Vietnam, Laos, Cambogia

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01.08.2006 – Martedì – 1° giorno

Italia – Cairo – Bangkok

Potrei non dire molto di questa giornata passata fra un aeroporto e l’altro, ma per me il viaggio inizia non appena arrivo all’aeroporto a fare il check in.

Eccomi, alle 6:00, in perfetto orario, incontrare Federica; ha sonno quanto me, è già stravolta, anche se dobbiamo affrontare tutte quelle ore di volo!

Iniziamo a raccontarci mille esperienze di viaggio e non solo, facciamo subito amicizia, ma ogni parola, ogni frase detta, alimenta sempre più la curiosità nella conoscenza degli altri ragazzi.

Incontriamo Riccardo, Tania e Emanuela a Fiumicino, prima degli altri e alle 14 siamo già quel bel gruppetto che appassionatamente girerà per l’Indocina per ben 27 giorni!

Poi arriviamo al Cairo… Ma che aeroporto! E’ incredibile, sempre di rimanere davvero prigionieri nella terra di nessuno; cogliamo l’occasione per eleggere Claudia come nostra cassiera, per aprire la cassa e per discutere un poco l’itinerario – o meglio, esporre l’itinerario!!!

 

02.08.2006 – Mercoledì – 2° giorno

Bangkok

Arriviamo nel primo pomeriggio a Bangkok, dopo una lunga e quanto meno interminabile nottata in aereo.

Passiamo il controllo passaporti per il visto, che non si paga e subito a prendere i bagagli.

Io cerco subito un cambio, tanto il tasso è quello interbancario.

Cerco di andare a confermare i biglietti della Bangkok Airways per la tratta Luang Prabang – Bangkok, prenotati su internet sabato pomeriggio, previa accettazione di tutti i personaggi, ma non vogliono accettare i miei soldi, preferiscono estendermi la preprenotazione fino al giorno prima… Meglio! Almeno abbiamo più tempo per pensare se vogliamo davvero prendere l’aereo!

Cerco gli uffici della Egypt Air, ma sono momentaneamente chiusi, quindi effettuo la riconferma dei voli direttamente in hotel.

Usciamo dall’aeroporto già stremati (stanchi, stanchi e non abbiamo ancora fatto niente!!!) e andiamo subito a prendere il primo mezzo pubblico che ci porta in centro città, un fantastico treno di terza categoria; all’interno troviamo di tutto, galline, buste della spesa e mille sorrisi della gente che ci guarda un poco stranita.

Il nostro albergo è vicino alla stazione, in posizione strategica per la levataccia dell’indomani.

La stazione di Hualamphong è uno dei primi e più rilevanti esempi di struttura art decò thailandese, costruita da architetti e ingegneri olandesi poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale.

Ci ritiriamo in albergo e ci diamo appuntamento alle 20:00 per la prima vera cena di gruppo.

Io esco con Laura per una prima visita della splendida Bangkok, per iniziare ad assaporare l’estremo oriente.

Ci perdiamo fra i vicoletti del mercato di China Town; c’è davvero di tutto, ma ciò che attira di più la nostra curiosità è la varietà e la stravaganza del cibo che si trova appeso ovunque, bollito, fritto, cotto in qualunque maniera in mezzo alle variopinte bancarelle che vendono, almeno così sembra, generi commestibili.

Bisognerebbe provare di tutto, avere davvero il coraggio (perchè è così che si chiama!!!), di rimpinguarsi sgranocchiando chissà cosa!

China Town è una meraviglia, merita davvero una visita, anche veloce, ma ci si deve andare!

Visitiamo anche il Wat Mangkon Kamalawat, uno dei più vasti templi di Chinatown; all’interno si respira un’atmosfera di quiete spirituale e i sorrisi dei monaci sono un invito davvero unico alla visita di questo tempio.

La sera ci ristoriamo in un grande e pulitissimo ristorante di China Town, non ancora pronti, o almeno non del tutto, a divorare cibarie varie attorno ai tavolacci di una bancarella di mercato.

C’è chi ha la forza di andare a Pat Pong, ad ammirare la vita notturna, chi, come me, si ritira, sprofondando nel tanto desiderato letto!

03.08.2006 – Giovedì – 3° giorno

Bangkok – Aranya Pratet – Poipet – Siem Reap

Oggi levataccia! Alle 05.55 parte il treno per Aranya Pratet, frontiera Thailandia – Cambogia.

L’appuntamento è alle 5:30 alla stazione; io infatti ci vado prima a far la fila per prendere i biglietti.

Il treno è simile a quello preso il pomeriggio precedente, di terza categoria, senza posti preassegnati.

Il viaggio lungo e il paesaggio circostante, sebbene bello ed interessante, dopo 2 ore inizia ad essere un poco ripetitivo…

Alle 11:40 siamo ad Aranya Pratet, una stazione davvero in mezzo al nulla, o meglio in mezzo ad orde di tuk tuk pronti per darti uno strappo fino a Poipet…

Prima contrattazione e via, carchi di bagagli raggiungiamo in meno di dieci minuti la vera frontiera.

Come ogni posto di frontiera che si rispetti, c’è un mercatino, dove si vendono le cose più assurde, una banca e l’ufficio, dove la burocrazia la fa da padrone.

Attendiamo il nostro turno, ci facciamo fare il timbro di uscita dalla Thailandia e poi di nuovo una passeggiata fino all’ufficio visti cambogiani, dove ci attendono delle comodissime sedie che proveremo per una mezz’oretta.

Preso il visto, utilizziamo un meraviglioso bus gratuito, che ci porta a timbrare il passaporto (almeno altri tre quarti d’ora) e con lo stesso bus gratuito, andiamo al terminal (se così vogliamo chiamarlo) dei minivan per Siem Reap.

Piccola scorta di provviste, visto che non abbiamo ancora pranzato e visto che non sappiamo assolutamente quanto ci metteremo!

Nuova contrattazione e alle 14:45 circa siamo sul minivan, stipatissimo di uomini e bagagli, pronti per affrontare quegli incredibili 155 km di strada in terra rossa fuoco tutta butterata.

Si salta, ci si arrabbia per le testate/culate che si continuano a prendere, soprattutto nelle file arretrate, ma il tragitto è di una bellezza mozzafiato, ricco di vegetazione, di un verde così acceso da fare male agli occhi, disseminato qua e là da baracche in legno, dove ci vivono famiglie intere.

Per nulla al mondo mi sarei persa questo tragitto e per nulla al mondo lo perderei se ci dovessi mai tornare.

Anche questa è Cambogia, anche la strada piena di buche, anche i 155 km percorsi in meno di sette ore, anche la povertà che queste terre trasudano, anche il pantano che si trova durante il tragitto, anche il minivan che arranca, perchè le sospensioni hanno visto questa strada un pò troppe volte, anche il traduttore, che si è fatto tutto il tragitto in piedi, perchè quello è il suo lavoro, perchè l’inglese gli ha dato questo incredibile lavoro!

Alle 21:30 siamo finalmente a Siem Reap: dobbiamo insistere davvero tanto per farci portare al nostro albergo, perchè. Come quasi sempre ci capiterà, ci vogliono far alloggiare in una altro posto.

La Sok San guest House ci pare davvero un poco troppo spartana, ma siamo stanchi per cambiare, ci dirigiamo all’Arun restaurant, dove proviamo le prelibatezze della cucina cambogiana, fra cui un buonissimo amok e poi subito a nanna, domani ci aspetta l’alba al Bayon!

04.08.2006 – Venerdì – 4° giorno

Siem Reap – Piccolo circuito Angkor – Siem Reap

Piccola parentesi: noi ci siamo affidati all’incompetenza del nostro albergatore, che ci ha fatto attendere fino alle 5:45 per partire, sebbene avessimo concordato le 5!!! Pertanto la sveglia alle 4:00 si è resa davvero vana.

Comunque sia, partiamo e dopo aver fatto il biglietto, procedura un poco lunga, visto che ci appiccicano la fotografia e poi ci fanno la plastificazione, entriamo nel sito di Angkor, con il nostro pulmino; intravediamo con lo sguardo la potenza e la maestosità dell’Angkor Wat, ma non ci fermiamo, continuando verso l’Angkor Thom, seguendo alla lettera il Piccolo circuito.

I templi di Angkor sono una delle grandi meraviglie del mondo e assumono dimensioni davvero monumentali; essi non sono altro che lo scheletro sacro del vasto centro politico, religioso e sociale dell’impero khmer che si estendeva dalla Birmania al Vietnam.

Ricordatevi che tali templi sono il cuore e l’anima del regno di Cambogia, sono fonte di orgoglio personale e fonte di ispirazione.

Il complesso dell’Angkor Thom, o città grande, occupa un’enorme area quadrangolare, tutto circondato di mura, di cui ogni lato è lungo 3 km; si stima che al culmine della sua ricchezza e del suo potere fosse in grado di ospitare addirittura 1 milione di abitanti! Il suo fondatore ed architetto fu il re buddista Jayavarman VII (1181 – 1220).

La struttura di maggior interesse e fascino del complesso è rappresentata dal Bayon, con i suoi 216 volti che ti guardano da ogni lato, infondendo un’idea di potere e controllo, il tutto accompagnato dall’umanità degli sguardi di questi giganti di pietra e dalla pace dell’incenso dei molti monaci buddisti che vivono al suo interno.

Sul complesso dell’Angkor Thom ci sarebbe da scrivere ancora, come si potrebbe dedicare ancora più tempo, ma come sempre, bisogna proseguire, sperando che il ricordo sia forte da poter lasciare negli occhi lo splendore appena osservato.

Nei siti minori che troviamo all’uscita della città fortificata dell’Angkor Thom prima di giungere al Ta Prohm, abbiamo avuto la fortuna di vedere i restauratori all’opera, con la loro bravura e la pazienza nella precisa ricostruzione delle strutture divorate dalla natura.

Il Ta Prohm, o “antenato di Brahma”, sempre fatto costruire da Jayavarman VII come consacrazione al buddismo, è forse la struttura più affascinante che nell’immaginario comune ci si ricorda quando si pensa alle rovine di Angkor.

Ciò che rende così speciale questa struttura, è l’insolita, ma apprezzabile decisione degli archeologi di non eliminare completamente gli enormi baniani e gli alberi di kapok, lasciando che le loro pittoresche radici si attorciglino agli architravi e si insinuino nelle crepe delle volte e dei corridoi, conferendo al complesso il fascino della continua riscoperta delle rovine; tutto il complesso di Angkor doveva presentarsi così agli occhi di Henri Mouhot nel 1858, di padre Bouillevaux nel 1846, del viaggiatore portoghese Diego do Couto nel 1550, del monaco portoghese Antonio da Magdalena che scrisse della sua visita ad Angkor Wat nel 1586, del pellegrino giapponese del XVII secolo che disegnò la pianta particolareggiata dell’Angkor Wat o di chiunque “riscoprì” davvero Angkor!

La nostra giornata continua nella visita delle rovine e, fortunatamente, il sole ci ha accompagnato fino al penultimo tempio, dove abbiamo preso un potente, ma rinfrescante temporale.

Alle 16:30 usciamo esausti dal complesso e, dopo aver cambiato un pò di euro ed aver mercanteggiato per strappare un buon presso per i biglietti dell’aliscafo per Phnum Penh, ci portiamo esausti verso la nostra Guest House.

