno di una borsa come unico sostentamento.

La nostra tappa è Hitugi, dove arriviamo verso le 5 di sera. Il villaggio in cui accamperemo è un misto fra costruzioni tradizionali, in cui vivono i Dani e strutture di tipo occidentale in metallo, fra cui una scuola e una chiesa, in cui vivono per lo più i missionari. Questa notte ci accamperemo all’interno di una “guesthouse”, una semplice casa di missionari, al cui interno, in uno spazio di poco più di 25 mq, sono riusciti a ricavare ben 4 stanze!!! Utilizzeremo la prima, quella all’ingresso, per mettere i bagagli.

Al nostro arrivo veniamo accolti da numerosissimi bimbi che assieme alle donne ci vengono incontro per darci il benvenuto. I bimbi saranno la magia di ogni villaggio, con loro correremo, scherzeremo, giocheremo, canteremo e ci emozioneremo.

I loro occhi, così vivi ed intesi, gioiosi, brillanti di curiosità. I loro occhi accompagneranno ogni mio ricordo, emozionandomi e commuovendomi sempre.

Le fotografie si sprecano e anche i filmati; la curiosità dei bambini nel vedersi ritratti in questi strani macchinari che vedono di rado è l’appagamento migliore dopo questa scarpinata di poco più di 5 ore.

In testa, tutte le donne, comunque siano abbigliate, indossano una borsa fatta di corde naturali che tessono in ogni momento del giorno. Questa borsa è come un’estensione del loro corpo. All’interno possono mettere le batate o il taro o altri tuberi che raccolgono nei campi, le foglie che usano come cibo, e addirittura i maiali, che come i bimbi, in questo modo stanno a contatto con la mamma fino all’età in cui riusciranno poi a seguirla. E’ una borsa di svezzamento ed è uno strumento fondamentale della vita dei Dani.

Poi ci “docciamo” sotto un rigolo d’acqua che esce da una piccola cisterna di raccolta di acqua; dopodiché, seduti all’interno di una capanna, su panche di legno, ci gustiamo un’ottima cena. Domani si fa un poco più dura!

12.08.2010 – Giovedì – 13° giorno

Hitugi – Yuarima – Yogosem

Dislivello salita: 810 metri

Dislivello discesa: 480 mt

Tempo di percorrenza: 5h30m

Note: Moderatamente faticoso, sentiero molto soleggiato e caldo, con alcuni punti esposti; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate e fra la foresta.

Oggi si fa un poco più dura, forse per il caldo, forse per il dislivello maggiore. Il paesaggio però è mozzafiato. La valle del Mughi fa da congiunzione a montagne ricche di vegetazione, alte più di 3000 metri.

Scendiamo a valle fino ad incontrare il fiume; prima del ponte troviamo un piccolo villaggio e qui una chiesa. Entriamo e poiché si sta celebrando una funzione, Herman coglie l’occasione di prendere la chitarra e di cantare una canzone; in questa veste i Dani sono proprio “diversi”, strani, come se non si appartenessero più, sembrano l’ombra di loro stessi o forse sono proprio un altro popolo. Il senso di comunità comunque si continua ad avvertire.

Colgo l’occasione di chiedere ad Herman (anche se so che la risposta sarà un “poco” di parte), come hanno introdotto il concetto di Dio in questa comunità con miti e credenze ancestrali, in cui la Natura e tutto quello che la caratterizza è trasformata in spirito. Herman semplicemente ci spiega che Dio gli è stato venduto anch’esso come uno spirito, un’entità simile a quelle che veneravano e che temevano, ma più potente, uno spirito al di sopra tutti gli altri. Un concetto semplice, abbastanza infantile, ma di sicuro effetto; probabilmente, con il passare dei decenni, Dio assumerà le connotazioni tipiche della teologia occidentale.

Il ponte che ci porta al di là del fiume è davvero singolare; è fatto di tronchi grandi e piccoli, accatastati e tenuti su da delle specie di liane. Chiamarlo ponte è fargli un complimento!

Poi una ripida salita ci porta al bellissimo villaggio di Yuarima.

Abbiamo modo di apprezzare tutta la valle sottostante e gli orticelli che vengono fatti tutt’attorno a ciascuna capanna, dandogli una parvenza di un giardino di abbellimento. Su per il crinale, donne intente ad estrarre batate, per il villaggio qualche donna vestita con il tipico gonnellino di erba secca o di fibra e due o tre uomini con l’astuccio penico.

E’ talmente naturale la loro simbiosi con la natura che la differenza con quanto visto meno di un’ora fa è così forte che mi viene spontaneo chiedermi se sia effettivamente giusto aver colonizzato questa terra, imponendo il nostro vivere comune: costruzioni di alluminio, vestiti occidentali che sfilacciandosi danno più l’aria di straccioni agli importanti capi tribù, la plastica e il cibo preconfezionato…

Impossibile però dare un giudizio, impossibile davvero; stiamo assistendo alla transizione fra l’era antica e quella moderna, avvenuta qui in un pugno di decenni; queste popolazioni stanno vivendo e passando, ovviamente violentemente, dall’età della pietra in cui vivevano fino a prima, all’era informatica, stanno passando dalle guerre con arco, frecce e lance fatte per bisogni primari, alle guerre per egemonia economica, da una società basata su un forte concetto di gruppo, dove l’individuo singolo non ha ragione di esistere, ad una in cui l’individualismo e il bene del singolo, prevale sul bene comune. Noi ci abbiamo messo 3 milioni di anni, di “evoluzione”, passando attraverso guerre che via via sono evolute fino ad arrivare all’utilizzo di ben due bombe atomiche, di armi batteriologiche, siamo passati, attraverso scoperte scientifiche che hanno simbioticamente fatto nascere pensieri filosofici; loro sono hanno fatto questo salto in meno di mezzo secolo, si sono “fumati” praticamente tutta l’evoluzione dell’uomo, come se la totalità della società presente sulla terra dell’uomo di Neanderthal, fosse stata scaraventata nella nostra epoca…

Effettivamente impossibile non vederne i contrasti, effettivamente impossibile evitare pensieri e giudizi, effettivamente impossibile darne…

Il sentiero continua a salire e solo verso le 16:00 arriveremo a Yogosem. Stessa struttura, il villaggio tradizionale dove vivono i Dani è vicino a costruzioni di alluminio o di legno in stile occidentale. In questo villaggio c’è anche una pista di atterraggio, abbozzata, con ghiaietta, in salita, che termina contro una montagna… Direi che non bisogna soffrire di cuore per atterrare con un aereo charter nei villaggi dell’Irian Jaya!

13.08.2010 – Venerdì – 14° giorno

Yogosem – Kiroma – Mulibahaik

Dislivello salita: 340 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena.

Oggi ci spingeremo fino ai bordi della giungla, a 2600 metri di quota, e ci accamperemo nei pressi del fiume Mughi. Giulio ha deciso di non venire e rimarrà con il suo amico a Yogosem, coccolato da tutto il villaggio…

Incontriamo un primo abbozzo di giungla dopo poco più di 1h e 30 di cammino. Una ripida salita con dei tronchi, ci porta ad uno spiazzo naturale, in cui la natura infesta se stessa, cibandosi della marcescenza, in un’atmosfera umida e piovosa, decisamente magica e indimenticabile.

Poi si continua a camminare in piano su dei tronchi abbattuti, ma resi scivolosi dai muschi e dall’intensa umidità della zona fino ad arrivare a Kiroma, dove ci fermiamo per una mezz’oretta per una pausa. Anche a Kiroma c’è una chiesa, ma è un paesino davvero splendido, racchiuso com’è fra la giungla.

Qui le capanne sono miste, alcune sono tipiche dell’etnia Dani, tetto in paglia, altre sono tipiche Yali, con il tetto in corteccia di tronchi. Herman ci spiega che questo è l’ultimo villaggio stanziale prima di Anggruk. Questo villaggio è già al di fuori della valle del Baliem ed è punto di collegamento fra le due etnie in cui essi vivono pacificamente.

Poi scendiamo fino al Mughi e qui, con la pioggia e con l’inizio della vera giungla, inizia l’Avventura… I ponti alle volte sono dei semplici tronchi appoggiati, alcune volte sono in bilico, altre volte sono un poco più costruiti, ma sempre traballanti e poco sicuri alla vista. L’acqua del fiume Mughi ha un colore rossastro e scorre impetuosa. Passiamo il fiume ben tre volte, per cercare di seguire un sentiero molte volte inesistente perché franato; il guado con i sandali e l’aiuto dei portatori mi fa entrare in questa fredda acqua di montagna, poi risalgo sulla pietraia, poi mi arrampico come una capra, aggrappandomi a tutto quello che mi sembra potermi dare un minimo appoggio. I bastoncini da trekking sono fondamentali.

Poi entriamo nella giungla arborea, magica, splendida, inenarrabile. Tronchi spezzati, ovunque alberi, piante, natura, vegetazione, fango, melma fino ai polpacci e un odore intenso, forte, come non ho sentito mai. Sono avvolta, abbracciata dalla natura, devo fare attenzione ad ogni singolo passo per non essere da lei inghiottita: mi sento bene, libera, commossa, emozionata, trascinata, eccitata, appagata; mi sento vivere…

Quando arriviamo al campo, i nostri portatori ci aiutano a montare le tende all’esterno per la notte. Machete alla mano, ci pareggiano l’erba, distribuendola omogeneamente, preparandoci così un bivacco di tutto rispetto, forse il migliore della vacanza.

Poi, assieme ad Elena, Francesca, Gianni e Simone, ci addentriamo ancor di più.

Il buio della giungla ci avvolge e del fumo ci guida fino ad un bivacco di foglie e rami in cui una famiglia Yali in rotta per Wamena, passerà la notte. L’incontro è magico; la donna si copre con il tipico “ombrello” di banano, ci sorride, ci da la mano e fermi, gli uni di fronte all’altra, rimaniamo a guardarci, con intensità, comunicandoci in questa maniera così cerica e così primitiva, che siamo lieti di fare reciproca conoscenza.

