Kamchatka Trek – di Elena Grobberio

E’ dai tempi di Risiko sapevo che prima o poi avrei messo piede in questa terra remota.

Ne parlo così bene a Valeria e Roberta che anche loro non vedono l’ora di prender parte a questo viaggio.

Il coordinatore manca ma, esprimo la mie intenzione al carissimo e valoroso Massimo che non si lascia scappare l’occasione di accompagnarci così il viaggio prende forma e si crea in un batter d’occhio.

9 baldi giovani alla scoperta di questo luogo dal nome quasi impronunciabile

Kamchatka, una penisola selvaggia e sconfinata nell’estremo Est della Siberia, un luogo affascinante e scarsamente popolato dall’uomo, una terra di orsi e di vulcani.

Le montagne della Kamchatka si affacciano all’Oceano Pacifico con più di cento vulcani “attivi”. E’ una penisola grande come l’Italia ma abitata da appena 300 mila persone.

Si trova nell’estremo oriente della Russia, è lunga più di 1.200 chilometri e larga 500 nel suo punto di massima estensione.

E’ una regione bellissima: è formata da una grande vallata, intersecata da decine di fiumi, piena di geyser e circondata da una corona di più di 300 vulcani di cui 25 sono ancora attivi.


I suoi fiumi sono così ricchi di salmone, che «camminare sull’acqua non sembra così impossibile».

Le sue foreste sono piene di orsi giganti, pecore delle Montagne Rocciose e falchi, e sulle coste ci sono moltissimi granchi giganti.

Parte della sua bellezza deriva anche dal suo isolamento.

Per arrivare a Mosca dalla Kamchatka serve un volo aereo di nove ore.

I trecentomila abitanti sono tutti concentrati in tre città nel sud della penisola, mentre il resto dei paesi sono sparsi per la regione, spesso a giorni di viaggio l’uno dall’altro.

Un’unica strada di circa 500 km taglia in due questo lembo di terra dunque per esplorarla è necessario il camion 6×6 messo a disposizione dall’agenzia.

Già dal primo giorno di viaggio intuisco che qui ci lascerò il cuore.

BAIA DI AVACHA

Usciamo con un cabinato dalla Baia di Avacha (situata davanti alla capitale Petropavlovsk) per raggiungere il mare aperto.

Lungo il percorso immaginiamo di vedere dal mare i vulcani che dominano il paesaggio perché ahimè, il tempo è pessimo oggi.

In breve cominciamo a respirare l’atmosfera e la natura dell’Oceano, circondati da migliaia di uccelli marini tra cui pulcinelle di mare, urie, cormorani.

Ora però ci attende un potente e gigante camion 6×6 che, con l’autista Andrej ci condurrà alla scoperta del Paese.

VULCANO MUTNOVSKY
(2323 mt)

Il primo campo lo piantiamo ai piedi del Vulcano Mutnovsky dove arriviamo passando enormi cumuli di neve.

Stupenda la scenografia che mi trovo davanti, questo luogo è da fine del mondo!

Sotto di noi il ghiacciaio e davanti la vetta del Vulcano il quale fumo incornicia uno sconfinato cielo azzurro. Poesia pura.

L’ascesa al vulcano sarà lenta per ammirare appieno ogni scorcio.

Una volta arrivati in vetta mi lascio riscaldare dalle tante fumarole che si alzano al cielo e vengo inebriata da soffioni e forte odore di zolfo che si espande tutt’intorno.

Durante la discesa guardo sconcertata i tipici Giapponesi pieni di soldi, arrivati fino al punto “ics” con la motoslitta ed ora giacciono comodamente seduti su poltroncine, intenti a comandare i droni che vengono sapientemente diretti verso la cima del Vulcano così da poter poi guardare con i loro occhi ciò che le loro game non gli hanno permesso di andare a vedere. Mah….

Distolgo subito sguardo e pensiero da questi moderni viaggiatori, la cascata che scende a valle e si infrange sul ghiacciaio sottostante richiama la mia attenzione ed io mi lascio stupire da tanta grandiosità.

VULCANO GORELY (1.829 mt)

L’ascesa al Vulcano Gorely avverrà con il classico “Kamchatka weather” ovvero, nebbiolina e pioggerella tanto che una volta arrivati in vetta dovremo “lavorare di fantasia” per vedere il turchino lago che ricopre il vasto cratere.

Non ci resta che scendere giù di corsa in valle per poi procedere con il camion attraverso cumuli di neve e sterpaglia fino a trovare il posto giusto per allestire il prossimo campo.

Io e la Vale ci siamo incantate un attimo ed ora i nostri amici hanno già montato le tende mentre noi vaghiamo in mezzo ai bagnati arbusti per cercare il posto perfetto per sistemare la nostra bella “casetta” ma qui è tutta una gobba, mi sa che stasera si dormirà male. Noi però ci facciamo una risata, tanto riusciamo a dormire anche sui sassi.