Dopo una doccia e un mezzo riposino e solo dopo la sana contrattazione della sera con quattro tuk tuk, ci dirigiamo verso l’old market per cenare al Texas, uno dei ristoranti più turistici di Siem Reap, ma del resto, bisogna accontentare tutti!!!

 

05.08.2006 – Sabato – 5° giorno

Siem Reap – Grande Circuito Angkor – Siem Reap

Oggi ce la prendiamo un poco più con calma, partiamo alle 8:30.

La giornata inizia con l’Angkor Wat; le mie sensazioni di fronte a questo maestoso tempio, diventano sempre più forti mano a mano che mi avvicino al complesso; mi sento prendere dall’agitazione e dalla voglia sempre più frenetica di arrivare, la pelle d’oca in tutto il corpo, una sensazione inconsapevole, quasi di paura di non riuscire ad arrivare in tempo per “vedere con i miei occhi” e poi, eccolo lì, assieme alla mia indescrivibile gioia, con quasi le lacrime agli occhi…

E in quel momento è come se fossi da sola di fronte al divino, per un attimo si spengono tutte le sensazioni umane, collassano spazio e tempo, e si è come fluttuante in solitudine e in completo e pacifico silenzio di fronte all’indescrivibile sacralità dell’universo.

La costruzione dell’Angkor Wat è iniziata durante il regno di Surayavarman II (1112 – 1152) per terminare poco dopo la sua morte; si dice sia stato fondato come tempio indù dedicato al dio Shiva, ma si ritiene anche che dovesse fungere da mausoleo per Surayavarman II.

Il fossato che circonda l’Angkor Wat è largo 190 m e forma un gigantesco rettangolo di 1.3 km per 1.5 km; la parte esterna della struttura è completamente ricoperta da una straordinaria serie di bassorilievi che hanno un’estensione di 800m.

David Chandler sostiene che le dimensioni dell’Angkor Wat siano proporzionali alle quattro ere della filosofia classica induista; il visitatore che giunge a questo straordinario tempio percorrendo la strada rialzata che conduce all’ingresso principale, attraversando i cortili fino alla torre centrale, compie metaforicamente un viaggio a ritroso nel tempo fino alla creazione dell’universo.

Anche se dedicaste un’intera vita stando seduti in cima al Santuario centrale, immersi nelle vostre indescrivibili sensazioni, in completa unione con l’Angkor Wat, continuereste ad avere quella terribile sensazione di non avere visto tutto, di dover vedere ancora molto; forse il motivo risiede proprio nel simbolismo che si cela dietro a questa incredibile struttura, rappresentazione metaforica dell’universo e di ciò da cui si arriva e a cui si torna, ciò che l’umano non potrà mai comprendere fino in fondo.

Fuori dall’Angkor Wat, nel fossato, tre bimbi stanno giocando nell’acqua con un piccione; è tempo di andare è tempo di lasciare l’Angkor Wat, sforziamoci, continuiamo il grande circuito.

Continuiamo verso il Preah Khan, il tempio della “spada sacra”, costruito da Jayavarman VII nello stile del Bayon e nel quale regna un’atmosfera quasi magica di completa comunione con la natura.

Al termine della visita di tutti i templi del Grande circuito, costeggiamo ancora l’Angkor Wat per un ultimo saluto.

Sono le 18:30, ci facciamo lasciare nella zona dell’old Market per un “massaggio orientale” di gruppo!

Concluso il massaggio ci dirigiamo verso la nostra tanto odiata Guest house e ceniamo al Soup Dragon; provate assolutamente il Volcano!

Poi, con la gioia negli occhi e la pancia piena, sano ed agognato riposo.

 

06.08.2006 – Domenica – 6° giorno

Siem Reap – Phnum Penh

Partiamo alle 5:30 con il pulmino dell’agenzia direttamente dal nostro albergo, per arrivare a 5 km dall’imbarcadero, dove l’autista, non riuscendo più a sterzare, si ferma per chiedere aiuto.

Purtroppo il tempo è poco e l’aliscafo sta per partire… Che fare? Non possiamo mica permetterci il lusso di aspettare l’altro bus e perdere il passaggio!!!

In lontananza un camioncino scoperto, completamente vuoto nel posteriore, la nostra salvezza!!!

Lo fermiamo e gentilmente si offrono di darci un passaggio; salgo, e… cos’é questa strana e fortissima puzza e quel liquido di colore rosso cosparso in tutto il camion? I ragazzi si bloccano e mi dicono “Simo, ma c’è del sangue”… Io: “si, ma è solo di pesce, tranquilli…”

Saliamo, tenendoci uno all’altro, in piedi, con gli zaini… Che figata! Che grande trasporto pubblico!!!

Ringraziamo enormemente i due ragazzi lasciandogli 4000 riel e poi via di corsa all’aliscafo dove per poco non prendiamo quello per Batdambang!

Ci posizioniamo chi dentro, chi fuori sul posteriore e ci godiamo l’alba con la splendida vista del villaggio galleggiante di Chong Kneas, un gruppo di case di legno e paglia ancorate a 10 chilometri dalla costa, che secondo l’andamento della maree si sposta e cambia sede, come gli altri sessanta

Questo, come gli altri sessanta piccoli insediamenti disseminati lungo le coste del lago sono abitati da alcune famiglie d’origine Cham, molte delle quali di religione musulmana, originarie del Vietnam del Sud.

L’insediamento risale ormai a parecchi secoli fa ed è anch’esso stato teatro delle atrocità perpetrate dall’esercito dei Khmer Rossi tra il 1975 e il 1979, che ne hanno decimato i nuclei familiari.

Fra le case, in parte sostenute da palafitte e in parte galleggianti, la vita segue i ritmi di sempre: uomini e donne si lavano, le ragazze fanno asciugare i lunghi capelli neri sulla riva, le massaie cucinano, i gatti e i cani sonnecchiano al sole, un vecchio zappetta il suo orto galleggiante e poi moschee, templi buddisti, negozi, caffé, minuscoli ristoranti e dispensari.

Vi sono anche alcuni allevamenti di pesci collegati da passerelle al retro delle case; più oltre c’è il “Freshwater Fish Exibition”, un’ampia struttura con acquari e vasche fatte di reti dove guizza un numero incredibile di pesci.

E poi compare il Tonlè Sap nella sua immensa grandezza, il “polmone” idrico da cui dipende l’andamento dell’agricoltura e della pesca.

Ciò che ha di incredibile questo lago, oltre alle sue dimensioni che passano da 2500 kmq e a 2 m di profondità nella stagione a circa 8000 kmq e a ben 14 m nella stagione delle piogge, è che nel periodo del monsone sud-occidentale il volume del Mekong costringe il Tonlè Sap a retrocedere, finche non inverte il suo corso, dirigendosi a nord e riversando nel lago grandi quantità di acqua dolce e di ricchi sedimenti; quando il corso si rinverte, i cambogiani festeggiano il Bon Om Tuk.

Il tragitto è davvero lungo e il rumore del vecchio aliscafo davvero assordante, ma il paesaggio è di un rara e incredibile bellezza.

Si passa dagli insediamenti Cham, alla sensazione di essere in mare aperto, nulla all’orizzonte e grandi onde, poi le montagne ed una fitta e verdissima vegetazione, per poi entrare a Phnum Penh attraverso la sua baraccopoli galleggiante dopo ben 7 ore di traversata!

Sbarchiamo, i nostri bagagli vengono buttati incustoditi sul molo e purtroppo, c’è chi è più veloce di noi; lo zaino di Emanuela non si trova più!

Tre tuk tuk dell’albergo che avevo prenotato telefonicamente il giorno prima ci vengono a prendere e ci portano nella meravigliosa zona del Boeng Kak, il lungolago dove quasi tutte le pensioni sono costruite in legno sopra le acque dell’omonimo lago, davvero delizioso!

Usciamo subito, lasciamo un messaggio al gruppo dell’Indocina, sperando che abbia per sbaglio preso il nostro bagaglio (ma invano…) e ci dirigiamo allo Psar Tuol Tom Pong, il mercato russo, dove Emanuela si “rifà – forzatamente – il guardaroba”.

Al ritorno, Tania e Laura mi accompagnano al mio regolare appuntamento con la “sana contrattazione”, per definire il mezzo di trasporto che l’indomani ci accompagnerà nel giro della città.

E in aiuto ci viene un italiano, davvero un personaggione, in viaggio da solo, ma sempre contornato da ragazze, birra e fumo; ha le idee molto chiare e fra un baccagliamento e l’altro, con tutte e tre, qualche birra e qualche “sigaretta speciale”, ci presenta un suo amico cambogiano, che ci offre un prezzaccio per quattro tuk tuk a nostra disposizione per l’intera giornata! Grazie!

La ventata di allegria che ci ha dato il fattone (soprannominato da Tania “lo spaccafighe”), purtroppo viene subito spazzata via dalla notizia della morte della nonna di Claudia.

Cerchiamo di consolarla, poi assieme andiamo a cena sul lago, dove le luci della sera amplificano la bellezza del luogo e dopo una sana degustazione di squisitezze cambogiane, tutti a nanna, stremati.

 

07.08.2006 – Lunedì – 7° giorno

Phnum Penh

Sveglia ovviamente presto, da vero “Alba discovery” e alle 6:30, già colazionati, siamo pronti per gustarci Phnum Penh, assieme alla sua storia, architettura e vivacità dei mercati.

Dopo un poco più di un’ora di buche in una strada sterrata davvero bella con scorci sulla quotidianità del popolo cambogiano, arriviamo ai Killing Fields; abbiamo percorso la stessa strada che le vittime dei khmer rossi facevano bendati, nei camion guidati dai khmer rossi, prima di essere atrocemente giustiziati e sepolti nelle fosse comuni oggi ben visibili.

Il luogo è pieno di segni di ciò che è stato e all’ingresso è stato eretto un mausoleo a forma di stupa, dove sono state sepolte molte salme riesumate dalle numerosissime fosse, a perenne memoria delle vittime. In mezzo al mausoleo, in una teca di plexiglas, file e file di teschi martoriati, spezzati e bucati da qualunque strumento di tortura; nel terreno circostante ancora pezzi si ossa e di indumenti appartenenti ai resti di quelle 8995 persone, molte delle quali legate e bendate; in ogni fossa la nostra guida ci spiega le atrocità perpetrate dagli khmer rossi.

Sconvolti, alcuni con le lacrime agli occhi, ripercorriamo quella strada, la stessa che è stata a senso unico per quasi 9000 cambogiani.

Arriviamo al Palazzo reale, dove si deve essere coperti (gambe e braccia) e cerchiamo subito la Pagoda d’argento, chiamata così per il pavimento ricoperto da oltre 5000 piastrelle d’argento del peso di 1 kg l’una, nota anche come Wat Preah Keo, o Pagoda del Budda d’Argento; i khmer rossi la risparmiarono come dimostrazione al mondo del loro interessamento alle ricchezze culturali della Cambogia.

Usciamo e ci dirigiamo ad una veloce, ma d’uopo, visita al Museo Nazionale; non c’è traccia dei tanto citati pipistrelli della lonely planet (c’è chi è entrato solo per questo!!!); poi allo Psar Thmei, a pranzo e a perderci (conviene davvero non girare in gruppo) nei meandri delle stranezze dell’estremo oriente. Ragni, scarafaggi, cavallette ed ogni insetto che vi viene alla mente può essere comprato per poi essere cucinato con maestria; carne e qualunque tipo di frattaglie ed interiora colorano l’affollatissimo mercato alimentare, gelatine dolci, fatte con semi e delle forme e dei colori più strani. Mi sembra di essere tornata bambina, appena uscita dalla pancia della mamma, dove ogni cosa per me è nuova!