All’interno della capanna di fianco al nostro campo, in cui dormiranno i portatori, è stato acceso il fuoco; all’interno, l’umidità fa stagnare solidamente il fumo che solo parzialmente riesce a farsi largo e ad uscire all’esterno. Lasciamo qui i nostri vestiti ad asciugare.

E dopo cena, la giungla si impossessa dei nostri portatori, riportandoli alle loro origini. Vengono accesi due fuochi, uno all’esterno, territorio Yali e uno all’interno, territorio Lani; poi iniziano i canti di sfida.

All’interno della capanna, con il calore del fuoco, i Lani si svestono, Tinius, il nostro cuoco diventa il capo di questa piccola tribù e batte il tempo utilizzando un barattolo semivuoto di zucchero, Pizi e Laus si dimenano in danze ancestrali.

Una notte indimenticabile.

Ripensandoci, forse è proprio questa giornata che mi ha fatto capire che io in Irian Jaya ci dovrò tornare, a breve e quando ci tornerò, dovrò assolutamente fare questa impegnativa, ma sicuramente indimenticabile traversata da Wamena ad Anggruk.

14.08.2010 – Sabato – 15° giorno

Mulibahaik – Yogosem

Dislivello salita: 250 metri

Dislivello discesa: 340 mt

Tempo di percorrenza: 4h15m

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena

Il percorso di ritorno è decisamente più semplice. Quando arriviamo, troviamo Giulio ad aspettarci, rilassato e riposato con tutti quei bei massaggi che ogni giorno Laus gli fa!

Anche a Yogosem c’è una ragazza albina; ne vedremo molti. I bambini sono il nostro toccasana, ci sfidiamo con le canzoni, accompagnati da una scordatissima chitarra suonata da Alberto, poi cantiamo assieme “Fra Martino Campanaro”, loro in indonesiano, noi in italiano, balliamo, cantiamo.

La sera, i nostri portatori, assieme ad Herman e Tinius, festeggiano con fiori e patate fritte e uno splendido “happy birthday”, il compleanno di Giulio e Maurizio.

Stasera è anche il momento della foto di Pizi con Francesca, che ieri sera è rimasta affascinata dal suo canto e ballo all’interno della capanna.

15.08.2010 – Domenica – 16° giorno

Yogosem – Yuarima – Saikama

Dislivello salita: 400 metri

Dislivello discesa: 700 mt

Tempo di percorrenza: 4h30m

Note: Percorso molto difficile, in costa, scivoloso. Il sentiero in alcuni punti è largo al massimo 15 cm, tutto coperto da erba, a ridosso di strapiombo. Ci si deve tenere spesso all’erba.

Oggi iniziamo la via del ritorno sull’altra parte della vallata del Mughi.

Il percorso fino a Saikama sarà molto impegnativo, scivoloso, in alcuni punti, il sentiero è completamente coperto da ciuffi d’erba rivoltati e la sua larghezza è al massimo di 15 cm!!! A destra la montagna, a sinistra lo strapiombo.

Davvero impegnativo per Alberto, che oltre a non riuscire a dormire da quando siamo partiti per il trekking, soffre anche di pressione alta e di vertigini, accentuate dall’assunzione di Lariam… Oggi Pizi, il portatore “dedicato” ad Alberto, incitato dai suoi compagni dopo la fotografia di ieri sera con Francesca, continua a intonare canti, sorridere, ballare ogni qual volta ci si ferma. Che ridere la sera quando Alberto ci racconta che ad un certo punto, Pizi si è avventurato lungo il dirupo e lui, non capendo che stava solo raccogliendo un fiore, l’ha seguito!!! J

Subito dopo una breve discesa troviamo Saikama.

Il villaggio è forse il più bello, gli abitanti sono poco abituati ai turisti stanziali e quindi ci si avvicinano con maggiore curiosità.

La tenda di Elena, piantata all’esterno e aperta lasciando vedere quanto c’è all’interno, diventa argomento di discussione dei due vecchi del villaggio; prima ci girano attorno con nonchalance, poi iniziano a scrutarla con le mani incrociate sul sedere, poi iniziano ad indicare e a discutere animatamente.

Attorno a me tantissimi bambini che vogliono vedere le fotografie, intorno alla macchina fotografica di Alessandro, montata sul cavalletto e con scatti sequenziali impostati, un capannello di gente, che rimarrà incuriosita a cercare di capire come funziona l’oggetto misterioso.

Il villaggetto vicino che visitiamo è splendido; qui compriamo astucci penici, alcuni archi e frecce di legno di alloro.

Questi oggetti, come molti altri che sino a trent’anni fa erano considerati fra i più preziosi beni di importazione, come conchiglie, piume, fibre o asce di pietra, hanno perso quasi ovunque la loro funzione tradizionale e, cadendo ormai in disuso a partire dal 1958, con l’importazione dei primi utensili di acciaio e con la proibizione nel 1963 da parte dei militari indonesiani della pratica della guerra, non rappresentano più oggetto di scambio per maiali e sale o “prezzo della sposa”, ma sono ormai diventati meri oggetti da vendere ai turisti.

Tinius oggi sta male, è caldissimo, ha un attacco di malaria, malattia che gli è stata diagnosticata circa due anni fa e che dovrebbe aver contratto nella zona di Dekai in cui lavora raccogliendo e vendendo sabbia. Il Lariam è un medicinale internazionale ed Herman lo conosce, gliene diamo quindi 5 compresse.

Ed è così che Herman ci racconta come ognuno di questi ragazzi che ci accompagnano in questo trek, non essendo il turismo in West Papua tale da garantirne il sostentamento, hanno tutti un “altro” lavoro. C’è chi fa il guidatore di risciò, chi coltiva, chi raccoglie sabbia come Tinius, chi lavora nelle costruzioni…

16.08.2010 – Lunedì – 17° giorno

Saikama – Sesep – Sokosimo

Dislivello salita: 20 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi scendiamo fino a Sokosimo, siamo al di sotto dei 2000 metri e il caldo ritorna a farsi sentire.

Sokosimo è un grazioso villaggio sulle sponde del Mughi. Poiché arriviamo dopo solo 1h30 di cammino tutto in discesa, cogliamo l’occasione per lavarci all’interno del fiume. L’acqua è fredda, ma questa immersione all’interno della natura è un vero toccasana.

Dopo questo bagno di gruppo, c’è chi rimane al campo, spendendo la giornata con i locali, giocando a pallavolo, scambiandosi gesti e sguardi e chi invece va a visitare il villaggio sopra Sokosimo, dove domani assisteremo alla festa per l’uccisione del maiale.

Proprio questa visita, domani mattina sarà al centro di un’animata discussione.

Un vecchio uomo, malandato, con piaghe sulle natiche ed un tumore sulla spalla, sostiene di non essere riuscito a dormire per tutta la notte perché qualcuno del nostro gruppo gli ha toccato la spalla (l’altra, quella sana). Sostiene che la spalla, tutta la notte gli ha fatto male, non lasciandolo così riposare.

Tutto il villaggio è riunito e non ci lasceranno andare fino a quando non si capirà chi è stato a toccarlo. L’uomo ha paura che questa persona gli abbia preso lo spirito, debilitandolo. Qualcuno sostiene che sia solo una messa in scena dell’uomo per poterci spillare dei soldi, ma gli occhi dell’anziano sono espliciti: ha paura, è terrorizzato, preoccupato. Quando ci mettiamo in cerchio tutti e l’uomo ci scruta per dire chi lo ha toccato, allora tutti capiscono che il fatto è reale, l’uomo non sta mentendo e allora viene a tutti spontanea una domanda “ma una volta che lo ha riconosciuto, a questo, cosa capita???”

Nulla, non capiterà nulla, l’uomo sarà così rincuorato e sotto consiglio di Herman gli darò un unguento da spalmargli sulla spalla dolente.

E qui viene il bello… Che si da ad un vecchio signore malandato, che veste solo col koteka ed una berretta e che ha vissuto tutta la vita spalmandosi la pelle di grasso di maiale e fuliggine? Pomata di Voltaren, Amuchina, o altre pomate sinceramente ho paura a dargliele e se avesse allergie? Allora tiro fuori un campioncino di crema dell’Erbolario “Giorno e Notte” e lo spirito è così ritrovato.

Herman ride sulla cosa, io rimango ancora una volta a pensare… Quest’uomo, il suo terrore per un solo nostro tocco, che abbiamo la pelle così diversa dalla sua… Chissà quale sarà stato il loro stato d’animo poco più di mezzo secolo fa, quando sono stati avvicinati dai primi bianchi… Un avvicinamento di due mondi così diversi, non potrà che concludersi con la scomparsa di quello più debole, il loro.

17.08.2010 – Martedì – 18° giorno

Sokosimo – Kurima (vicinanze)

Dislivello salita: 50 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 2h

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi assisteremo (sotto pagamento) alla cerimonia del maiale; anche se sembra “poco reale” il dover pagare per assiste a qualcosa di tradizionale, vi assicuro che la popolazione non finge, in quanto tale festa è ancora nei loro usi comuni.

Il fatto di pagare, serve solo “a far capitare” l’evento nel momento in cui possiamo assistervi.

Tali feste, chiamate in lingua locale ebe akho sono decise dal più importante leader di un’alleanza con scadenza periodica, circa ogni 4/5 anni dalla nascita del maiale che viene sacrificato dandovi così origine.

Durante l’ebe akho si commemorano le persone morte negli ultimi anni, si celebrano riti di iniziazione dei giovani e matrimoni. Si pagano tributi, si scambiano beni assolvendo i debiti cumulati nel tempo. Si rinsaldano i rapporti di amicizia e di alleanza che portano certi gruppi a riunirsi in specie di confederazioni, si riconfermano il prestigio e il potere politico dei capi villaggio.