VULCANO AVACHINSKY
(2.741 mt)

Sistemati in un comodo alloggio, alle pendici del Vulcano Avachinsky ci godiamo l’atmosfera nel giorno che precede la festa più importante del Paese dove si festeggiano i tanti vulcani presenti in questa penisola.

Gli abitanti accorrono da tanti angoli del Paese per bere, in primis, mangiare e poi risalire il mitico Vulcano.

Noi non vediamo l’ora ed il giorno precedente ci scaldiamo le gambe risalendo una vetta nelle vicinanze.

All’alba siamo pronti per l’ascensione più spettacolare del viaggio, che ci porterà sulla vetta del Vulcano Avachinsky.

Alle 7 parte la corsa di skyrunning, il parterre pullula di sportivi più o meno in forma.

Sasha, la nostra guida ci procura i pettorali con i numeri dunque, una volta indossati non ci resta che partire.

Gli atleti che puntano alla vittoria volano verso la cima e noi procediamo talmente spediti (?) che Sasha di tanto in tanto ci esorta ad uno stop.

Io sono quella che maggiormente vengo redarguita in quanto detesto le soste forzate. Io non mi fermerei mai mentre lui ha evidentemente necessità di fermarsi. Vecchio lupo… eh eh eh

Dice di non aver mai trovato un gruppo così veloce. Io mi adeguo agli ordini impartiti.

Scalpito ad ogni sosta e non freno il mio andare se non dopo aver sentito l’eco della sua voce che grida: Elena, stoop!

Di fianco a noi appare l’imponente Vulcano Korijakskij. E’ così bello che mi par di esser davanti all’Everest.

Risaliamo il sentiero sassoso in mezzo ad una moltitudine di ragazzi, signori e bambini che avanzano più o meno allegramente.

Ci sono superdonne truccatissime con jeans attillati e scarpette alquanto inadeguate, uomini con mimetiche ed anfibi. C’è di tutto e di più.

Alcune signorine vengono letteralmente trascinate per mano da uomini alcuni moolto carini ed io e la Vale ci “facciamo gli occhi”.

Taluni salgono a suon di musica portando in spalla grandi radio.

In mezzo a questo pour pot-pourri di gente saliamo allegri consapevoli della maestosità del paesaggio che ci circonda.

Ultimo tratto ripido da percorre tenendosi stretti ad una corda ed eccoci arrivati, in men che non si dica.

La gioia di esser quassù è immensa e ci abbracciamo felici. Sul pettorale viene scritto il tempo impiegato.

Guardo il viso di Sasha percepisco che è fiero di noi, meno male, se solo non fosse che ci obbligava a degli stop forzati, vedevi tu come li sistemavamo sti Russi, ah ah ah.

Il cratere sommitale di lave color rosso fuoco, tappato da ossidiana nera e fumante ci rapisce e noi ci perdiamo dentro a questi fumi, circondati da una moltitudine di gente che onora nei modi più disparati questo bellissimo momento.

LAGO KURIL

Un volo in elicottero di 300 km ci permette di sorvolare questo incantato paese per raggiungere all’estremo sud a circa un migliaio di chilometri dal Giappone il Lago Kuril, un lago caldera.

Ogni anno, da Luglio a Settembre, è teatro della risalita dei salmoni “red” rigonfi di uova che dall’oceano nuotano fino alle sorgenti dei piccoli torrenti affluenti al lago dove essi sono nati.

Qui decine di Orsi Bruni popolano le foreste adiacenti le rive del lago e dei torrenti richiamati da un’enorme quantità di pesce.
Cibo in abbondanza ricchissimo di grasso, utile riserva calorica per il prossimo rigido letargo invernale.

Va in scena così uno dei più affascinanti spettacoli che la Natura ci regala. Kobalan (così si chiama l’orso nel linguaggio locale) è l’attore protagonista di questa storia ambientata in un mondo perduto ed irraggiungibile dove il tempo è scandito soltanto dai ritmi costanti e ripetitivi di quel meraviglioso ecosistema Patrimonio dell’Umanita

Prendiamo la barca e costeggiamo le spiagge di questo lago caldera e mi commuovo alla vista di questi grossi orsi a caccia di pesce.

Spesso e volentieri sono costretta a fotografare la faccia demoralizzata di questi enormi orsi dovuta alla mancata presa del salmone ma, rimbomba ancora nelle mie orecchie il forte crack che rompe il silenzio ogniqualvolta l’orso riesce a sbranare il povero pesce che comunque è grande e coloratissimo.

Saranno dolori poi quando l’elicottero, durante il volo di rientro ci fa fermare in un lago dove avrò modo di indossare il mitico costumino rosso brillante per immergermi nelle ustionanti acque di almeno 45°.