Incredibile la Cambogia; sono davvero contenta che il gruppo abbia deciso di dedicare un giorno a questa incredibile città, dove i segni del passato recente sono davvero forti, indelebili, ma dove è fortissima anche la voglia di ricominciare, di rimettersi in piedi, di continuare a vivere, sebbene la memoria di ciò che è stato sia stata completamente spazzata via; eh si, in Cambogia manca una generazione, l’età media, almeno da quanto ci è sembrato per quei pochi giorni che ci siamo stati è davvero bassa; sembra che ci sia un salto generazionale, la maggior parte della popolazione arriverà al massimo attorno alla 30, poi il salto e pochissimi con più di 50 anni, probabilmente chi le atrocità le ha vissute dalla parte del più forte e solo per quello si è riuscito a salvare.

Dopo un lauto piatto di noodle, ci dirigiamo al Museo dei crimini di guerra, il Tuol Sleng: qui, durante gli anni in cui fu al potere Pol Pot, furono interrogate sotto tortura e in seguito assassinate circa 20000 persone.

Alle pareti e sul pavimento ci sono ancora i segni delle atrocità; alcune stanze sono rimaste “arredate” come all’epoca delle torture e fotografie alle pareti ritraggono come l’esercito vietnamita che liberò Phnum Penh vennero trovò i corpi delle ultime persone torturate su questi giacigli metallici, morti, in decomposizione.

Nelle altre stanze, alle pareti, le fotografie in bianco e nero di molti degli uomini, donne e bambini trucidati ci fissano, quasi a chiedere aiuto, come se fossero intrappolate fra i vetri; e poi strumenti di tortura, ceppi di manette di rozza fattura, strumenti primitivi di tortura e di morte.

Tutto a ricordarci a quanto si può spingere il genere “umano”.

Sconvolti da questa visita, andiamo al Wat Phnom, a chiedere fortuna e successo… Forse il budda ha capito che non saremmo potuti tornare a ringraziare con una ghirlanda di gelsomino, quindi la fortuna è subito andata da un’altra parte… Federica, scendendo dalle gradinate viene morsicata da una scimmia; la ferita purtroppo è sanguinante!

Cerchiamo in qualunque maniera di farci fare il vaccino antirabbico all’ospedale Pasteur, che a quell’ora è già chiuso, parliamo anche con il direttore, ma niente da fare, dobbiamo tornare la mattina dopo.

Stremati ed esausti, torniamo in albergo, io mi trattengo per la “sana contrattazione” della sera e presi i biglietti per Chau Doc, dopo una cenetta alla guest house #10, bevendo un buon vino di palma, tutti a nanna, sperando di aver più fortuna domani!

 

08.08.2006 – Martedì – 8° giorno

Phnum Penh – Chau Doc – Can Tho

Io, Fede e Tania andiamo all’istituto Pasteur per il vaccino in moto, una sola, compreso l’autista!!!

Anche nella sfiga bisogna trovare divertimento!!!

Comunque sia poi andiamo al molo a prendere il battello delle 12, partendo dalla nostra guest house alle 11; pranziamo con chapati e uova!!!

Al molo dobbiamo compilare un modulo ed esibire il passaporto con il visto vietnamita, per velocizzare le pratiche in frontiera; sul battello solo noi e una coppia di inglesi.

A Phnum Penh il Mekong si divide in due grandi braccia, quello che arriva a Chau Doc è il braccio minore, quello su cui navigheremo per arrivare in Vietnam.

I luoghi di frontiera fra Vietnam e Cambogia sono quanto di più singolare si possa vedere; ci si arriva con la barca, si scende per espletare le burocrazie di uscita e poi, sempre in barca, si prosegue alla frontiera vietnamita, dove si attraversa la “terra di nessuno” a piedi.

Detta così potrebbe sembrare normale, con la sola particolarità del battello, ma vi assicuro che tutto l’insieme, i caseggiati, la poca gente, i ragazzini che vendono gomme da masticare, il fango e l’assenza di un vero e proprio villaggio, rende questo posto una sorta di limbo sospeso nel tempo!

Finalmente arriviamo a Chau Doc, alle 17:30 dopo ben 5 ore di battello in paesaggi verdeggianti e villaggi galleggianti.

Scendiamo presso un ristorante della zona e poiché stava scendendo l’imbrunire, pago subito l’obolo alla “sana contrattazione” serale, prendendo un minivan e un trasporto bagagli un poco troppo “aperto”, subito cambiato in un altro minivan, visti i trascorsi a Phnum Penh!!!

In tre ore siamo a Can Tho, peccato che la sera sia calata e che il paesaggio del tragitto sia stato rischiarato solo dalla luce della luna.

A Can Tho avevo prenotato telefonicamente la sera prima il 31 hotel, dove abbiamo anche cenato, assaggiando anche un gommosissimo serpente di fiume (che fosse di quelli finti di gomma per bambini????)

 

09.08.2006 – Mercoledì – 9° giorno

Can Tho – Ho Chi Minh City

Ieri sera ho contrattato l’escursione al delta del Mekong, è stata dura, ma ce l’ho fatta. Per l’escursione ci siamo divisi in due gruppi, chi ha preferito un giro completo di 8 ore, avventurandosi anche nei meandri dei canali, chi ha preferito avere solo 4 ore, per poi divertirsi un poco a Saigon!

Comunque sia, qualunque giro si sia scelto, la partenza è alle 5:30 con colazione in barca… Sia mai che si riesca a dormire un poco di più per due giorni di seguito!!!

La sera prima ho anche prenotato l’albergo di Saigon, trovando davvero difficile trovarne uno libero per tutti e 16; dopo una decina di alberghi, ho comunque trovato la consigliatissima Coco Loco Guest House.

I due gruppi si separano quasi subito, dopo la visita al primo mercato galleggiante di Cai Rang; la vita si staglia sul fiume Mekong, ci sono ragazze che si lavano i capelli, c’è chi vende frutta, chi verdura, chi ci offre un’allettante piatto di noodle (anche di mattina? No, grazie!!!), chi vende un buon caffé, d’uopo per svegliarsi un poco! e chi fugge velocissimo per andare a vender non si sa bene cosa.

Continuiamo a remi, negli incredibili meandri della fitta vegetazione del delta del Mekong, e subito la mente ci ritorna alle poche e rare immagini di repertorio che abbiamo visto in qualche documentario sulla guerra del Vietnam.

La pace ed il silenzio viene a volte interrotto dallo sciacquio dei panni lavati dalle donne sulla sponda del fiume, a volte dal motore di chi, indaffarato, si sta affrettando al mercato, per vendere le sue prelibatezze.

Quando giungiamo al mercato di Phong Dien, rinomato come il più bel mercato del delta del Mekong, veniamo subito attorniati da numerosissime barche, e lì inizia l’assaggio selvaggio di ogni tipo di frutto, dal megagrume (pompelmo, si dice…) al violaceo frutto stracciatella inside, (pithayas), ai pelosissimi lici e ai loro fratelli glabri (Long Nhãn) per finire con i cachi neri, con mille altri frutti all’interno.

Che delizia! Comunque, niente noodle, almeno, non per il momento!!!

Scendiamo per continuare a piedi il mercato che prende tutto il paese: gli scorci di vita che si possono apprezzare in questa parte dell’escursione sono davvero unici, non ci si sente estranei, o forse ci si sente troppo estranei, semplicemente si osserva, si annusa, si gusta nel completo silenzio della riflessione.

Donne che vendono pesce essiccato, ogni specie, dal calamaro, al gamberetto, passando per i pescioni del Mekong, c’è chi vende carne, frattaglie, intestini, chi vende il topo, già scuoiato, pronto per la brace (!!!), chi invece sta alzando un polverone incredibile, mentre sta tagliando la strada; e poi ancora frutta e verdura.

Ma come posso descrivere il colore e la vitalità dei mercati dell’estremo oriente? Come è possibile? Senza poter descrivere a pieno gli odori, a volte talmente forti da essere anche densi!

Come è possibile? Senza descrivere l’accecante luce che appiattisce tutti i colori, ma che evidenzia ancora di più quel verde delle mangrovie e dell’intensa vegetazione, così incredibilmente forte che sembra rinfrescare il palato più di qualunque altra bibita!

Come è possibile descrivervi i suoni, anche le urla strazianti dei maiali impacchettati nei sacchi di plastica e legati nelle fronde di bambù, con solo il naso rosa visibile all’esterno?

Come?

Proseguiamo lungo i canali fino a giungere ad una specie di zoo all’aperto (mal riuscita descrizione…), dove ci sono serpenti sotto spirito, pipistrelli, serpenti, qualunque tipo di animale chiuso in gabbia.

Il nostro viaggio termina esattamente dove era iniziato, dopo aver cercato una banca e aver pagato l’albergo, corriamo alla stazione degli autobus, dove uno stipatissimo minivan ci porterà fino a Saigon.

Organizzo l’escursione per l’indomani a Cu Chi e al tempio Cao Dai e poi cena al fast food di vietnamese pho, meglio nota come zuppa di noodle e… a scelta dalla vetrina! (sia mai che si vada a letto senza un buon piatto di parenti stretti degli spaghetti!!!)

Giretto per la città, in cerca di locali e poi nanna!

 

10.08.2006 – Giovedì – 10° giorno

Ho Chi Minh City – Cu Chi – Cao Dai – Saigon – Nha Trang (bus notturno)

Il gruppo parte alle 8:30 e sarà di ritorno solo nel tardo pomeriggio, verso le 18:30, stremato e incazzato per le troppe ore di bus che hanno dovuto subire per vedere due luoghi, a detta di molti, nemmeno così incredibili.

Io rimango a Saigon, devo riconfermare i biglietti della Vietnam air, prendere i biglietti del bus notturno, visto che sul treno non ci sono più posti disponibili e… rilassarmi un poco, date le incredibili peripezie accorse fino ad ora!

Accompagno il gruppo, Alessandro vuole rimanere con me; subito assieme, in moto, andiamo in banca, riconfermiamo il biglietti e, dopo aver saltato da un’agenzia all’altra, compriamo il biglietto dell’autobus. Siamo andati alla Saigon Railways Tourist Service (836 7970, 275C D Pham Ngu Lao; 7:30 – 11:30 e 13 – 16:30), ma i biglietti erano esauriti; ci verrà spiegato in un secondo momento che solo tramite agenzie turistiche che si prendono una commissione del 15% su ogni biglietto, potremmo avere un posto in treno. Poiché un mezzo vale l’altro, optiamo per non prenderci la classica inculata del turista, visto che sarebbe anche in via consapevole e prendiamo i biglietti dell’autobus.

Verso le 11:30 abbiamo finito tutte le commissioni e iniziamo la vera giornata con un rilassante massaggio.

Mentre Alessandro si fa coccolare ancora un poco, io scendo a “cercare” il nostro mezzo di trasporto per la giornata e, fortuna delle fortune, un cartello reca la scritta “Motor for rent”; un solo pensiero: “quella moto sarà mia per oggi!”. La signora vorrebbe il passaporto, ma dopo varie contrattazioni riesco a lasciarle solo la patente e via con la nostra moto, Alessandro alla guida e io dietro con la Lonely Planet alla mano, che lo dirigo verso il nostro giro di ho Chi Minh City!