Molti antropologi hanno dato significati diversi al sacrificio dei maiali che da origine a tali feste. C’è chi sostiene che sia per un motivo di abbattere il consumo concorrenziale da parte dei maiali delle batate, alimento principale degli indigeni, c’è chi sostiene che vengono celebrate solo dopo la completa maturità del maiale, fatto sta che, in ogni caso, è evidente che il maiale sia parte integrante ed importantissima del nucleo tribale di un villaggio Dani.

I maiali selvatici, una volta catturati o appena nati, vengono infatti affidati ad una donna che ha con loro un rapporto che potremmo dire materno.

Il maiale viene portato ovunque, a stretto contatto con la donna, all’interno della borsa portata sulla testa. Questo fino a quando il maiale non sente la donna come la sua protettrice, per cui la seguirà sempre ovunque.

Il maiale viene allattato al seno della donna e viene coccolato; la sua esistenza termina proprio con il sacrificio; viene concesso alla “mamma” del maiale di non partecipare al banchetto che ne segue.

Durante questa cerimonia i cibi vengono cotti al vapore, avvolti in strati di foglie in grandi forni scavati nel terreno.

Prima viene allestita una pira in cui vengono poste le pietre prese con dei bastoni con l’estremità simile ad una pinza vengono messe a scaldare.

Una volta che le pietre si sono arroventate, viene preso il maiale, che viene innalzato da due uomini che lo prendono uno per le gambe anteriori e il muso e l’altro per le gambe posteriori. Un altro uomo afferra l’arco e con una freccia colpisce al cuore il maiale. La bestia, svincolata dalle prese, fa alcuni passi, poi si accascia e muore.

Al maiale vengono asportate le orecchie e la coda con un affilato bisturi naturale; tali estremità, avvolte poi in foglie di banano, verranno consegnate alla persona che l’ha accudito.

A questo punto, viene acceso il fuoco tramite una corda di rotan srotolata dal ventre dei tre uomini, proprio come abbiamo letto sui libri di storia dell’uomo di Neanderthal; il maiale viene così privato del crine.

Poi viene adagiato su un letto di foglie e viene preparato per la cottura. Tale preparazione consiste nello svuotamento completo dalle interiora, alcune, come la vescica, vengono alle volte consegnate ad alcune famiglie importanti del villaggio, altre, vengono cotte con il maiale stesso.

Il tutto, prima dell’avvento del coltello, era fatto utilizzando il bisturi naturale e le asce di pietra.

A questo punto in una gran concitazione, viene allestito il forno. Sul fondo viene messa della paglia secca, poi pietre, poi foglie, poi pietre, poi ancora foglie, tuberi, foglie, tuberi, pietre, ancora foglie, tuberi e foglie e poi il maiale che viene di nuovo coperto con foglie di batata verdi.

In questo nuraghe vegetale, assicurato ed ultimato con corde di rotan e rami di banano, cuocerà per circa un’ora e mezza il maiale.

Al termine, sempre con la stessa concitazione, il tutto verrà aperto e consumato a terra.

Ottimo, davvero delizioso!

18.08.2010 – Mercoledì – 19° giorno

Kurima – Sogokmo – Wamena

Dislivello salita: 150 metri

Dislivello discesa: 50 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, unica difficoltà è la discesa della pietraia letto di un affluente del Baliem e il passaggio su un ponte pericolante.

Siamo ormai sulla via del ritorno e il nostro viaggio sta per volgere al termine. Arriveremo a Wamena attorno alle 11 del mattino.

Salutiamo i nostri fidati compagni di viaggio, i nostri preziosissimi portatori e diamo loro una mancia.

Grazie ragazzi, ci avete regalato delle emozioni davvero ineguagliabili ed un viaggio indimenticabile; non vi scorderemo mai!

Mentre Herman organizza l’escursione al lago Habbema per il giorno successivo, alcuni di noi decidono di andare a fare gli ultimi acquisti, altri girano la città e i suoi folcloristici mercati.

Io faccio entrambe le cose, dopo aver confermato i voli all’aeroporto.

All’esterno dell’hotel Pilamo vengo avvicinata da un signore che mi vorrebbe vendere un souvenir davvero tipico… Una collana di mandibole di couscous!!! Già la collana fatta con denti di couscous è impegnativa, sebbene un oggetto splendido e raffinato, diciamo che questa con le mandibole è decisamente impegnativa e, anche se di sicuro “effetto”, decido di rimandare l’acquisto alla prossima volta J

19.08.2010 – Giovedì – 20° giorno

Wamena – Lake Habbema – Wamena

L’escursione al lago Habbema è davvero suggestiva. Il lago è posto a 3650 metri di altitudine e sulle sue rive crescono delle piante endemiche.

In tale luogo hanno anche il loro habitat naturale migliaia di tipi di orchidee.

Ultima cena al mitico Blanbangan a base di grossi gamberoni di fiume fritti col burro e poi in camera per chiudere le valigie: domani si lascia la valle del Baliem

20.08.2010 – Venerdì – 21° giorno

Wamena – Jayapura – Base G – Museo – Sentani

L’aereo parte presto, con solo 30 minuti di ritardo.

Salutiamo Herman ed entriamo per l’ultima volta sugli aerei della mitica linea Trigana Air. Mi siedo vicino a Maurizio ed assieme chiudiamo la cassa.

Arrivati a Sentani, lo schiaffo con la modernità è talmente evidente da lasciarci tramortiti…

Le auto, un semaforo, l’asfalto liscio, le case… E’ un altro mondo; a tre quarti d’ora di volo, la differenza è tale, da sembrare di essere in un altro stato… E siamo sulla stessa isola!

La sistemazione allo Yougwa è splendida, piccolo alberghetto in riva al lago Sentani, in cui il rumore dell’acqua ci culla e ci fa rilassare.

Decidiamo di visitare Jayapura, ma dopo solo 1 ora decidiamo di fuggire a Base G, la spiaggia diventata famosa grazie al colonnello Mac Arthur; è sporca, ma davvero splendida.

Verso sera, prima di cenare, andiamo a visitare il Museo, dove si trovano numerose testimonianze dell’antica grandezza della cultura Asmat.

Poi, dopo una cena a base di pesce sulle rive del lago Sentani, salutiamo Simone, Maurizio, Alberto, Alessandro e Claudio che domani tornano in Italia. Noi spenderemo ancora una settimana di vacanza a Giava.

Con Jayapura si chiudono queste tre settimane così intense della mia vita, ricche di emozioni e di contrasti, che mi hanno fatto riflettere su cose che nella nostra modernità si danno ormai per scontate.

Ora non mi rimane che coltivare il ricordo di ogni attimo, la metabolizzazione di tale tempo e un’esperienza che auguro a molti di poter vivere e che spero di avervi trasmesso anche solo in parte!

E il silenzio viene interrotto dal rumore della natura, un assordante vociare di cicale e chissà quali altri misteriosi animali. Al loro suono si uniscono i canti di sfida dei nostri portatori, emessi da corpi nudi e madidi di sudore. Ed è così che vengo a conoscenza di un uomo ormai dimenticato che vive in simbiosi con la natura in cui si fondono il canto e le movenze di questi antichi guerrieri…

India del nord in mezzi pubblici

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27.07.2005 – Mercoledì – 1° giorno

Italia – Frankfurt – Delhi

L’incontro è all’aeroporto di Frankfurt, dove apprendiamo la notizia che Mumbai è allagata causa piogge. Il volo prima del nostro, quello delle 14, è stato annullato ed una lunga fila di persone cerca un posto nel nostro aereo, per questo, a mala pena riesco ad imbarcare i quattro partecipanti arrivati da Roma con solo un’ora di anticipo (se vogliamo, meglio così, visto che due viaggeranno in business).

Ovviamente partiamo in ritardo, l’aereo è stipatissimo. C’è chi viene in India per cercare “l’illuminazione”, chi l’ha scelta perché ci voleva andare già da bambino, chi vorrebbe andare da Sai Baba e anche chi l’ha scelta perché costa poco… Del resto il mondo è bello perché è vario! Definiamo l’itinerario ipotetico, tutti (tranne una coppia in viaggio di nozze) orientati per i mezzi pubblici, poi ci godiamo l’aperitivo, la cena e la colazione, intrattenuti incuriositi dai film di Bollywood.

 

28.07.2005 – Giovedì – 2° giorno

Delhi

Atterriamo la mattina presto direttamente a Delhi, anziché fare scalo a Mumbai, in quanto il monsone ha devastato la città e l’aeroporto è stato chiuso.

Espletiamo le formalità del controllo passaporto e della compilazione della imbarcation card e ci mettiamo ad aspettare fiduciosi il nostro bagaglio scaricato “a mano” sui nastri trasportatori.

Ovviamente, con il casino dell’overbooking, dell’aereo dirottato e delle persone del volo precedente cancellato, tre dei nostri bagagli non arrivano.

Compilate la denuncia di smarrimento, fatevi aiutare dal corrispondente locale e non disperate, prima o poi arrivano e almeno avete una scusa per esservi rifatti un guardaroba molto freak!

Usciamo davvero tardi dall’aeroporto, il pulmino del corrispondente ci porta in albergo.

Quando siamo scesi dal pulmino, ho avuto seriamente paura che qualche partecipante si volesse far rispedire in Italia. Siamo arrivati nella via più trafficata di New Delhi all’ora di punta con un caldo infernale, in un tourbillon di odori e frastuono; il primo impatto con l’India non poteva che essere un’alterazione mentale.

Ci laviamo e subito io vengo accompagnata dal corrispondente, mentre il gruppo inizia il giro di Delhi. Io vedrò solo la stazione e Mr. Chandra con suo fratello, il gruppo vedrà il Qutb Minar, i Lodi Gardens, la tomba di Humayun, il Forte Rosso e un Connaugh Place, purtroppo chiuso.