Ma, siamo impazziti? Fuori subito da qui, altrimenti mi sciolgo.

A bordo del potente camion, nostro intrepido autista Andrej ci condurrà ora al Nord in un lunghissimo viaggio lungo l’unica strada in terra battuta e ghiaia che attraversa la Kamchatka da sud a nord per oltre 600 chilometri.

E’ una strada che non ha congiunzioni con altre strade verso la Siberia (la Kamchatka è di fatto isolata dal reso della Russia e non è raggiungibile via terra).

Andrej ci guida con maestria attraversando ruscelli e zone paludose con estrema facilità e disinvoltura. Ed il viaggio prosegue tra un rigenerante bagno in una sorgente calda ed un lauto pranzo a Milkhovo (un villaggio di 8900 abitanti a 300 chilometri a nord di Petropavlovsk).

La strada attraversa una fitta foresta di betulle nel centro della Kamchatka, tagliando in due la valle formata tra la catena di vulcani presente ad est ed i monti presenti ad ovest.

Dopo aver attraversato l’immensa foresta talvolta schiacciata da fiumi di lava a seguito di massicce eruzioni di Vulcani e, non prima di esserci fermati a tagliar legna per il fuoco della sera, il camion inizia ad avanzare su un suolo lavico dove la vegetazione sparisce gradualmente.

Raggiungiamo infine il luogo dove verrà eretto il campo base, luogo di partenza per i prossimi trekking.

La zona è chiamata “foresta morta”.
Qui svettano esili fusti di migliaia di alberi che sono stati uccisi all’istante dalla nube ardente, ad oltre 1000 gradi centigradi, lasciando solo scheletrici tronchi

In molti casi, quel che emerge al suolo è soltanto la parte superiore dell’albero morto in quanto, a seguito dell’eruzione, si sono depositati al suolo ceneri e detriti, dello spessore che può raggiungere i sei metri.

Risaliamo oggi fin sulla bocca di un cratere, camminando su materiale vulcanico contenente varie sostanze che trasformano il suolo in un mosaico coloratissimo.

Arrivati sulla sommità, al suolo sono presenti piccole fessure da dove fuoriesce un leggero flusso di aria calda. Qui, si rischia di fondere gli scarponi, attenzione.

VULCANO TOKBACHIK (3.682 m)

Finalmente, dopo un giorno di mega trekking su un fiume di lava ancora fumante, è arrivato il giorno del Vulcano Tolbachik.

Partiamo che il tempo è pessimo ma io sono molto fiduciosa ed infondo sicurezza al gruppo che si lascia entusiasmare nonostante la pioggerella ed il cielo interamente coperto.

Camminiamo silenziosi tutti in fila, intorno a noi il bianco assoluto ma dopo alcune ore fortunatamente il cielo si pulisce e la vista spazia tra il ghiaccio misto e detriti vulcanici di varia natura.

Davanti a noi svetta l’imponente cima del Vulcano che noi ammiriamo a bocca aperta ma, meglio procedere, ne abbiamo ancora di strada da fare.

Dopo alcune ore raggiungiamo finalmente quota 2.850 mt da dove si apre davanti ai miei occhi una vista spettacolare, il cratere del vulcano Tolbachik con un diametro medio di oltre un chilometro e mezzo ed una profondità di 500 metri.
Al suo interno “cola” il ghiacciaio Shmidt.

Saliamo ancora un centinaio di metri fino ai bordi del cratere, il cielo è azzurrissimo e davanti a me la vista sul coloratissimo cratere è mozzafiato

Il panorama dal Vulcano è grandioso e spazia su diversi grandi vulcani presenti intorno.

Scende ora il sipario di questo sorprendente viaggio che mi ha permesso di apprezzare questo stupendo angolo di paradiso ancora selvaggio, lontano da tutto e da tutti.

Gruppo top il nostro che non si è affatto lasciare scoraggiare in nessun momento, nemmeno quando in mezzo alla foresta siamo stati assaliti da miliardi di zanzare che, se rimanevamo ancora un po’ là ci avrebbero mangiati vivi, ah ah ah.

Torno in Italia con gli scarponi consumati ma le mie gambe non si sarebbero fermate davanti a nessun Vulcano.

Con la fantasia che mi contraddice danzo da una vetta all’altra e non mi importa del meteo, ogni condizione è buona per il mio animo avventuroso e corro libera e senza meta in questa lussureggiante e selvaggia terra.

Forse l’orso riuscirebbe a fermarmi ma io credo che se lo incontrassi gli farei l’occhiolino e diventeremo amici, eh sì!

Grazie mitico gruppo di Avventure e grazie Kamchatka per tutto ciò che è stato!

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