La moto è una grande cosa, da provare assolutamente, soprattutto nel traffico delle ore di punta! Inoltre abbiamo trovato delle persone deliziose che, poiché ogni tanto ci perdevamo le vie, ci aiutavano a ritrovare la via!

Saigon è forse la città con i segni più salienti lasciati dalla guerra del Vietnam, non ha una sua identità ed è semplicemente un blocco di cemento dove la gente vive e cerca di ricostruire ciò che è stato distrutto dall’assurdità dell’uomo.

Quando si sente Saigon, infatti, vengono alla mente tutte le immagini più brutte della guerra del Vietnam, prima fra tutte l’immagine di un monaco buddista avvolto dalle fiamme, Thich Quanq Duc, di 66 anni, che il 11.06.1963 partì dalla pagoda di linh Mu, sul fiume dei Profumi a Huè, con la sua Austin bianca, per immolarsi dandosi fuoco in segno di protesta contro la politica del presidente Diem, spalleggiato dagli americani.

Proprio per questo, per non dimenticare e per vedere anche sotto un’altra ottica (quella vietnamita) quella guerra così tristemente famosa, si deve visitare il museo della guerra sul Vietnam.

A parte tutti i residuati bellici e un busto in onore dello zio Ho, ci sono ricostruzioni delle celle di prigionia, delle ghigliottine, rispolverate per l’evento e alle pareti della stanza principale del museo, le fotografie più famose della guerra, come ad esempio la fotografia simbolo delle atrocità della guerra del Vietnam, che ritrae il massacro di Song My, nel paesino di My Lai dove il 16.03.1968 vennero uccisi 347 civili fra vecchi, donne, bambini ed infanti.

Verso l’uscita, fotografie dell’eredità lasciata dalla guerra e dall’orange agent, bambini con malformazioni in ogni parte del corpo, ustioni, tumori e tutto ciò per cui invece di combattere si dovrebbe cercare il dialogo.

Alle 20:30 dopo una velocissima cena, in autobus per una rilassantissima notte!

 

11.08.2006 – Venerdì – 11° giorno

Nha Trang

Arriviamo a Nha Trang alle 7:30 di mattina. Ci docciamo velocemente e poi subito visitiamo la pagoda di Lon Son, costruita nel 1886 e più volte rimaneggiata; l’ingresso principale e i tetti sono ornati da mosaici in vetro e ceramica raffiguranti draghi.

La statua del Budda fu eretta nel 1963 per commemorare la lotta della comunità buddista del Vietnam del Sud contro il regime oppressivo di Ngo Dinh Diem; sul basamento compaiono le immagini di monaci e monache buddiste che si tolsero la vita come forma di estrema protesta, seguendo le gesta di Thic Quang Dic.

Prima di buttarci ad oziare al mare, ci dedichiamo alla visita delle torri Cham di Po Nagar, all’interno della cui torre principale c’è la statua di Po Ino Nagar, la Madre del Regno, veneratissimo dai buddisti della zona. Ai suoi piedi un maialino donato da un devoto e tutt’attorno l’incenso dona all’ambiente un’incredibile sacralità.

Dopo aver prenotato la crociera per il giorno seguente presso Mama Linh’s Boat e prenotato alla stessa agenzia il bus notturno per hoi An, visto che alla stazione non c’erano, ovviamente, più posti disponibili, andiamo al mare.

Ed eccolo! Un altro mitico e folcloristico personaggio che solo in viaggio si può incontrare! E’ un ragazzo israeliano di 22 anni (32 dimostrati), con una voce rochissima, l’occhio iniettato di sangue e la fiatella talmente alcolica da ubriacare tutto il gruppo, che ci racconta di essere “scappato” in Vietnam dopo la chiamata alle armi contro il Libano; lui è una persona pacifica, ci racconta e il Libano è un poso sicuro, ci puoi anche nuotare!!! Alla domanda, “ma quanto ti fermi qui?”, risposta: “aspetto che si calmino le acque nel mio paese e poi torno”…

 

12.08.2006 – Sabato – 12° giorno

Nha Trang – Giro Isole – Nha Trang – Hoi An (bus notturno)

Oggi ce la prendiamo con calma, del resto questo è il nostro giorno di relax, prima della notte in bus!

Partiamo in bus alle 8:45, con altri sfaccendati come noi, e poi in barca; vengono caricate le provviste e subito si parte!

Arriviamo a Mun Island detta anche Salangane e primo tuffo; si dovrebbe fare snorkelling per ammirare la barriera corallina, ma la guerra si è portata via anche quella, probabilmente l’impatto e il calore delle bombe gettate nell’acqua ha distrutto quella che una volta doveva essere un fondale davvero bello…

Poi si mangia, vicino a Mot Island, un menù davvero ricco, e frutta a volontà; e poi il bar in acqua con la degustazione del vino di frutta, per cui Nha Trang e dintorni sono noti.

Proseguiamo a Tam Island e ancora frutta per finire la visita con l’acquario.

Bello, da fare, da ripetere, anche per la simpatia degli animatori! Non nascondo che la cosa sia molto turistica, ma ogni tanto si può anche fare uno strappo alla regola, soprattutto se la stanchezza si fa sentire; poi è piaciuto a tutti, nessuno escluso!

Doccia in una camera affittata per l’evenienza, panino ripieno di qualunque cosa trovabile in Vietnam presso le bancarelle e poi via, alle 19:00 con il nostro bus dell’Open Tour che ci viene a prendere direttamente davanti all’hotel.

 

13.08.2006 – Domenica – 13° giorno

Hoi An

Arriviamo ad Hoi An alle 6:00 e ovviamente, come è classico, cercano di portarci nell’albergo dell’amico; dopo un poco di parole, riusciamo a farci portare all’Huy Hoang II Hotel, prenotato telefonicamente il giorno prima.

Facciamo subito colazione, una veloce lavata e poi, con la sacra lonely, ci immergiamo nella visita della città di Hoi An, seguendo il bellissimo percorso a piedi.

La pioggia conferisce un fascino d’altri tempi alla stupenda città vecchia dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Ciò che mi stupisce di questa città, è l’armonia dell’architettura e la conservazione davvero unica dei suoi palazzi; la storia si conserva splendidamente nei templi della città e il quartiere vecchio è un incantevole insieme di templi, pagode, dinh, santuari, dimore di clan, negozi ed abitazioni private.

Tuttavia, in totale sincerità, ho come la sensazione di essere riuscita ad apprezzare a pieno la bellezza di questo patrimonio, se non all’interno dei templi, in quanto ogni casetta è adibita a grande negozio e mi è sembrato più di fare un giro per un grande centro commerciale più che per una città Patrimonio dell’Unesco.

Perpendicolarmente al fiume corre la via più antica, Le Loi, risalente a quattro secoli fa, mezzo secolo più tardi venne edificato il quartiere giapponese con il suo ponte coperto; 50 anni dopo sorse, nella parte occidentale, il quartiere cantonese.

Il mercato centrale di Cho Hoi An è davvero caratteristico e suggestivo e conferisce ancora più fascino al luogo.

Uno dei tratti più interessanti di queste abitazioni è la varietà della loro struttura architettonica che si presenta assai diversa soprattutto nella distribuzione dello spazio, ma anche nella decorazione, nelle sculture e nella disposizione del cortile interno; lo spazio è utilizzato in modo creativo.

Passeggiando per le vie di questa incantevole città si possono osservare gli influssi cinesi e giapponesi evidenti nell’architettura, nella scultura e nelle decorazioni, ma soprattutto la maestria degli architetti vietnamiti che hanno saputo assimilare queste suggestioni in modo creativo e senza mai ripetersi. Uno dei migliori saggi architettonici è il Cau Nat Ban, costruito nel XVII secolo dalla comunità giapponese.

Non perdetevi la Sala riunioni della congregazione cinese del Fujian, in seguito trasformata in un tempio dedicato al culto di thien Hau, il tempio di Quan Cong, cinese, dedicato a Quang Cong, il ponte coperto giapponese, costruito verso la fine del XVI secolo ed infine la Casa di Tan Ky, residenza di un ricco mercante vietnamita e costruita due secoli fa.

In generale perdetevi e lasciate che il vostro sesto senso vi porti alla scoperta di queste meraviglie!

Appena fuori dal mercato prendo la mia sana dose di “sana contrattazione” per il pulmino privato che domani ci scarrozzerà per mezza giornata fino a Huè; nella stessa agenzia Federica compra il biglietto aereo per Hanoi.

Cena nel turisticissimo ristorante del centro storico e poi nanna, domani ulteriore levataccia!

 

14.08.2006 – Lunedì – 14° giorno

Hoi An – My Son – Marble Mountain – Danang – Huè

Partiamo davvero presto, alle 5:45, compriamo 16 baguette e 16 formaggini per la strada e siamo a My Son alle 6:20, giusto in tempo per fare i biglietti ed entrare con la luce dell’alba in completa solitudine.

My Son è il principale sito cham ed è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco; esso rappresenta per il regno Champa ciò che grandi città come Angkor, Ayu-thaya, Bagan e Borobodur hanno rappresentato per le rispettive civiltà.

Tuttavia, non aspettatevi di trovare la magnificenza e l’incredibile stato di conservazione dell’Angkor Wat; purtroppo, infatti, durante la guerra con gli Stati Uniti la regione di My Son fu completamente devastata dai combattimenti e gli americani, per colpire i vietcong, che usavano My Son come base, bombardarono anche i monumenti. I segni sono tutt’oggi visibili, nelle enormi ed immense buche lasciate sul terreno e dalle crepe presenti in tutti i decadenti monumenti.

Il governo vietnamita ha avviato un programma di restauro, ma a parte una raccolta di opere in un tempio adibito a museo, non sembra sia stato fatto altro.

Con la morte nel cuore e con la consapevolezza ancora più consolidata che “la guerra non è la risposta”, saliamo nel nostro pulmino e ci dirigiamo verso le Marble Mountain, cinque alture rocciose ognuna delle quali rappresenta un elemento naturale di cui porta il nome.

Noi saliamo a Thuy Son, simboleggiante l’elemento acqua (infatti piove a dirotto!!!), e subito, in cima alla scalinata, vediamo Ong Chon, la porta completamente crivellata di proiettili.

Ma il fascino delle Montagne di Marmo, per cui vale davvero la pena di non perdersele, è la Grotta di Huyen Khong, che si raggiunge dopo aver percorso 105 scalini (mamma che caldo a risalire!!!), illuminata dalla luce naturale e celata sotto la magia del fumo degli incensi, che ricorda una cattedrale; questa grotta fu anche adibita come ospedale da campo dai vietcong durante la guerra contro gli Stati Uniti.

Tutta la zona è disseminata da grotte e grotticine tutte da scoprire, con l’aiuto delle torce elettriche e dall’astuzia dei bimbi! Ma come sempre il nostro tempo è contato e dopo aver dato uno sguardo a China Beach lambita dal Mar Cinese Meridionale dal belvedere di Vong Hai Da, proseguiamo fino a Danang (solo 10 minuti di bus!)

Il museo di arte cham è forse l’attrattiva principale della regione, ma come sempre, in mezz’ora noi abbiamo visto tutto!!!

Quindi, dopo un lautissimo pranzo a base di pho, ovviamente, proseguiamo fino a Huè, dove sotto un diluvio da arca di Noè cerchiamo di vedere la cittadella, ovviamente dopo aver avuto il mio momento di gloriosa e sana contrattazione per l’escursione sul fiume dei profumi e il bus del giorno seguente!