Delhi è molto bella, incarna l’essenza dell’India, non si può vedere così di fretta e con pochissime ore di sonno. Forse conviene andare in albero, riposarsi un poco e poi uscire verso sera vedendo quel poco che si riesce… Almeno ve lo godete!

Cena in un ristorantino nei pressi dell’albergo

 

29.07.2005 – Venerdì – 3° giorno

Delhi – Amritsar – Wagah – Amritsar

La mattina presto entriamo in stazione. Anche qui l’impatto è forte, oserei dire devastante. Anche se non mi è stato detto, le loro facce si sono rilassate solo una volta arrivati in treno. Pranziamo in treno, gustando un’ignota polpettina e nel pomeriggio siamo ad Amritsar. Mi organizzo per raggiungere il confine in taxi (300 Rs) e verso il tramonto siamo a Wagah, ci immergiamo nella folla che si dirige verso la frontiera. Aspettiamo che aprano i cancelli per correre a prendere i posti migliori, e dopo pochi istanti diventiamo il più interessante intrattenimento. La maggior parte delle persone in India parla inglese e vi inonderà di domande!

Corriamo a prendere i posti migliori ed inizia lo spettacolo. Gente che canta, musica assordante che investe le nostre orecchie, persone che ballano, ragazzi di tutte le età che corrono con la bandiera dell’India sventolandola energicamente in faccia al cancello del confine pakistano, tutto questo condito da una voce al microfono che incita gli animi “Industan Indaman, Paras Pataki” e che viene chiassosamente coperta dal tifo urlante degli spettatori. Il numero totale degli spettatori è incredibile, si aggirerà attorno alle 3000 persone, tutte stipate in un palco di cemento appositamente costruito. La manifestazione del cambio della guardia, che consiste in parate da entrambi i confini di guardie in divisa è davvero divertente, ma ciò che condisce il tutto rendendolo uno spettacolo unico nel suo genere e davvero impedibile è l’entusiasmo e la partecipazione della gente.

Le emozioni in India non finiscono mai, e la sera ci rechiamo al tempio d’oro per assistere alla cerimonia che viene fatta ogni sera verso le 22:30 per portare su un baldacchino il Guru Granth Sahib, il libro sacro custodito in un panno rosa, dall’Hari Mandir, il tempio d’oro al centro della vasca del nettare dell’immortalità, all’Akal Takht, il parlamento dei sikh, dove vi riposerà tutta la notte. La cerimonia è accompagnata da canti e preghiere, da migliaia di sikh con molto trasporto, tutto davvero molto emozionante.

Accompagnati da un gentilissimo signore, dopo aver lasciato un’offerta, ceniamo alla mensa del tempio, chapati e dhal (ricordatevi di non toccare mai il cibo con la mano sinistra!). L’atmosfera è davvero unica e anche se il pasto è umile, i sewa, volontari del tempio, ve ne offriranno fino a volontà.

 

30.07.2005 – Sabato – 4° giorno

Amritsar – Delhi

Ci ritroviamo al tempio d’oro. Il fascino di questo edificio risiede nella pace che si avverte non appena varcata la soglia. Ci si dimentica dell’assordante traffico, quasi come se non fosse mai esistito e ci si immerge in un’atmosfera magica, dove molte persone saranno incuriosite dalla vostra presenza e, facendovi mille domande, sempre con la massima discrezione, per ultimo, vi chiederanno di potersi fare una fotografia ricordo di questa unico e straordinario incontro. L’Hari Mandir, che si raggiunge percorrendo un ponte chiamato Pakarma, è costituito da due piani e fu costruito alla fine del XVI secolo, distrutto nel 1761 e ricostruito nel 1764. La sua cupola fu rivestita di lamine d’oro a partire dal 1803. Il mandir presenta caratteristiche dell’arte indù e musulmana e la sua cupola rappresenta un fiore di loto rovesciato, simboleggiando il coinvolgimento dei Sikh nei problemi del mondo. Dopo aver percorso il ponte, prima di entrare nel tempio, i pellegrini offrono agli inservienti del soffice e dolce prasad, che poi essi ridistribuiscono a tutti i visitatori che escono.

Usciti dal tempio, entriamo in un negozio di abiti e ci facciamo fare un punjabi, con le perline, da usare nelle serate di “gala”!!!

Visitiamo il parco Jallianwala Bagh, pieno di fiori e alberi in commemorazione dei 2000 indiani uccisi e feriti indiscriminatamente dal fuoco inglese in uno degli avvenimenti principali per la lotta per l’indipendenza. Il 13 aprile del 1919 il generale Dyer si presentò in Jallianwala Bagh insieme a 150 soldati durante una manifestazione politica a cui partecipavano 25000 indiani; il generale ordinò alla folla di disperdersi, cosa impossibile visto che il luogo, circondato da mura, aveva come unica uscita il luogo dove si erano schierati i soldati. Senza altri preavvisi, venne aperto il fuoco; in pochi minuti ci furono 337 morti e 1500 feriti, alcuni dei quali vennero freddati mentre cercavano di scappare scavalcando il muro. Gli inglesi non solo non giudicarono colpevole il generale, ma lo acclamarono eroe. Sono tutt’oggi conservati un tratto di muro con i fori dei proiettili e il pozzo nel quale si gettarono alcune persone per sfuggire alla carneficina.

In questo parco abbiamo trovato un giovane “cantante” come amava definirsi lui e un gruppo di suoi amici. Abbiamo chiacchierato, scherzato e parlato allegramente, iniziando a mischiare un poco delle due nostre culture così incredibilmente diverse.

Verso sera abbiamo preso il treno notturno per Delhi.

 

31.07.2005 – Domenica – 5° giorno

Delhi – Jaipur

Arriviamo la mattina presto a Delhi. Accompagnata da due energici partecipanti, vado a portare i primi due “ingombranti” acquisti del viaggio, un sitar e un tabla, a Mr. Chandra. Dopodiché cerchiamo di perderci per gustare Delhi. Andiamo alla tomba di Ghandi, vedendo di sfuggita, per il tragitto, il Jantar Mantar di Delhi e Connaught Place. Qui troviamo le persone che pregano il Mahtma, con serio trasporto. Vederli mi ha emozionato davvero. Prendiamo il classico tuk tuk e ci facciamo portare alla Jama Masjid, la “moschea del Venerdì”. Questa moschea, costruita a partire dal 1645 da Shan Jahan, sorge al centro del vecchio quartiere musulmano di Chandni Chowk. La moschea si erge su una altura, a cui si accede tramite delle gradinate in arenaria rossa, ha tre grandi portali, tre cupole a cipolla, come del resto tutte le moschee consacrate al culto, quattro torri angolari e di minareti alti ben 40 metri. Degli 11 archi caratterizzanti la moschea, quello centrale occupa una grande volta a forma di mihrab in corrispondenza della direzione della Mecca. Dalla vetta del minareto sud si gode una magnifica vista di Old Delhi.

Purtroppo non c’è tempo per goderci una frenetica passeggiata per i vicoli del quartiere della Luna, Chandni Chowk e già con la voglia di ritornare in India per potersi godere un poco di più l’eterna capitale, saliamo sul treno, rivivendo tutte le nostre contrastanti emozioni nella breve mezz’ora passata alla stazione di Delhi.

Arriviamo a notte fonda alla stazione di Jaipur, il nostro treno ha fatto un’ora e mezza di ritardo; tre Ambassador ci accompagnano al nostro albergo, dove ci hanno preparato una calorosa accoglienza nel bellissimo giardino. Come sempre doccia, una gustosissima e luculliana cena e poi il meritato riposo.

 

01.08.2005 – Lunedì – 6° giorno

Jaipur – Fort Amber – Agra

Vista la crisi esistenziale avuta da un partecipante sul treno, mentre io mi stavo godendo indisturbata una sana partita a scala quaranta con i miei nuovi amici indiani, tutto il gruppo ha preferito appoggiarsi al turisticissimo trasporto delle tre auto private di Alì, che ci farà anche da guida, ma che vi sconsiglio vivamente. Abbiamo passato una giornata alla “Gita delle Padelle”, solo che invece del pentolame, abbiamo comprato tappeti…

La fondazione di Jaipur, detta città del Maharaja Jai, risale ai primi anni del secolo XVII, anno del crescente potere di Jai Singh II. Iniziamo con una visita della dimora del Maharaja, il City Palace, vasto complesso suddiviso in una serie di cortili, giardini ed edifici. Il palazzo è una fusione di stile moghul ed elementi tipici del Rajasthan, è costituito dal Mubarak Maha, il palazzo del benvenuto, il Maharaja Sawai Masingh, al cui interno è esposta una sfarzosissima collezione di costumi reali e splendidi scialli, il Diwam-i-Am, la sala delle udienze pubbliche, dove oggi sono esposti manoscritti in sanscrito e in persiano, il Diwam-i-Khas, sala delle udienze private ed infine la splendida porta del pavone, Peacock Gate, nel cortile del Chandra Mahal.

Da appassionato astronomo quale era, Jai Singh fece costruire ben cinque osservatori, di cui il più completo di tutti i più sofisticati strumenti astronomici è proprio il Jantar Mantar di Jaipur. Sempre ammesso che non abbiate nel vostro gruppo un appassionato di astronomia o che non prendiate una guida, questo splendido parco vi sembrerà solo un curioso museo di arte contemporanea meravigliosamente conservato.

Per evitare di farci sentire poco “turisti”, non appena terminata la visita, Alì regala a tutti i partecipanti una collana di fiori, dopodiché partiamo per Royal Gaitor, dove si trovano i cenotafi della famiglia reale. Una veloce visita e poi il “Gruppo Vacanze Piemonte” continua la sua “gita” verso Fort Amber, l’altra capitale dello stato di Jaipur. Ciò che vediamo oggi, costruito in una meravigliosa altura dominate la valle circostante, fu costruita a partire dal 1591 dal Man Singh I. Per raggiungere il forte, tutti i partecipanti utilizzano una schiera di coloratissimi elefanti, spinti dai loro guidatori mahaut. Il palazzo è splendido e vale davvero la pena di perdersi nella sua visita, in solitaria, per poter ammirare lo splendido palazzo del piacere, lo Shish Mahal, rivestito di specchi e pregevoli stucchi e il labirintico complesso di stanze, cortili e vicoli.