Direi che la cittadella l’ho solo scorta, ma mi sono divertita davvero tanto a sguazzare con i sandali immersa nelle pozzanghere fino a mezzo polpaccio! Che incredibile senso di libertà! E’ un poco come essere tornati piccini!

 

15.08.2006 – Martedì – 15° giorno

Huè – Fiume dei Profumi – Hanoi (bus notturno)

A che ora siamo partiti? Ma alle 6:00, siamo mica venuti in vacanza per riposarci, no? La nostra barca ci sta aspettando al porto, per portarci lungo il Fiume degli Od… ops, scusate, dei profumi!

Il sole ha deciso di fare gruppo con noi e ci accompagna nella nostra visita, facendoci godere la giornata fino in fondo.

Huè è un posto incantevole, durante la traversata scorgiamo i pescatori intenti nella pesca con le loro strane reti, per poi giungere ad uno dei focolai della protesta contro il governo all’inizio degli anni ’60, la Pagoda di Thien Mu.

Questa pagoda è un vero e proprio simbolo del Vietnam; la torre ottagonale, Thap Phuoc Duyen, sette piani per 21 m di altezza, edificata nel 1844 durante il regno dell’imperatore Thieu Tri è diventata il simbolo della città di Huè; dietro il santuario principale della pagoda si può vedere l’automobile Austin con la quale Thic Quang Duc si recò a Saigon per darsi fuoco contro il regime di Diem.

Lasciato questo pezzo di storia, proseguiamo verso il tempio di Hon Chen, dedicato alla dea Po Nagar, protettrice del regno di Champa; sebbene sia molto venerato, a noi profani non affascina più di tanto; torniamo pertanto in battello per fare pranzo… alle 10!!!

La tomba di Minh Mang, quarto figlio di Gia long e secondo imperatore della dinastia Nguyen, è forse la più maestosa delle sepolture imperiali; con i giardini che circondano i monumenti ricoperti di pini, fior di loto rossi e alberi frangipane.

Sebbene ci sia una calura davvero insopportabile e i turisti affollino ogni dove, l’architettura così armoniosa di questo posto mi fa assaporare un senso di pace e tranquillità davvero unico.

Purtroppo, ma forse il bello sta proprio qui, si deve proseguire, stavolta in bus, verso altri posti incantati.

Sebbene la tomba di Khai Dinh evidenzi il declino della cultura vietnamita durante l’epoca coloniale, presentando un’evidente sintesi di elementi vietnamiti ed europei, non fosse altro per i volti dei mandarini civili e militari schierati di fronte al cortile d’onore insieme a schiere di elefanti, essa ha il fascino proprio della decadenza, chiaro anche nei muschi che adornano la costruzione e dalla monocromia della sua porta di ingresso.

La tomba di Tu Duc, completata in soli tre anni nel 1867, con l’impiego di 3000 uomini, appare come un palazzo in miniatura in perfetta armonia con lo scenario naturale.

La tomba, a cui la tradizione vieta di accedere, è coperta da una fitta pineta.

Il complesso è enorme, ma si potrebbe davvero vivere una vita intera immersi nello scenario incantevole del lago che avvolge in perfetta armonia e incantevole pace la tomba della moglie e del figlio adottivo dell’imperatore.

La tomba di Tu Hieu, avvolta nella semioscurità del verde, sembra più un luogo di preghiera, con i suoi numerosi incensi e la dimora dei monaci.

Davvero stravolti, arriviamo alla cittadella, la cui costruzione fu avviata dall’imperatore Gia long, il primo che fece di Huè la capitale del paese.

Il sole non c’è più, ma la pioggia conferisce al luogo un fascino d’altri tempi; la città imperiale racchiude al suo interno la Città Purpurea Proibita, residenza privata dell’Imperatore.

Gli unici servitori che vi avevano accesso erano gli eunuchi, i soli a non costituire una minaccia sessuale per le concubine del sovrano. La Città Purpurea Proibita venne quasi completamente distrutta durante l’offensiva del Tet nel 1968 e oggi si presenta come un grande campo coltivato o semi abbandonato nel quale solamente alcuni edifici sono ancora visibili come la Biblioteca Imperiale, che conserva sopra il tetto elaborate statue in ceramica di mandarini ed altri personaggi, ed i resti del Teatro Reale che ora ospita il Conservatorio Nazionale di musica.

Gli stessi americani riconoscono oggi che i maggiori danni inflitti furono causati dalla loro stessa aviazione ed in Francia, sul finire degli anni ’80, un noto giornalista affermò, con non poche polemiche, che sarebbe stato meglio uccidere un numero maggiore di vietnamiti piuttosto che distruggere i palazzi e le vestigia dell’antica città imperiale.

Il Vietnam, quel Vietnam che tutti tristemente ricordano, affiora sempre, in ogni luogo, in ogni dove, sia nel ragazzo con tumori evidenti sulla pelle, sia nella distruzione del terreno, sia nelle opere d’arte, che come il carattere dei vietnamiti, reca i segni più evidenti di quel passato doloroso e difficile da dimenticare.

Stremati, saliamo sull’ultimo bus notturno, che ci porterà all’ultima città del nostro viaggio in Vietnam, Hanoi.

 

16.08.2006 – Mercoledì – 16° giorno

Hanoi

Hanoi ha il fascino della vera città vietnamita, quel fascino di chi, come lei, forse non ha mai perso l’identità socio culturale, di chi ha saputo passare la guerra e il colonialismo, sempre a testa alta con la spiccata ed ingenua forza della sua millenaria personalità.

Le influenze che ha apportato il colonialismo si sono fuse con incredibile armonia dentro le strade e i mercatini della città, conferendole quel fascino della grazia parigina, con il giusto pizzico della tranquillità asiatica.

Il suo centro storico, pur essendo un mercato a cielo aperto, riesce comunque a trasmettere un poco di quella quotidianità che solo un vietnamita può vivere, ma che un viaggiatore dovrebbe riuscire ad apprezzare, quasi amandola.

Mi perdo, mi stupisco, odoro, assaggio, passeggio sotto la pioggia, lasciando che quest’incredibile realtà vietnamita mi investa i sensi in un completo turbinio di stupori e sensazioni uniche, tutte in continua evoluzione e scoperta.

Hanoi è da assaporare da soli, lasciandosi cullare dalla sua tranquilla frenesia, dal suo orientale “savoir faire”, dalle voci cantilenanti dei vietnamiti e dal rumore del traffico.

Incredibile una giornata ad Hanoi, davvero unica ed imperdibile, sicuramente ciò che mi ha affascinato di più del Vietnam oltre alle classiche e magnifiche opere che tutto il mondo gli annovera.

Sebbene distrutta in parte dai bombardamenti durante la guerra del Vietnam, Hanoi è quasi stata completamente sanata; primo obiettivo della ricostruzione, il Long Bien, il ponte lungo 1682 m costruito tra il 1888 e il 1902 sotto la direzione di Gustave Eiffel.

Certo che non si può venire in Vietnam, ad Hanoi e non andare al Lang Chu Tich Ho Chi Minh a portare omaggio al grande zio Ho, quindi mi devo davvero sbrigare, visto che il mausoleo chiude alle 11!

La salma è esposta in un ambiente davvero siberiale (probabilmente la temperatura ideale per mantenere lo zio Ho tonico) e la fila di turisti, ma soprattutto di vietnamiti è davvero interminabile.

Solo ora mi rendo davvero conto di quanta adorazione ci sia da parte dei vietnamiti nei confronti di chi li guidò verso la libertà contro le potenze del mondo occidentale.

Tutto nell’interno del parco parla di ho Chi Minh, la sua casa, completamente arredata con i suoi affetti personali, dal classico cappello, ai suoi libri, le fotografie, esposte in ogni dove assieme ai busti e la meravigliosa esposizione fotografica, ricca di frasi davvero ricche di intelligenza ed umanità del rivoluzionario del XX secolo che si distinse per avere condotto la più lunga lotta contro le potenze del mondo.

Mi siedo in riva all’Ho Hoan Kiem, il lago della spada restituita, attendendo che la Divina Tartaruga mi dia la spada portentosa restituitagli dal re Le Thai To dopo la resistenza di ben 10 anni contro l’invasione dei Ming e mi lascio cullare dall’incessante traffico della grande via urbana Le Thai To, poi proseguo pedissequamente i consigli della Lonely Planet, fino a sera.

Prima però porto Emanuela all’ospedale, ha la febbre alta, da ben tre giorni e le tre tachipirine giornaliere sembrano solo acqua fresca; la Europe Assistance mi consiglia di farle fare gli esami per scongiurare dengue e malaria e dopo un andirivieni e esami del sangue, scopriamo che si tratta di un’infezione virale; la dottoressa ci da subito la cura ed Emanuela passerà un pò di giorni a letto!

 

17.08.2006 – Giovedì – 17° giorno

Hanoi – Pagoda dei Profumi – Hanoi

Ieri ho davvero contrattato tanto, oggi merito di godermi lo straordinario paesaggio per la Pagoda dei Profumi o Chua Huong in lingua vietnamita!

Partiamo alle 8:00, dopo aver rimpinzato la nostra pancia con deliziose varietà di dolci in pasticceria e guardiamo increduli la città; è tutto allagato, piove a dirotto e la pioggia arriva alle ginocchia; i motorini continuano imperterriti la loro frenetica corsa verso il lavoro, i pedoni fanno i salti fra le alture a ridosso dei marciapiedi e le gomme delle auto producono onde alte quanto le auto stesse!

Alle 10:50 siamo al molo (?) per prendere le nostre chiatte metalliche dipinte sommariamente di bordeaux.

Ed allora inizia il fantastico tragitto, che durerà ben 1 ora e mezza, in mezzo al silenzio della natura rotto solo dal vellutato infrangere delle onde sulla barca; le montagne sorgono dal nulla, ingoiate completamente dalla fitta vegetazione, la stessa che la fa da padrona nel fiume; il verde, accecante e rinfrescante è tutto ciò che ci sta attorno, assieme a noi altre barche, ma sempre in religioso silenzio.

Vorrei davvero che questo tragitto non finisse mai, non voglio abbandonare quell’incredibile senso di pace ed armonia con la natura che solo qui sono riuscita a provare, quella dolce e lieve nebbiolina mi potrebbe inghiottire e celare ancora un poco…

Iniziamo il trek, immergendoci in quel verde che tutto inghiotte, su per la montagna, in 50 minuti di facile, ma scivolosissimo trek.

Giungiamo in cima esausti per il caldo e per l’incredibile sudata, giungiamo infine a destinazione. Immersi nella natura e avvolti dai fumi degli incensi, all’interno di una enorme grotta, dall’aria estremamente suggestiva, troviamo all’interno la Pagoda dei Profumi, luogo di grande culto per tutti i religiosi di fede buddista del Vietnam.

La pagoda più importante è la Thien Chu, o ascensione al Cielo, risale al XVII secolo, di fronte sorge una torre campanaria a 3 piani; la pagoda sorge all’interno di una vasta grotta ed è considerata la culla del buddismo in Vietnam. Se avete la fortuna in una delle sette settimane della festa tradizionale della pagoda che vanno da marzo ad aprile, vi troverete immersi in migliaia di fedeli che dalle barche esclamano “A di da phat” – “Lode ad Amitabha Buddha!”

Ritorniamo al nostro bus, immersi nuovamente in quegli scenari naturalistici di grande suggestione, dove i profili tormentati dei monti Hoang Son, formazioni carsiche poco elevate dalle sagome aguzze e dalla fitta vegetazione, ricordano insistentemente che Madre Natura ci osserva e ci offre sempre estrema gioia e pace.