Dopo un risposante (pure troppo) pranzo, vediamo velocemente la facciata del palazzo dei venti, l’Hawa Mahal, perché Alì ci costringe ad andare al negozio di tappeti. Alcuni partecipanti compreranno, ma alla fine ci staccheremo stremati da questo incessante e pedante autista, per poter perderci, con tutta tranquillità nelle affollatissime vie del bazar.

Jaipur è una città davvero turistica, dove faranno di tutto per “impapocchiarvi”, tanto per usare il termine del compratore del gruppo. Vale davvero la pena di essere visitata, ma in libertà, con i mezzi pubblici, magari sacrificando qualcosa, tanto per cercare di gustare quell’India che tanto ci attira al nostro ritorno, ma che purtroppo viene sacrificata al turismo di massa.

Dopo aver cenato andiamo in stazione per il treno più notturno di tutto il viaggio: partenza alle 2:00!

 

02.08.2005 – Martedì – 7° giorno

Agra – Mathura – Vrindavan – Mathura – Agra

Arriviamo la mattina presto alla stazione di Agra Cantt. Per evitare di farmi affibbiare il nome di Fuhrer, abbandono l’idea , sostenuta fortissimamente prima che anche il più instancabile partecipante mi tradisse per il sacro cuscino, di ripartire subito alla volta di Mathura. Quindi ci facciamo portare all’albergo. Verso mezzogiorno visitiamo l’imponente Lal Qila, una delle meraviglie dell’arte Moghul. La cittadella fu edificata da Akbar a partire dal 1565 sulle fondamenta del vecchio forte della dinastia Lodi e fu ampliata e modificata dai suoi successori. La maggior parte degli edifici che vediamo oggi furono costruiti nel XVII secolo durante il regno di Shan Jahan. L’atmosfera è davvero magica, al suo interno ci sono meravigliosi giardini nei quali perdersi all’ombra delle piante o godersi la rinfrancante ombra dei freschi interni del palazzo. All’interno di questo maestoso e magico complesso si intravede la Moti Masjid, la moschea della perla, considerata la più bella moschea dell’India, ma purtroppo chiusa al pubblico.

Nel pomeriggio prendiamo un simpaticissimo treno senza classe dove incontriamo una singolare ragazza tedesca, che vive da 12 anni in India. I suoi occhi hanno una luce particolare, magica, si intravede una pace mistica, ma anche la tristezza dell’India, la tristezza di chi compartecipa alle difficoltà di questa meravigliosa terra, di chi continua ad incontrare i bambini paria sul treno, di chi ha avuto il coraggio di affrontare una scelta dura, e di cercare di comprendere davvero lo spirito e l’anima di questa terra. L’incontro con Dasi è una delle esperienze migliori che mi siano capitate in tutta la mia vita, mi ha regalato un poco del suo vissuto, cercando di spiegarmi questa poliedrica cultura, difficile da comprendere, perché si può capire solo vivendola, assaggiandola, soffrendo assieme a loro.

Arrivati a Mathura accompagniamo Dasi a Vrindavan. Non credete alla Lonely che vi dice che ci vogliono solo 25 minuti, noi ce ne abbiamo impiegati ben 60 in un tuk tuk sul quale eravamo ben in 18, ma che andava davvero spedito. Abbiamo avuto solo un assaggio di questa sacra città dove si ritiene che Krishna si sia abbandonato ai propri passatempi di adolescente. Qui tutto si basa sul culto di Krishna, si canta, si danza, ci sono puja ovunque, 24 ore su 24. In questo irreale viaggio che è Vrindavan, sembra che il tempo e lo spazio si siano mischiati, in un caotico ordine prestabilito, ma incomprensibile ed inarrivabile, dove il pacifico ed entropico brulicare di uomini, senza una meta, ma che sanno dove stanno andando, crea un vortice tale da farti fluttuare sopra i tuoi pensieri come uno spettatore assente, ma partecipe. Come è ben descritto nella guida Polaris “visitare Vrindavan significa buttarsi alle spalle il mondo razionale e immergersi in un’esperienza spirituale che cerca dentro e trova connessioni con la divinità”. Vrindavan è un trascendente terreno, un’immanente divinità ed un infinito presente privo di tempo. E’ per tutto questo che merita davvero una giornata intera, e non poche rapide ore.

 

03.08.2005 – Mercoledì – 8° giorno

Agra – Taj Mahal – Sikandra – Fatehpur Sikri – Agra

Seguita da tre energici partecipanti, sveglia alle cinque per vedere l’alba al Taj Mahal, momento in cui questa meravigliosa perla scaturita dall’immenso dolore dell’imperatore Shan Jahan per la perdita dell’amatissima seconda moglie Mumtaz Mahal, si colora di blu. Le intenzioni che l’imperatore volle esprimere nel costruire questa incredibile tomba sono sinteticamente racchiuse dalla sura del corano intarsiata nell’arco centrale della Dawaza, l’accesso principale: “Un palazzo di perle fra i giardini e i canali/ dove i pii e i beati possano vivere per sempre”. L’edificio è stato iniziato nel 1631, anno in cui Mumtaz Mahal morì di parto e fu ultimato solo nel 1653, alla sua realizzazione parteciparono ben 20000 persone e ad alcuni vennero amputate le mani affinché non potessero ricostruire cotanta bellezza. Isa Kahn, un architetto di Shiraz, è considerato il principale artefice dell’edificio.

Dopo esserci goduti una delle sette meraviglie del mondo, ci facciamo portare da un tuk tuk a Sikandra, al mausoleo di Akbar che avviò la sua costruzione, mescolandovi motivi ornamentali ed elementi architettonici islamici, hindu, buddisti, jainisti e cristiani, sulla falsariga del modernissimo pensiero filosofico che egli aveva sviluppato.

Nel pomeriggio ci dedichiamo alla città abbandonata di Fatehpur Sikri, la città ideale fatta costruire dall’imperatore Akbar, per goderci la spettacolare policromia dell’arenaria rossa investita dal sole al tramonto. La città è completamente intatta e l’atmosfera rarefatta, alle volte quasi surreale, crea la sensazione di sentire ancora il brusio e vedere ancora le ombre della mondanità che vi regnava oltre quattro secoli fa.

All’interno della splendida Jama Masjid, risalente al 1572, che si dice costruita su un modello della Mecca, gli opprimenti venditori di chincaglierie e “turisticherie” ci fanno purtroppo ricadere in quella bruttissima sensazione di Jaipur, rovinandoci la magica atmosfera vissuta durate tutta la giornata. La moschea è davvero bella, ma non si riesce ad apprezzare appieno.

 

04.08.2005 –Giovedì – 9° giorno

Agra – Gwalior – Jhansi – Orchha

Solo quattro partecipanti, per la precisione gli unici che non avevano problemi di salute, si sono potuti godere lo spettacolare forte di Gwalior con le sue meravigliose sculture jainiste. Assieme agli altri 8 partecipanti ho raggiunto Orchha, l’antica capitale dei Bendala, nel primo pomeriggio e ci siamo ritrovati tutti assieme per un giro “in centro” verso le 16:30.

Dovete sapere che durante la stagione umida la città di Orchha ospita, soprattutto in centro città attirati dalla luce delle lampade, dei simpaticissimi insettini volanti che emanano l’odore inconfondibile dei loro cugini più prossimi, le blatte! Verso le 19 hanno organizzato un rave in ognuna delle nostre caldissime camere, pasteggiando indisturbate sulle nostre lenzuola, sui nostri vestiti e all’interno dei nostri zaini; ovunque, per farla breve… Sebbene il proprietario ci abbia assicurato che la festa non si sarebbe prolungata oltre le 22, abbiamo deciso di cambiare albergo e, abbracciando la filosofia che il nome della città evoca ad un ascoltatore italiano, abbiamo dormito nell’appartamento del Maharaja in un’ala del Jehangir Mahal in 13!!!

 

05.08.2005 – Venerdì – 10° giorno

Orchha – Khajuraho

La città di Orchha si staglia lungo il fiume sacro Betwa ed ospita meravigliosi Palazzi del XVII su di un’isola fortificata e stupendi templi risalenti al XVI secolo. Sebbene lo scopo della tappa ad Orchha è la visita di queste grandiose opere, la mia curiosità è stata più attirata dall’atmosfera semplice e pacifica che si respira in questo piccolo villaggio. La gente ha una luce particolare, distensiva e anche quando cerca di vendere, mai opprimente. Durante la visita dei palazzi, nei quali ci si perde per le strette scalinate che portano fino alla cima, abbiamo incontrato dei curiosi e simpatici indigeni. Il loro interesse si è scatenato non appena hanno visto lo schermo di una macchina fotografica digitale. Subito un mare di persone ci hanno circondato, cercando di farsi fotografare, per poi rivedersi. Sono questi i momenti magici ed indescrivibili che si vivono in India, del tutto inaspettati, mentre si visitano luoghi minuziosamente descritti dalle migliori guide oggi in commercio. Sono questi i momenti in cui bisognerebbe essere armati della classica polaroid per regalare una piccola parte di felicità a chi, con il proprio sorriso ed ingenuo stupore. ci riempie il cuore di gioia.

Lasciamo la serena bellezza di Orchha e i suoi armoniosi abitanti per raggiungere in macchina Khajuraho.

E finalmente eccolo, il monsone! Il cielo si fa scuro scuro, degli enormi nuvoloni neri ci stringono, non lasciandoci via d’uscita e istantaneamente tutta l’acqua che cade in un fortissimo temporale occidentale, lì cade in un secondo, batte sui vetri della macchina, sembra quasi che spacchi il parabrezza; il tergicristallo non riesce a pulire, la macchina, senza aria condizionata, si fa subito caldissima, quasi insopportabile ed irrespirabile per l’elevato tasso di umidità e i nostri bagagli sul tetto… fortunatamente non si bagneranno! La strada si riempie d’acqua, c’è chi si ripara, chi continua come se niente fosse, chi mistifica la linfa vitale che cade dal cielo!

Arriviamo a Khajuraho, prendiamo possesso delle camere, doccia e cena. Poi un’intensa chiacchierata a bordo piscina.

 

06.08.2005 –Sabato – 11° giorno

Khajuraho

Ieri sera abbiamo conosciuto Pappu e suo cugino, che ci perseguiteranno per tutta la nostra permanenza a Khajuraho, li troveremo ovunque, per la strada, subito all’uscita dall’albergo, per la città, sempre fastidiosamente petulanti.

Khajuraho è un piccolo villaggio del nord del Madhya Pradesh è divenuto noto nel 1838, quando alcuni archeologi inglesi scoprirono uno dei più grandi capolavori dell’architettura induista medievale, nascosto da una fitta vegetazione impenetrabile

Il soggetto delle sculture dei templi fatti costruire dalla dinastia dei Candela nel X secolo, è per lo più erotico, ma riassume al suo interno le regole della società induista che era regolata da tre diversi aspetti tra loro strutturati in modo armonico, il dharma, ovvero le regole comportamentali della religione e della filosofia induista, l’artha, collegato ai doveri verso la società e il kama, comprendente i piaceri del sesso.

Ma Khajuraho non è solo una splendida rappresentazione del Kamasutra, è anche da vivere, nel suo piccolo villaggio dove coesistono le caste, perdendosi per le sue case al ritorno dalla lunga passeggiata che porta alla Jain Enclosure. La strada che porta dalla turistica città ricca di negozietti al villaggio è ricca di tempietti dove la gente del luogo si reca a pregare. Nel villaggio abbiamo visitato una scuola che insegna indistintamente a tutte le caste e anche ai paria, e che cerca di evitare la distinzione fra studenti e studenti, mettendo a tutti la divisa. Abbiamo lasciato un’offerta.

Vi prego, non comprate nulla da Pappu o dai suoi parenti, sono davvero cari e dopo avermi accompagnato con l’ombrello in pieno monsone per discutere di “affari” nel suo negozio, una volta capito che non eravamo da spennare, mi ha fatto andare via da sola, senza accompagnatore. E’ davvero un opportunista della peggior specie.

 

07.08.2005 – Domenica – 12° giorno

Khajuraho – Satna

Abbiamo fatto un giro per la città, alcuni in cerca di qualche vantaggioso acquisto e poi via, alla vota di una nuova avventura: il bus pubblico!

L’esperienza è davvero divertente, ma comoda sicuramente no. Il bus è puntualissimo, parte dalla stazione dei bus di Khajuraho e si fa tutti i paesini, caricando tutte le persone che vogliono salire. Ci sono uomini ovunque, nel passaggio, attaccati al bus, sull’uscita, che intanto è aperta per l’estremo caldo, dato che l’aria condizionata ovviamente non c’è. Arriviamo a Satna immersi in un bagno di sudore, ma carichi della nuova eccitante esperienza e a piedi, per quanto mi riguarda dopo essere stata investita da un risciò a pedali, raggiungiamo la stazione.

Il nostro treno è stato soppresso a causa degli allagamenti ancora presenti nella zona di Mumbai, stazione di origine del treno, ma al suo posto è stato creato un treno ad hoc, con ben 5 ore e mezzo di ritardo. La stazione diventerà il nostro bivacco. Penso che nei primi giorni di viaggio nessuno si sarebbe sognato di sdraiarsi a terra per riposarsi un poco nella noia dell’attesa. Mi avventuro nella bolgia cittadina per cercare un telefono e trovo uno dei migliori roti di tutta la vacanza, croccantissimo, cotto al momento. Per ammazzare il tempo creiamo una bisca clandestina di scala quaranta alla quale si uniscono anche Shivu, Singh e Prakash, tre nostri nuovi amici indiani.

Il treno prima del nostro è diretto a Delhi, per una manifestazione politica, la stazione brulica di gente eccitata, che suona, che canta, che urla, che balla, che guarda esterrefatta i propri compaesani. E quando arriva questo treno, i passeggeri sembrano le locuste in mezzo al campo, il treno viene letteralmente assaltato, c’è chi si appende, chi tenta di aprire porte che cercano inutilmente di rimanere chiuse. Dentro gli scompartimenti un carnaio irrazionale, gente ammassata ogni dove, che ancora oggi mi chiedo come facesse a respirare…

Ma la vera avventura inizia una volta saliti sul nostro treno; le prenotazioni che abbiamo non sono più valide, o meglio, sono ancora valide, ma le ferrovie indiane hanno pensato bene di vendere una seconda volta i biglietti e quindi io, come il resto del gruppo, mi troverò a dividere il mio cuscino con dei profumatissimi piedi indiani… Il bello di un viaggio con trasporti pubblici è anche questo, il contatto con la gente…

 

08.08.2005 – Lunedì – 13° giorno

Satna – Varanasi

E finalmente alle 10 di mattina arriviamo a Varanasi, dove ci sta aspettando il pazientissimo Prakash, figlio del bramino Pandit Gopal, mitico “corrispondente” di Avventure. Finalmente faccio il mio primo giro in sella ad una moto indiana, fino a 2 km dall’albergo, che essendo in centro ed essendo lunedì, alcune strade sono chiuse al pubblico per le feste poiché agosto è il mese di Shiva. Meglio, raggiungeremo l’Alka a piedi per le viuzze della città.

Sono nuovamente a Varanasi, ho la pelle d’oca, penso che se venissi mille volte in India, mille volte vorrei passare a Varanasi. Varanasi si sente, Varanasi si vive nei suoi vicoli stretti e popolati dalla sacralità delle mucche, dai loro preziosi escrementi, dai banchi che vendono qualunque cosa. Varanasi è la sintesi religiosa dell’India, di quell’India magica e sacra, ricca di intense emozioni, difficile da spiegare a chi non c’è stato, nemmeno con le sbiadite fotografie, comunque esse siano fatte. Varanasi è forte, è triste, infinitamente triste, infinitamente povera, ma estremamente carica della felicità degli induisti. Varanasi è il luogo sacro da cui tutto ha origine e a cui tutto torna; dove i fedeli indù si ricongiungono al divino, dove è possibile espiare i peccati del karma, dove si scioglie il nodo della vita e si aprono le porte del moksha, la liberazione dal ciclo infinito delle reincarnazioni, che condanna a rinascere nel mondo dell’illusione terrena, nel mondo di maya. Dopo Varanasi nulla resta uguale; la mucca che pascola indisturbata per la banchina del binario 5 della stazione di Varanasi diventa anche la nostra mondanità, qualcosa di quel mondo entra in ciascuno di noi, lasciandogli qualcosa di speciale, qualcosa di magicamente diverso. Si vaga per la città dapprima incuriositi, poi come se fosse la propria linfa vitale, la città a cui tutti torniamo, in un costante e palpabile dualismo tra la vita e la morte (o se vogliamo tra la morte e la rinascita), tra la distruzione e la creazione. Tutto a Varanasi è nudo, anche la morte è qualcosa che si può sentire con i comuni sensi, la si può vedere, toccare, odorare, gustare nel fumo del ghat, prima che tocchi le sacre acque della Ganga per vivere nel tutto, nel nulla assoluto. Nulla è come Varanasi e nulla può descriverla meglio che viverci.

Una partecipante si perde nelle parole di un santone intento nella lettura del mantra, viviamo il Durga temple, il tempio della musica, accompagnati dal bravissimo Prakash e poi ci godiamo un meraviglioso concerto di musica di tabla e sitar, di tabla e flauto al Sur Sarita The Music School.

Splendida Varanasi

 

09.08.2005 – Martedì – 14° giorno

Varanasi – Sarnath – Varanasi

Sveglia di buon ora con partenza alle 05:30 per la “crociera” sulla madre Ganga. La luce di Varanasi è indescrivibile, ed è illuminata dalla sacralità delle abluzioni mattutine.

Magica Varanasi.

Si potrebbero spendere mille parole per cercare di descrivere tutto quello che si vede in quelle due ore, ma anche in questo caso non si riuscirebbe, perché non si usano solo gli occhi per vedere, è un tumulto vorticoso di sensazioni e distaccamento mistico dagli altri per immergersi, per piccoli ma intensi istanti, nel tutto, avvolti dalla madre Ganga, in una continua rinascita, in una continua trasformazione. In questi pochi attimi si è tutt’uno con il mondo, ma si è anche in quella solitudine armoniosa del ricongiungimento con il tutto. Sono solo pochi attimi, incommensurabili, sempre vividi, indimenticabilmente trascendenti.

Varanasi, la città senza tempo.

Ci perdiamo per i ghat, per le viuzze, ci godiamo una distensiva e rinfrancante lezione di yoga, per poi raggiungere Sarnath, signore dei cervi.

La leggenda narra che in una vita precedente il Budda fosse un cervo e vivesse in questa foresta; a Sarnath pronunciò il suo primo sermone esponendo ai suoi cinque discepoli il dharma, la dottrina delle quattro nobili verità e dell’ottuplice sentiero che porta al dissolvimento della sofferenza e conduce al Nirvana, all’illuminazione.

Il posto evoca sacralità e misticismo, come se il vento, sfiorando gli alberi tutt’attorno, cantasse in un perpetuo e silenzioso soffio, la dottrina del dharma.

Verso le sette di sera ritorniamo a Varanasi per assistere alla Puja, la preghiera della sera, al Dasaswamedh Ghat, le cui scalinate brulicano di gente, che con pacifica sacralità prendono parte alla preghiera. Alla fine e durante tutto il corso della preghiera vengono accesi dei lumini di buon auspicio e posati nelle spesse acque della Madre. Il tutto è avvolto dal mistero del soprasensibile nulla assoluto, in sospeso fra la terrena fragilità dell’uomo, fatto di carne e la porta verso l’assoluto.