Ieri abbiamo comprato biglietti per il teatro delle Marionette sull’acqua; siamo tutti e ci mettiamo nel nostro posticino in terza fila.

La scenografia vanta una pagoda immersa in uno stagno, sulla nostra sinistra gli artisti intonano melodie e canti, dall’acqua affiora lo spettacolo, riccamente animato da fumi, scintille e il tutto saggiamente condito dalla musica.

Non aspettatevi di trovare i bimbi incuriositi citati dalla Lonely, quelli probabilmente sono già cresciuti e stanno dietro le quinte ad azionare i draghi d’orati; lo spettacolo ha una densità di turisti che rasenta il 99.9% periodico di turisti, ma rappresenta comunque un’espressione artistica molto antica.

Le storie rappresentate sono molto semplici e rappresentano per di più scene rurali, visto che furono inventate dai contadini del delta del fiume rosso che trascorrevano gran parte del loro tempo nelle risaie allagate; nello spettacolo, la piantagione del riso, la lotta dei bufali, l’oca cacciata dalla volpe e così via.

 

18.08.2006 – Venerdì – 18° giorno

Hanoi – Halong Bay

Partiamo alle 7:30 per quello che è il culmine del nostro viaggio in Vietnam, per arrivare finalmente alle 11:00 ad Halong city.

Il paesaggio è davvero mutato e le formazioni rocciose di origine calcarea tutte variopinte dalla verde vegetazione ci iniziano a far riaffiorare le sbiadite fotografie della baia di Halong

Prima di partire, dobbiamo purtroppo litigare con la nostra guida, che vorrebbe attendere fino a qualunque ora altri passeggeri, facendo forza sul fatto che abbiamo pagato per un tour privato, dopo una mezz’oretta di concitate parole, salpiamo.

Il nome Ha Long significa “drago discendente” e deriva da una leggenda locale; un drago celeste e la sua prole ricevettero dall’Imperatore di Giada l’ordine di fermare un’invasione dal mare; sputarono allora frammenti di giada che, trasformatisi in meravigliose isole e formazioni carsiche, aprirono falle nelle navi nemiche. Un’altra versione della leggenda vuole che le gemme fossero perle e che la baia si formò quando il grande drago si tuffò a mare e con la coda ondeggiante aprì sulla terraferma valli e crepacci che si colmarono d’acqua.

A qualunque leggenda decidiate di credere, sappiate che entrambe concludono narrando che il drago, incantato dalla propria creazione decise di stabilircisi e ancora oggi abita le acque della baia, quindi occhio a quando vi gettate in acqua per fare un sano e rilassante bagno o quando kayakkate qua e là in quelle acque verdi smeraldo!

Una visita ad almeno una delle sue grotte deve essere fatta per forza.

Secondo una leggenda, la grotta di Trinh Nu (Vergine) prende il nome da una fanciulla i cui genitori, molto poveri, erano costretti a noleggiare una barca da un ricco signore del luogo. Un giorno, quando la coppia non poté pagare la somma dovuta, a saldo del debito lui pretese la loro bella figlia. Celebrato il matrimonio, lei si rifiutò di cedergli; l’uomo la fece percuotere e infine la recluse in una grotta, dove la fanciulla morì di fame, ma rimase sempre immortalata nelle forme di uno sperone roccioso che emerse nel punto in cui fu sepolta.

Sebbene la leggenda sia davvero affascinante, la grotta più spettacolare rimane quella di hang Dau Go, ricca di stalattiti e stalagmiti che ricordano sagome umane, di animali ed uccelli; i primi turisti francesi che la visitarono a fine ottocento la soprannominarono la Grotta delle meraviglie.

Ogni luogo della baia di Halong è di una bellezza senza paragoni da sembrare quasi impossibile che esista.

Le sue acque smeraldo riflettono le verdi formazioni rocciose che emergono dall’acqua, la pace e la serenità che infonde questo posto ha dell’incredibile; sembra davvero di essere sospesi in un’altra dimensione, a volte nella preistoria, nell’epoca del “grande brodo”, altre volte sembra di essere in un futuro lontanissimo, come unica traccia del genere umano.

In qualunque era pensiate comunque di essere, godetevi il silenzio e il suono delle vostre mani e delle vostre gambe che vi spingono nella completa immersione con la magia del posto, con quelle vellutate acque che vi massaggiano con delicatezza il corpo e con gli occhi pieni di luce e di pace.

La baia di Halong è indescrivibile, forse è davvero solo una leggenda, della quale ci si può portare solo il suo indelebile ricordo, ricco solo di sensazioni, che non si riescono a descrivere solo con occhi.

Ogni momento del giorno, ogni condizione climatica conferisce alla baia un fascino che solo poco prima era nascosto, quasi a scoprire una dimensione diversa, con i suoi suoni, odori, colori, gusti.

Godetevela più che potete e cercate di impressionare più che la pellicola della macchina fotografica, i vostri sensi, cercate di gustare quest’incredibile meraviglia di Madre Natura.

 

 

 

 

19.08.2006 – Sabato – 19° giorno

Halong Bay – Hanoi

Ieri sera ci siamo dati alla pazza gioia, bevendo alcolici e chi più ne ha più ne metta; sul tetto della barca quasi un inizio di orgia!

La baia è così, forse amplifica le nostre sensazioni, sciogliendo le inibizioni e facendoci divertire più complici, uniti da quelle sensazioni che solo noi, con uno sguardo, possiamo trasmetterci.

Un ultimo tuffo e poi di nuovo la pioggia, infine il porto alle 11:30, il pranzo e il bus per tornare ad Hanoi, la mitica capitale del Vietnam, chi per ennesimi acquisti, chi per rigustare un pò di vero Vietnam, aiutato ancor di più dall’esplosione di sensi avvenuta ad Hanoi.

Forse l’immersione in Hanoi si è spinta un poco troppo in là, anche nel tipicissimo ristorante scelto per la cena; nemmeno io, che mangio, vi assicuro di tutto, in qualunque condizione igienica, sono riuscita a mangiare molto!

Beh, però almeno posso dire di aver mangiato il topo, che ne dite? Troppo poco? Beh, bisogna pur accontentarsi nella vita!

Non ancora esausti, ci buttiamo in discoteca; ci siamo divertiti tantissimo, un nuvolo di vietnamiti ci ha subito circondato, dandosi il cambio, ridendo, scherzando; noi come loro, ballavano coinvolgendo tutti i presenti, fino a notte fonda, fra una birra ed un cocktail vietnamita.

Ragazzi, che cos’è la vita notturna della capitale!

 

20.08.2006 – Domenica – 20° giorno

Hanoi – Hoa Lu – Tam Coc – Ninh Binh – Hanoi

Partiamo alle 8:30, aspettando per ben 2 ore il nostro pulmino, continuando a discutere col ragazzo dell’agenzia.

Forse è stata una mia leggerezza, del resto ormai avrei dovuto capirli i vietnamiti, disponibilissimi, ma davvero troppo rigidi per poter comprendere ed accettare un cambiamento al programma da loro proposto!

Comunque sia, sebbene già stremati dalla levataccia, dopo due ore e mezza siamo alle porte della Bich Dong Pagoda.

All’interno un ragazzo sta suonando uno strumento monocorda improvvisato; il suo naso, completamente cosparso di bolle, ci fa ricordare nuovamente che qui, pochi anni fa c’è stata una guerra; non so quanto si protrarranno i segni evidenti di ciò che è stato, visibilissimo anche nell’orgoglio e alle volte nella diffidenza e negli sguardi, celati sotto all’incredibile e stupendo sorriso delle persone, certo è, che è difficile non provare un senso di rabbia e disgusto per chi è convinto che pace e democrazia si possano esportare con le bombe e con le riprese cinematografiche degli effetti del Napalm.

Però, purtroppo, mi fa male essere inerme di fronte a tanto dolore, camminare su luoghi che sono stati teatro di indicibili ingiustizie, guardare i volti di persone che hanno perso cari o che hanno dovuto reinventarsi perchè i loro campi sono stati bruciati; è facile fare la guerra ed andarsene, difficile rimanere, doverlo, volerlo fare, difficile cercare di risollevare quella terra martoriata non solo dalle bombe, ma sciolta anche dagli agenti chimici e dalle brutture dell’animo umano, difficile, ma quella è la loro terra e oggi, come mai nella mia vita, comprendo quanto possa essere forte l’amore per il proprio loro paese, quanto questo popolo voglia farlo rinascere, voglia che si risollevi e che cammini con le proprie gambe, verso un futuro di pace, figlio di quelle tradizioni antiche che hanno fatto di questo paese quello che oggi chiamiamo Vietnam.

Continuiamo per Hoa Lu e poi, dopo pranzo, subito sulle chiatte metalliche dipinte di bordeaux, nostre inseparabili amiche, verso Tam Coc, definita la “Baia di Halong delle Risaie”.

L’incantevole mondo acquatico che si può ammirare dalla barca è simile a quello scorto in Halong Bay, ma il tutto è scandito dal ritmo della quotidianità della popolazione rurale.

Nel tratto iniziale del percorso il pigro fiume Ngo Dong si confonde con le risaie allagate, poi si dirige lentamente verso tre grotte scavate nella roccia calcarea; la prima è davvero divertente, bisogna accovacciarsi per non toccare il soffitto, nelle altre affascinanti stalattiti e stalagmiti.

Fra l’una e l’altra si aprono lagune dalle acque basse e limpide, cinte da scogliere adorne di verde; la tranquillità è turbata unicamente dalle donne che vi si avvicinano ed incessantemente cercano di farvi comprare i meravigliosi pizzi lavorati a mano (… che comunque non siamo riusciti a comprare… da buon discovery!)

Stanchi, ma davvero contenti, ritorniamo in albergo per rifare il bagaglio, domani ci attende il Laos!

 

21.08.2006 – Lunedì – 21° giorno

Hanoi – Vientiane

Partiamo alle 7:00 dall’albergo e dopo 45 minuti, passati in uno stipatissimo minivan, con il mio sedere all’aria fuori dal finestrino, arriviamo all’aeroporto.

Poco tempo per fare i biglietti, chiudiamo la cassa in dong e poi la lunga attesa per il volo.

L’ansietà di arrivare dilata il tempo, l’attesa è sempre lunghissima quando non si vede l’ora di partire per giungere nel posto tanto agognato!

E poi saliamo sull’aereo, un bielica talmente rumoroso da non far sentire che cosa sta dicendo il vicino!

Sorvoliamo il Vietnam e parte del Laos e quando ci appare di nuovo una lingua marrone in mezzo al verde, il mitico Mekong, sappiamo di essere arrivati.

Vientiane è una città molto strana, sembra di essere soli, o almeno davvero in pochi; del resto è davvero poco densamente popolata, avendo solo 500000 abitanti, sette volte e mezzo in meno di Roma! L’aeroporto dista poco più di 20 minuti dal centro, anche se sinceramente ho dovuto leggere più e più sulla lonely che quello fosse davvero il centro…

Abbiamo posato subito i bagagli all’albergo che avevo prenotato la sera prima telefonicamente e poi, con dei tuk tuk, ci siamo fatti portare al Pha That Luang, meglio noto dal mio gruppo come “pagodone d’oro”.