Dopo questa fortissima emozione, compriamo 2 kg di dolci, che non assaggeremo mai e che vorrei avere qui in questo momento, e, armati di una bottiglia di acqua ciascuno, andiamo a cena a casa di Pandit. Mi ha davvero riempito il cuore di emozione e felicità, la tenerezza con cui Niwas ha coccolato la sua mucca sacra Ganga.

 

10.08.2005 – Mercoledì – 15° giorno

Varanasi – Kolkata

Con il tempo che ci resta, visitiamo il Nepali temple e il tempio d’oro, perdendoci ancora nel dedalo di vicoli e stradine, cercando di godere la città fino all’ultimo, non ancora pronti per il distacco, ma è ora di andare, il nostro tempo, per il momento, è finito.

Vorrei rimanere ancora, ma so che se anche restassi per anni, non appena dovessi ripartire, Varanasi sarebbe lì, a chiamarmi, con la sua voce impercettibile, ma sempre presente, con il suo eterno fascino e con il brusio della Madre Ganga, la porta verso il paradiso.

Siamo alla stazione di Varanasi, inspiegabile nel suo genere, aspettiamo il treno che ci porterà a Kolkata, e la malinconia ci avvolge, come se lasciassimo una parte di noi nella città eterna.

Inspiegabile Varanasi.

 

11.08.2005 – Giovedì – 16° giorno

Kolkata – Bhubaneswar

Arriviamo a Kolkata al mattino verso le 9:00, lasciamo i bagagli al deposito della stazione, dove si possono lasciare solo con un biglietto di transito, e mi reco alla Swosti Travel per cercare di organizzare il pernottamento nelle famiglie ed un’escursione al Sunerbans Wildlife Sanctuary, ma inutilmente, purtroppo non mi rimane tanto tempo e corro velocemente alla stazione.

Nel primo pomeriggio prendiamo il treno che ci porterà in Orissa, dove arriveremo verso le 21, attesi da un interessante e fascinoso uomo di mezza età, l’antropologo Shrikant Mishra, che ci ha prenotato l’albergo e la cena.

 

12.08.2005 – Venerdì – 17° giorno

Bhubaneswar – Chilka Lake – Ragayada

Partiamo alle 6:30, dopo aver conosciuto Malaica, una coordinatrice di Avventure, in India per mettere a punto un nuovo itinerario etno – socio-culturale a stretto contatto con le tribù locali. Il suo viaggio propone la conoscenza di queste popolazioni e delle ONG che le aiutano, per poter dipingere un quadro completo della situazione socio-politica di questa realtà all’interno dello stato Indiano.

Sulla strada ci fermiamo ad apprezzare il Durga Temple, anche aiutati dalle esaustive spiegazioni di Mr. Shrikant. La vegetazione è rigogliosa e dopo qualche ora raggiungiamo la laguna, il Chilka Lake, dove faremo un’abbondante colazione, perdendo il nostro sguardo nel più grande lago salmastro dell’Asia.

La vegetazione si fa sempre più intricata, in una miscellanea incredibile di piante sconosciute, come le verdure che ci vengono servite per pranzo, di insetti nuovi, che si uniscono alle instancabili mosche e agli animali purtroppo solo percepibili.

Visitiamo il nostro primo villaggio della tribù dei Kondhs, di sfuggita, senza ancora comprendere davvero l’intensità del contatto, forse senza riuscire a viverlo. Le parole di Shrikant ci raccontano di un mondo fiabesco, immaginato solo nella nostra infanzia, dove ci sono popolazioni che praticano ancora sacrifici di sangue di bufalo, lontano ricordo di quelli umani. In lontananza scorgiamo una pala molto particolare, da cui si estrae l’alcool, è la pianta della tribù, nessuno deve toccarla.

Fra le tribù, l’etnia dei Kondhs è quella più numerosa; essi fanno parte del ceppo dei Proto Australoidi; la vicinanza con centri urbani sviluppati ha purtroppo già contaminato la cultura di queste etnie, che un tempo utilizzavano ancora il baratto. Per una descrizione più accurata delle tribù e delle loro particolarità inserisco al fondo l’articolo di Gian Carlo Banfi scritto in collaborazione con l’antropologo Shrikant Mishra.

Arriviamo a Ragayada solo in tarda serata, giusto il tempo per una doccia veloce ed una cena sempre troppo copiosa.

 

13.08.2005 – Sabato – 18° giorno

Ragayada – Tribù – Jeypore

Oggi e la giornata seguente sono quelle ricche di forti emozioni, di mille domande sulla correttezza della nostra visita, sulla paura della contaminazione, sulle riflessioni in riguardo alle scelte discutibili dello stato indiano nel confronto di queste popolazioni. Senza Srikant, questa visita sarebbe stata un inconcepibile “safari”, che non ci avrebbe lasciato così tante domande.

Sveglia alle 5:30 e partenza alle 6:00, per raggiungere i Dongria Kondhs, che vivono nei pressi di Bisamkatak sulla catena delle colline Niyamgiri. Scendendo dal pullman raggiungiamo subito il primo villaggio nel quale quest’anno si è tenuto il sacrificio principale di sangue alla madre terra rappresentata da un totem con due seni e poli decorati. Qui tutti i clan si sono riuniti, attorno al recinto di canne di bambù creato per l’evento, così come per l’evento è stata costruita la casa dove si è tenuto il sacrificio, quella tutta decorata con triangoli colorati. Esiste un concilio di clan che si riunisce ogni anno per decidere in quale villaggio si farà il sacrificio.

Proseguiamo a piedi in mezzo alla fitta vegetazione della campagna circostante per raggiungere il secondo grande villaggio. Prima di giungere al confine ideale, troviamo una lingua di cemento; Srikant ci spiega che in occasione del grande censimento che ha coinvolto tutta l’India, il governo, per far vedere che teneva alle etnie locali, ha cercato di portare alcuni aspetti della “civilizzazione” a queste popolazioni. Il governo però non vuole comprenderle fino in fondo, vuole solo scaricarsi la coscienza e ha fornito loro il telefono, quantomeno inutile, visto che non lo sanno nemmeno usare, i pannelli solari, sempre più inutili ed infine questa strada cementata, che oltre a non servire, in quanto queste popolazioni utilizzano strade secondarie in mezzo alla foresta per andare da un posto ad un altro, creano danni in quando non danno la possibilità al terreno di assorbire il monsone. Ciò che servirebbe a queste popolazioni sono delle cure mediche, aiutandoli con medicinali e non lasciandoli morire di malaria o di meningite o solo per una gamba spezzata. In questo villaggio non avrei mai voluto vedere gli occhi di una madre rassegnati, in attesa della morte di lei e del suo bambino, una morte evitabile, un decesso che sarebbe arrivato entro la settimana, per la malaria. Tutti i fiumi di parole che vengono sprecati dalle associazioni governative in libri sui diritti di queste etnie, non sono riusciti a raccogliere nemmeno un soldo per dar loro un poco di clorochina. Arriveremo a Jeypore e compreremo i farmaci per questa donna, ma ne abbiamo salvata solo una, gli altri?

Scendendo, grazie alla presenza di Malaica, ci fermiamo in visita ad una scuola, sovvenzionata dal governo, ma gestita da personale non governativo. I bambini sono di tutte le età e provengono delle tribù. Tutti indossano una divisa per evitare che ci siano distinzioni di casta. Torniamo piccoli, ci divertiamo a cercare di comunicare con loro, a rispecchiare i loro visini incuriositi, a giocare con loro.

Procediamo nella lunga strada verso Jeypore e ci fermiamo lungo la strada in un villaggio di Desia Kondhs. La denutrizione è visibile nella ventre gonfio dei bambini, certi impauriti, altri straniti, altri davvero incuriositi e felici; giochiamo con loro, in un sottile stato di felicità misto a sconforto.

 

14.08.2005 –Domenica – 19° giorno

Jeypore – Bondas’ Market – Jeypore – Ragayada

Oggi partiamo alle 6:30, per raggiungere il mercato. Qui troviamo le donne delle tribù Bondas, probabilmente le più primitive, che scendono dalle remote colline in cui vivono per vendere il frutto del loro sudore. Queste donne sono splendide, minute, hanno gambe sottili e ben tornite e il corpo è ben visibile dai loro abiti succinti costituiti da semplici collane di perline, da bracciali ed ornamenti vari e dai ringa, minuscoli gonnellini di stoffa tessuti da loro stesse al telaio; al collo portano larghi e grossi collari in bronzo e alluminio e per raggiungere il mercato indossano anche una corta mantellina. La testa rasata fa risaltare gli stupendi lineamenti del loro incisivo viso e viene anch’essa ornata di coloratissime perline.

I frutti che vendono sono solo un vivace sfondo a questo splendido mondo, dove si gusta la quotidianità; cerchiamo di dialogare, con semplici gesti, intensi sguardi ricchi di curiosità e stupore; è l’India tribale che si mischia con il grigio occidente, per lasciare ancora una volta il segno indelebile del suo passaggio.

Ed eccolo di nuovo, il monsone, ci sorprende, mentre estasiati guardiamo quel brulicare incessante di trattative; mi lascio inondare il corpo di quella rinfrescante parentesi, alzo la testa al cielo e copiosamente bevo, come se fossi tornata alle origini, sento il mio corpo inzupparsi farsi un tutt’uno con la Natura, la sensazione è quella di quando ero bambina.

Verso pomeriggio, sulla strada per tornare a Ragayada, visitiamo un villaggio pieno zeppo di bambini, ed ecco nuovamente la magia dell’India. Siamo di colpo assaliti da un’orda di meravigliosi bimbi curiosissimi e simpaticissimi che si continuano a far fare fotografie, ridendo, scherzando, incuriositi per lo strano marchingegno. Passiamo delle ore stupende, davvero magiche, respiriamo la loro ingenua curiosità, giocando e dialogando, con pochi gesti, con la rara magia de loro genitori.

 

15.08.2005 – Lunedì – 20° giorno

Ragayada – Konark

Ed ecco che dobbiamo ripartire, lasciando questo mondo magico, per tornare all’India “civile”, per ritornare al nostro amatissimo treno.

Le 12 ore di bus sono davvero tante, davvero pesanti, anche perché le strade sono incredibilmente dissestate, ma nel tragitto abbiamo modo di ripercorrere con la mente, perdendo il nostro sguardo nel verdeggiante orizzonte, quelle magiche emozioni che ci ha regalato quel fugace contatto con persone così differenti.

Arriviamo a Konark a notte fonda, accompagnati da Shivu, il gentilissimo aiutante di Srikant.

Una cena di compleanno ci ricorda che fra pochi giorni il viaggio sarà terminato.

 

16.08.2005 – Martedì – 21° giorno

Konark – Puri – Kolkata

Oggi ci svegliamo con più calma, per andare al mare.

Ed eccolo, l’oceano indiano del golfo del Bengala, con le sue enormi onde bianche e spumeggianti, con il suo intenso sapore, con una spiaggia che si perde fino a sbiadire nell’infinito e i cammelli, attorniati da gente che beve il rinfrescante nettare del cocco ancora verde.

Ci immergiamo e subito una folla prettamente maschile si avvicina; l’esperienza di tutte le ragazze del gruppo può riassumersi in “modella per un giorno”!!!

Dopo questa simpatica parentesi ed una doccia, visitiamo il tempio del sole di Konark… sotto un rinfrescante monsone!

Il magnifico tempio del sole, fatto costruire dal re Narasimhadeva nel tredicesimo secolo, è il culmine dell’architettura dei templi dell’Orissa ed uno dei più sbalorditivi monumenti religiosi al mondo. L’intero tempio è stato disegnato sotto la forma di un colossale carro, che porta il dio del sole, Surya, attraverso i cieli. Il poeta Rabindranath Tagore scrisse di Konark “qui il linguaggio della pietra supera il linguaggio umano”, ed è vero, come tutte le sensazioni in India, anche questo incredibile capolavoro non è descrivibile con le semplici parole umane.

Lasciamo Konark e raggiungiamo Puri, costeggiando l’oceano e le bianche spiagge.

Puri è uno dei quattro dham, i luoghi di pellegrinaggio hindu più sacri dell’India. Secondo i buddisti, Puti è il luogo in cui fu nascosto il dente di Budda trafugato a Kandy, Sri Lanka.

Il luogo principale è il grande Jagannath Mandir, al cui interno non si fa nessuna distinzione di casta, ma al quale si accede solo se si è hindu. All’interno, nel jagomohan, o sala riunione, centrale vi sono le statue di Jagannath, Signore dell’universo ed incarnazione di Vishnu di suo fratello Balbhandra e della sorella Subhadra, All’esterno del tempio vi sono numerosissime bancarelle che ne vendono le ricostruzioni. Più che dei sembrano una rivisitazione indiana dei personaggi di South Park, tutti e tre inghirlandati e con i grossi occhioni. Per poter ammirare almeno dall’alto il tempio siamo entrati in una splendida biblioteca e abbiamo lasciato una donazione obbligatoria.

Il buio della sera ci dice che è venuta l’ora di salire sul nostro ultimo treno…

 

17.08.2005 – Mercoledì – 22° giorno

Kolkata

Arriviamo alla stazione di mattina presto, scendiamo dal nostro ultimo treno, con tutti le sue “comodità”, indimenticabile compagno di viaggio. Proprio ora lo dobbiamo salutare, quando iniziavamo a goderne la vitalità.

All’esterno grandi file di taxi gialli e sullo sfondo, l’imponente modernità dell’Howra Bridge.

Entriamo in Kolkata ed una volta in albergo iniziamo a perderci in questa modernissima città indiana, che lega la sua storia all’arrivo degli inglesi.

Non una mucca, pochi tuk tuk, tanti taxi gialli; forse è l’anticamera dell’occidente…

Prendiamo la metropolitana per raggiungere Kalighat, da cui deriva il nome della città; la sua atmosfera è pesante, cupa, si respira ancora l’anima degli animali sacrificati la mattina alla dea Kali. E’ uno dei luoghi sacri più importanti dell’India per i seguaci della dea Kali, ma non evoca certamente sacralità.

Giriamo l’angolo per visitare l’Hospital for the Dying Destituite di Madre Teresa. L’ospedale non presenta delle porte di ingresso, si accede direttamente in un salone dove i malati vengono accuditi, coccolati, nutriti, e curati, per quello che ancora si riesce a fare, da ragazzi come noi, volontari, che dedicano la loro vita ad alleviare dalle sofferenze questa povera gente. Non sono riuscita a resistere, sono scappata subito a fare un’offerta alla Madre Superiora e poi sono uscita, annegata in un disarmante silenzio, il cuore spezzato per l’inutilità della mia condizione di fronte a tutto questo, singhiozzando in silenzio, non riuscendo a comprendere perché tutto questo debba esistere, perché devono ancora esserci persone che muoiono di fame, di stenti, di miseria, di povertà, nell’assurdo sconforto di non essere capace di regalare loro anche solo un semplice sorriso, di fronte alla contraddizione fra il consumismo più bieco e la povertà più assoluta. Negli occhi di questa gente, in fin di vita, tanta serenità e la contentezza di poter essere accompagnata al paradiso da persone davvero incredibili.

 

18.08.2005 – Giovedì – 23° giorno

Kolkata

Oggi visitiamo la casa madre di Madre Teresa, a cui lasciamo offerte e poi andiamo a lasciare i vestitini, i pastelli, i giocattoli e le medicine all’Orfanotrofio.

I bimbi sono bellissimi, giochiamo con loro, anche se è difficile, alcuni sono vittime di malformazioni, altri sono denutriti, altri, come Jaja, hanno la tristezza nel cuore, una tristezza che nasce dall’amara certezza di non poter avere l’amore di un genitore, perché sei davvero troppo grande, nella fredda certezza che quei signori che adesso ti coccolano, ti fanno giocare, ti parlano incuriositi, prima o poi se ne andranno e ti lasceranno con la tua solitudine, con quella scatola di amore, con cui ogni bambino dovrebbe crescere e convivere, terribilmente vuota, di un vuoto incolmabile e insopportabile.

Mille pensieri ci annebbiano la vista, in una Kolkata così moderna, ma così contrastante, dove la ricchezza e la povertà viaggiano davvero a stretto contatto, dove la sporcizia delimita il territorio della miseria, dei paria, delle persone davvero misere.

Camminiamo per la città, ripercorrendo l’Howra Bridge, per la zona del Bara Bazar, visitiamo la Nakhoda Masjid, vediamo il Marble Palace fino a perderci nella casa di Rabindranath Tagore, oggi dedicata allo studio delle arti, della musica, del teatro e della pittura, assistendo magicamente ad una lezione di danza.

Ma le emozioni non sono finite, la sera decidiamo di andare al cinema, di vedere uno di quei colossal di Bollywood, Mandal Pandey, di ambientazione storica.

 

19.08.2005 – Venerdì – 24° giorno

Kolkata – Delhi

Abbiamo una mattinata per gustare ancora un poco d’India, prima che gli aerei ci portino a destinazione.

Ci svegliamo di buon ora e ci facciamo accompagnare da un taxi all’Howrah Bridge, sulla destra notiamo la stazione… il ponte, eretto nel 1943 con un progetto avveniristico che consiste in una sola arcata ampia circa 650 metri, è il più affollato al mondo e lo si sente vibrare sotto i propri piedi. Poco più avanti al di sotto, si staglia il meraviglioso e coloratissimo mercato dei fiori, dove l’India conosciuta nel nostro viaggio, diventa ancora più incredibile, in una commistione di avveniristica modernità e di tradizioni religiose. Lo spettacolo è magnifico e non bastano le poche ore che gli dedichiamo. Saltiamo su di un taxi per correre a vedere il Great Banjan Tree, entrato nel guinness dei primati come pianta più grande al modo, nel rilassante ed estesissimo Botanic Garden. Questo albero ha più di 240 anni, il ramo più alto misura 24,5 m, con una circonferenza di 420 m!

Purtroppo dobbiamo salutare Kolkata, per arrivare all’aeroporto di Delhi, con la sua folle burocrazia e qui salutare l’India.

20.08.2005 – Sabato – 25° giorno

Delhi – Frankfurt – Italia

A Frankfurt Matteo vaga disperato, con la tristezza nel cuore, per aver terminato un così grande viaggio. Tutti noi sappiamo che non potremmo che raccontare una piccola parte di quell’incredibile esperienza che è l’India, purtroppo sempre banalizzandola.

Ciò che sicuramente non dimenticheremo mai è la gente, con i loro sorrisi, la loro invadenza, la curiosità, la tristezza, la povertà e la ricchezza, con i loro sputi catarrosi, con il loro cibo gustato e offertoci in treno, con lo sconforto, con la rassegnazione, con la felicità, con tutto ciò che è India.

Ciò che sappiamo anche è che questa esperienza ha legato indissolubilmente delle persone che prima non si conoscevano, con il legame dell’India, con la consapevolezza che comunque noi fossimo, una parte di noi è rimasta là, ed una parte di noi, è diventata India, quella parte che rivive quell’esperienza anche qui, a Torino, in Italia, quell’esperienza che ci ha donato la possibilità di vedere un poco oltre alle cose, di sentirle, di apprezzarle.

Una piccola parte di questo paese vivrà sempre con noi, in contrasto ed armonia con la nostra anima, lasciandoci di questo viaggio un ricordo davvero unico ed indelebile.

 

 

Ferdinand de Lanoye disse: “Vi sono mille porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscirne”

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