Situato su un’altura il Grande Stupa Sacro è uno dei tesori storici del Laos; il tempio buddista, che raggiunge un’altezza di 45 metri, venne edificato nel XVI secolo, sotto il regno Lao di Lan Xang, per volere del re Xetthathirat, sul sito di un preesistente tempio khmer, esso rappresenta il simbolo del Laos e merita davvero una visita.

Sebbene la lonely citasse che il tempio è chiuso il lunedì, noi siamo riusciti ad accedervi e ad arrivare fino al secondo livello; tutt’attorno, sui muri del porticato di fronte al tempio, una mostra, spero temporanea, espone dei quadri dipinti grezzamente (delle croste, insomma…)

Lauto pranzo, a base di noodle, in riva al Mekong con vista Thailandia e poi il gruppo si divide; c’è chi pensa di aver già visto tutto del Laos, chi invece mi segue, nella scoperta della capitale, attraverso la visita guidata proposta dalla Lonely Planet.

Mi piace questo posto, è strano, è di frontiera, ma è una frontiera davvero pacifica, le persone incredibilmente disponibili e calme vengono sempre in aiuto, la contrattazione prende sempre le forme di un divertentissimo gioco e la pioggia sembra quasi essere più dolce ed anch’essa in completa armonia.

Il Laos, davvero, non è un posto, ma uno stato d’animo, una sensazione, o più sensazioni, ma tutte incredibilmente positive, aiutate anche dalla leggerezza della curiosità dei monaci incontrati al Haw Pha Kaew, che ci accolgono con un meraviglioso sorriso e un “welcome to Laos”, prima di farci mille armoniose e dolcissime domande.

Il nostro giretto di due orette al massimo, se si segue senza perdersi in ogni angolo di questa città quasi fantasma, ci ha davvero ristabilito da tutte le fatiche del viaggio; ora, meglio che dopo un massaggio, mi sento ristabilita e ristorata e potrei affrontare ancora mille notti in pullman.

Il Laos è così, o almeno è quello che mi ha trasmesso, ti infonde un totale senso di pace e armonia con l’altro e con l’universo, da far scivolare via qualunque forma di stanchezza e di preoccupazione.

Ci ristoriamo per cena in un localino trovato sulla strada e poi, dopo qualche parola nel dehor del nostro albergo, decidiamo di ritiraci; domani 8 ore di bus fino a Luang Prabang!

 

22.08.2006 – Martedì – 22° giorno

Vientiane – Luang Prabang

Oggi più che mai mi rispecchio in questa frase: “il vero viaggio è come ci si arriva, non solo il luogo stesso…”

Alle 7:30 un tuk tuk fa la spola dal nostro albergo fino alla stazione dei bus; pregata da praticamente tutto il gruppo sono stata costretta a prenotare un trasporto turisticissimo, anziché lo sgualfissimo e sfigatissimo, ma sicuramente molto più “vero” mezzo pubblico… Del resto è arrivata quasi la fine e ho davvero chiesto tanto a questo gruppo, che si è davvero lamentato poche volte! Del resto, cosa da non dimenticare, il bus pubblico pubblico, parte alla stessa ora e non si sa quando si ferma… E Tania quindi come farebbe a fare le mille pipì che in una giornata deve fare?

Comunque sia, il nostro bus color pantera rosa parte alle 8:30; io vado a prendere i biglietti con i posti numerati che servono anche per avere il pranzo incluso nel biglietto (quello per cui Marco venderebbe anche la madre!!!) e via che si parte.

Il paesaggio è di un’incredibile ed indescrivibile bellezza; sempre diverso, per la luce che cambia, che viene soffusa dalle nuvole, alle volte celata, per poi riapparire con prepotenza, quasi ferendo il nostro sguardo.

Che bellezza, che grande sensazione di libertà e gioia!

Le mille curve del tragitto fanno avanzare quasi tutte le ragazze del gruppo, io non mi muovo, sono come pietrificata dall’immensa bellezza del paesaggio circostante, ho quasi timore che alzandomi, distogliendo lo sguardo per anche solo un secondo, esso sparisca.

Rimango tutto il tragitto a guardare fuori dal finestrino, ridendo, scherzando, cantando con i ragazzi e cambiando molto spesso posizione, ma i miei pensieri e i miei occhi sono sempre all’esterno di quel vetro.

Riccardo mi sottolinea come se avessimo affittato un mezzo nostro avremmo potuto fermarci a fare qualche fotografia, io gli rispondo che anche a me spiace non fare fotografie, ma forse è meglio così, del resto, cosa riusciremmo a far carpire, cosa riusciremmo a impressionare su quella pellicola, se non un piatto e poco espressivo paesaggio montagnoso che i nostri amici, una volta a casa, potrebbero solo commentare con “che bel posto!”

Ma quello che vediamo, non è solo un bel posto, è appunto uno stato d’animo umanamente indescrivibile; come potrei cercare di spiegarvi l’armonie delle note e negli strumenti di Stairway to heaven senza farvi sentire la canzone?

Forse è per questo che si viene in Laos, per comprendere che esiste davvero; e forse è per questo che voglio tornarci, per comprendere che non è stato solo un sogno meraviglioso!

Arriviamo alla turistica, per come può esserlo il Laos, Luang Prabang.

Non abbiamo nulla di prenotato, proprio perchè, sebbene abbia cercato di contattare svariati alberghi con il cellulare prestato gentilmente e gratuitamente di due ragazzi di Vientiane, non sono riuscita a trovare nulla.

Ma non preoccupatevi, le guest house abbondano, magari come noi sarete smistati in due diversi posti, trovando davvero arduo farvi concedere la gratuità, come infatti non ho avuto, ma un tetto e un letto ve lo trovano, statene certi!

Luang prabang è la seconda città del Laos, ed ha solo 22000 abitanti, in effetti più che la nostra Milano o Napoli, sembra più un paesello rurale con dei meravigliosi templi che spuntano nei posti più impensati in mezzo alla città.

Anche qui il tempo è scandito dalla pace e dalla tranquillità del sorriso dei laotiani, davvero degli incredibili maestri nell’arte del contrattare e nel vendere.

Nel mercatino serale, nei pressi del cuore commerciale della città, il brulicante mercato Talat Dala, potete trovare davvero di tutto, è un buon modo per passare qualche ora all’aria aperta, scambiando qualche sorriso e facendo buoni affari, comprando dei pensierini da portare a casa a parenti ed amici.

Il ritmo della città è scandito dai suoi due fiumi, il Mekong e il Nam Khan, fra i templi, i monaci bruciano incensi avvolti nelle loro tuniche color arancione.

Ogni laotiano che incontriamo ci accoglie con un sorriso e ci invita a partecipare al Boat Race di domani, grande festa in tutta la città, oggi e domani si celebra il Boun Haw Khao Padabin in tutto il Laos!

La festa è largamente sentita dal popolo laotiano e soprattutto a Luang Prabang in questi due giorni si tiene anche il Boun Suang Heua, la corsa in barca sul fiume Nam Khan e una fiera commerciale nel centro città; vista la gioia con cui ogni laotiano la sponsorizza, non ce la perderemmo per nulla al mondo!

Prenoto pertanto per dopodomani l’escursione alle grotte di Pak Ou e alla cascata Tat Kuang Si.

 

23.08.2006 – Mercoledì – 23° giorno

Luang Prabang

Oggi alle 13:00 parte la competizione in barca, l’apice della meravigliosa festa di Luang Prabang! Ci svegliamo abbastanza presto e alle 8:30 iniziamo il nostro giro dopo aver pagato la preprenotazione che avevo fatto su internet del volo Luang Prabang – Bangkok dall’Italia.

Anche a Luang Prabang seguiamo pedissequamente i consigli della Lonely ed iniziamo il nostro giro di questa meraviglia; solo che al gruppo si unisce l’acqua… davvero tanta!

Giocando fra e là tra le pozzanghere, con la magia delle offerte dei monaci, vediamo il Wat Chum Khong, Wat Xieng Muan, Wat Pa Phai, Wat Pha Phutthabath, Wat Xieng Thong.

Poi, dopo aver ammirato la confluenza con il mekong, decidiamo di scendere sul lungo fiume per goderci una sana passeggiata per le bancarelle!

Sembra una festa di paese di altri tempi, ci sono le freccette con i palloncini da scoppiare e mille altri divertimenti, un sacco di gente che cammina lungo la via e delle meravigliose bancarelle di cibo…

Assaggiamo di tutto, ma le mie preferite continueranno ad essere delle misteriose, ma buonissime polpettine!!!

Continuiamo il nostro giro fra i mille meravigliosi templi, visitando il Wat Nong Sikhunmeuang, Wat Saen, Wat Sop, Wat Sirimungun, museo del palazzo reale da fuori poi Wat Mai Suwannaphumaham… ma è già l’ora della gara!

Ci affrettiamo sul lungo fiume, prendiamo posto vicino ad una graziosissima ed attenta bambina e assistiamo questo spettacolo!

Le barche e gli atleti hanno dei colori sgargiantissimi, le barche si continueranno a sfidare in una competizione ad eliminatoria, a due a due fino a sera.

Rimarrei ore a vedere questo spettacolo, ma Luang Prabang chiama, e noi abbiamo davvero poco tempo…

Nel pomeriggio proseguiamo per il Wat Visunalat, uno dei templi più antichi della città, alla cui estremità orientale scorgiamo lo stupa cocomero, il Wat Aham, attorniato da due grossi baniani.

Un sano massaggio, poi grande abbuffata al mercato serale, tra un piatto stracolmo del buffet e una squisitissima coscia di pollo.

Giretto per il mercato e poi ci appartiamo nel dehor dell’albergo, di fronte a noi la musica imperversa, dei ragazzi stanno tenendo una festicciola alla quale veniamo invitati.

Dopo balli, un paio di birre e quattro chiacchiere, stanchi, andiamo a dormire.

 

24.08.2006 – Giovedì – 24° giorno

Luang –Prabang – Pak Ou – Tat Kuang Si

E’ già arrivato il penultimo giorno in Laos…

Partiamo presto, alle 7:30, per poter riuscire a vedere tutto ciò che ci siamo prefissi di vedere, le grotte di pak Ou e le cascate di Tat Kuang Si.

Saliamo sulla barca che ho prenotato la sera prima; iniziamo la risalita del Mekong; attorno a noi sfrecciano numerosissime lance veloci, rumorosissime, ma davvero avventurose!

Non ho voluto chiedere troppo al mio gruppo, ma sappiate che si può raggiungere Vientiane anche lungo il Mekong, in sole 8 ore con queste lance rumorosissime; a parte il lato avventuroso, ci sono alcuni inconvenienti che dovrete mettere in conto: per otto ore non potete muovervi molto, avrete questo rumore assordante, potreste capottarvi…

Continuiamo a percorrere il Mekong, avvolti dalla meravigliosa vegetazione del Laos, scorgendo qua e là le casette in paglia dei locali, in due ore arriviamo a Pak Ou; Tam Ting è una bocca scavata all’interno della montagna, con all’interno numerosissime statue votive dei Budda.

Una bambina sta lavorando indisturbata con il suo coltellaccio, per fabbricare le coloratissime e floreali offerte; all’interno un’atmosfera magica e davvero incredibile.

Saliamo una lunga scalinata per accedere all’altra grotta e qui il buio avvolge la magia delle statue votive; sulla parete la luce di una candela illumina una scritta.

La sacralità di questi luoghi è data dal silenzio e dalla pace, nonché dalla natura che la fa da padrona.

Come sempre, è già tempo di andare, mi godo per un ultima volta lo spettacolare paesaggio, riproponendomi che non sarà l’ultima, che il mekong mi ha emozionato davvero tanto, che prima o poi ci tornerò…

Visitiamo un piccolo villaggio vicino a Luang Prabang di costruttori di carta di riso e poi, dopo un velocissimo pranzo a Luang Prabang, sulle rive del mekong, ripartiamo, stavolta in bus, per Tat Kuang Si.

Il Laos non smetterà mai di stupirmi e di emozionarmi, nei 45 minuti di strada, i miei occhi si sono di nuovo persi nella freschezza di quel verde accecante delle campagne, delle montagne e delle piantagioni di riso.

La grande cascata a balzi di tat Kuang Si precipita su formazioni di roccia calcarea, formando una serie di fresche pozzanghere turchesi, nelle quali ci bagniamo e continuiamo a tuffarci, sebbene faccia freddo e continui a piovere!

Continuiamo lungo il tratto più scivoloso del sentiero (Laura cadendo si porterà a casa una frattura scomposta del coccige…), arriviamo in cima alla cascata, da dove possiamo ammirare la potenza della cascata e il fiume che precipita verso valle.

Prima di salutare questo incredibile e selvaggio Laos, diamo un ultimo saluto alla tigre, la tristissima tigre sottratta ad un bracconiere quando era ancora cucciolo.

Assieme ad una parte del gruppo, saliamo sul Phu Si, per ammirare il tramonto sulla meravigliosa Luang Prabang e visitare il Wat Pa Huak, il Wat Chomsi, il Wat Tham Phu Si ed infine Wat Thammothayalan.

Ultimi acquisti al mercato, cena lungo il Mekong e meritato riposo.

 

25.08.2006 – Venerdì – 25° giorno

Luang Prabang – Bangkok

Ci diamo appuntamento alle 11:30, partenza per l’aeroporto e poi mezza giornata libera. C’è chi va a spendere gli ultimi kip, chi ne cambia di nuovi per gli ultimi acquisti, chi preferisce stare a dormire e chi mi segue nella visita al Museo del palazzo reale; il palazzo è stato eretto nel 1904 come residenza del re Sisavang Vong e fonde in maniera originale gli stili classici lao e francese.

In una sala dell’edificio, il pezzo forte del museo, la famosa efficge del Buddha di Pha Bang, la statua in oro puro che ritrae il Buddha nell’atteggiamento dell’Abhayamudra, o “scacciare la paura”, alta 83 cm e del peso di 42 – 54 kg (le fonti sono dicordi su questo punto).

Prima di uscire dal museo, diamo un’occhiata al Wat Mai Suwannaphumahan, risalente all’inizio del XIX secolo, in passato residenza del supremo patriarca buddista del laos, il Sangkhalat, oggi sostenuta da una forte impalcatura, date le sue condizioni precarie.

Dopo il rito della chiusura della valigia, per alcuni di noi, davvero un’impresa, con due tuk tuk ci dirigiamo all’aeroporto.

Facciamo il check, posando i nostri bagagli su pese improvvisate, ma il Laos è bello per questo e poi aspettiamo di partire nel ristorantino dell’aeroporto.

Mi spiace lasciare il laos, mi sembra di avergli dedicato davvero troppo poco tempo, del resto ho visto solo di sfuggita alcuni fra i più bei ed interessanti monumenti ed ho solo chiacchierato per poco con la gente del luogo; purtroppo è già tempo di salire sull’aereo, e mentre sorvoliamo questo stupendo paese, mi ripropongo di tornarci al più presto!

Siamo tornati all’inizio, dove tutto ebbe origine!!!

Ripresi i nostri bagagli, ci diamo appuntamento alle 20:00 all’albergo dell’andata.

Io e Claudia andiamo a fare un giro a Thanon Kao San Road, dove la vitalità è di casa; non vi volgio celare che sia uno fra i posti più turistici di bangkok, ma è davvero fantastico!

Così tanto che convinciamo tutto il gruppo a tornarci per cena!

Quindi affittiamo due quattro taxi e, come al solito, noodle per tutti!

Poi c’è chi si perde nuovamente in questa via, chi preferisce andare a Pat Pong, come Alessandro, che comprerà un meraviglioso Rolex, per … 12 euro!, regalandomi l’espressione più circospetta che io abbia mai visto ad un ambulante!!!

 

26.08.2006 – Sabato – 26° giorno

Bangkok

Oggi è davvero l’ultimo giorno, e voglio davvero sfruttarlo fino in fondo a costo di massacrarmi e di dormire ogni tratta aerea!

Ci ritroviamo alle 6:30 per la colazione, poi prendiamo subito un taxi per il Lumphini Park, così chiamato per ricordare il luogo natale del Buddha in nepal.

Questo è il parco più esteso e più conosciuto di Bangkok, la gente viene al mattino per praticare sport, le arti tradizionali, o anche solo una classica e salubre passeggita; dentro al parco potrete vedere di tutto, dai medici che provano la pressione e fanno l’estrazione del sangue, ai bimbi in abito nero con il dragone gialloricamato sulla schiena che si allenano alla Thai Box, o, se avrete fortuna come noi, un incontro di allenamento, allievo – maestro.

Passata quell’oretta al parco, iniziamo il nostro giretto dei templi, vicino al lungo fiume.

Visitiamo il Lak Meuang, il pilastro della città, un santuario dedicato allo spirito protettore della città di Bangkok, il famosissimo Wat Pho, il più antico tempio di bangkok, famoso per l’enorme Buddha disteso e per la sua scuola di massaggio.

Diamo una veloce occhiata ai rari negozi – abitazioni di epoca Ratanakosin e poi ci portiamo sul lungo fiume per attendere il battello che fa la spola ogni cinque minuti da una riva ll’altra del mae Nam Chao Phraya, per visitare il Wat Arun, una delle più straordinarie prang di Bangkok, in stile hindu con influenze khmer; forse il tempio più conosciuto di Bangkok, visto che è ritratto in ogni depliant di viaggio…

Ci portiamo al Grand Palace e al Wat Phra Kaew, dove Riccardo e Marco cercano di coprire le gambe in qualunque maniera, addirittura con il pile, per poter accedervi!!!

Il Wat Phra Kaew è uno splendido ed elaborato esempio di architettura religiosa della capirale.

Velocemente passiamo di fronte all’università e galleroa d’arte Silpakorn, alla Siam City Bak per correre al mercato degli amuleti, cheresterarà solo un miraggio letto nella Lonely, visto che abbiamo visto solo polli, zampe di gallina e noodle, ma di amuleti nemmeno a parlarne!

Visitiamo velocemente il Wat Mahatat e diamo un’occhiata fugace alla Thammasat University, per poi portarci con dei freschissimi tuk tuk, al Golden Mount, dove possiamo scorgere Bangkok in tutta la sua straordinaria e confusa bellezza.

Scendiamo e ci portiamo al Marble Wat, ma dopo questa delusione, decidiamo che è venuta l’ora del mercato, il Chatuchak Weekend Market!

Conosciuto in lingua thai come Talat Jatujak, è davvero la Disneyland dei mercati thailandesi; pensatec he il sabato e la domanica ci sono circa 8672 bancarelle, con più di 200000 visitatori; qui si può davvero torvare di tutto, dai capi di abbigliamento thai, agli strumenti musicali, agli amuleti religiosi, alle banconeote contraffatte di ogni nazione che vi possa venire in mente, anche già scomparsa, piatti, padelle, posate, spuntini gustosi e improvvisti come le locuste e le falene, massaggiatori davvero a buon prezzo, sportelli banvcimat, frutta e verdura, una specie di trenino che fa la spola nelle viuzze al suo interno, completamente gratis, musica, balli e danze e per finire, ma sicuramente mi sono dimenticata tutto il mondo, ogni tipo di animale e cucciolo che vogliate comprare o anche solo vedere, lì c’è!

Dopo aver assaggiato di tutto, e dopo un sano massaggio ai piedi, io e Claudia raggiungiamo gli altri al centro commerciale, iniziando così il processo di occidentalizzazione; … forse ci siamo fatte prendere un pò troppo la mano, ci facciamo addirittura fare i capelli!!!

Poi è ora di tornare; una sana doccia e poi l’aeroporto, con i nostri zaini e un sacco di meravigliosi ed insoliti ricordi, un pò cambiati e con la tristezza del ritorno.

 

27.08.2006 – Domenica – 27° giorno

Bangkok – Cairo – Hurgada – Italia

Partiamo in orario, con la confusione dei ricordi che ci affolla la mente, ricchi di nuove sensazioni e di nuove cose da raccontare, arricchiti di una nuova esperienza, stanchi, provati, ma carichi.

Non ci resta che salutarci e darci appuntamento al raduno, a fine mese.

Appassionatamente!

 

Il vero viaggio è nel gustare l’attesa del momento, nelle sensazioni che ti accompagnano nel tragitto, il mezzo di trasporto, la gente, i luoghi e gli odori che solamente si transitano.

Il vero viaggio è lì…E poi si arriva!cambogia1.JPGCopia di IMG_5621.JPGDSCN0292.JPG

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Kamchatka Trek – di Elena Grobberio

E’ dai tempi di Risiko sapevo che prima o poi avrei messo piede in questa terra remota.

Ne parlo così bene a Valeria e Roberta che anche loro non vedono l’ora di prender parte a questo viaggio.

Il coordinatore manca ma, esprimo la mie intenzione al carissimo e valoroso Massimo che non si lascia scappare l’occasione di accompagnarci così il viaggio prende forma e si crea in un batter d’occhio.

9 baldi giovani alla scoperta di questo luogo dal nome quasi impronunciabile

Kamchatka, una penisola selvaggia e sconfinata nell’estremo Est della Siberia, un luogo affascinante e scarsamente popolato dall’uomo, una terra di orsi e di vulcani.

Le montagne della Kamchatka si affacciano all’Oceano Pacifico con più di cento vulcani “attivi”. E’ una penisola grande come l’Italia ma abitata da appena 300 mila persone.

Si trova nell’estremo oriente della Russia, è lunga più di 1.200 chilometri e larga 500 nel suo punto di massima estensione.

E’ una regione bellissima: è formata da una grande vallata, intersecata da decine di fiumi, piena di geyser e circondata da una corona di più di 300 vulcani di cui 25 sono ancora attivi.


I suoi fiumi sono così ricchi di salmone, che «camminare sull’acqua non sembra così impossibile».

Le sue foreste sono piene di orsi giganti, pecore delle Montagne Rocciose e falchi, e sulle coste ci sono moltissimi granchi giganti.

Parte della sua bellezza deriva anche dal suo isolamento.

Per arrivare a Mosca dalla Kamchatka serve un volo aereo di nove ore.

I trecentomila abitanti sono tutti concentrati in tre città nel sud della penisola, mentre il resto dei paesi sono sparsi per la regione, spesso a giorni di viaggio l’uno dall’altro.

Un’unica strada di circa 500 km taglia in due questo lembo di terra dunque per esplorarla è necessario il camion 6×6 messo a disposizione dall’agenzia.

Già dal primo giorno di viaggio intuisco che qui ci lascerò il cuore.

BAIA DI AVACHA

Usciamo con un cabinato dalla Baia di Avacha (situata davanti alla capitale Petropavlovsk) per raggiungere il mare aperto.

Lungo il percorso immaginiamo di vedere dal mare i vulcani che dominano il paesaggio perché ahimè, il tempo è pessimo oggi.

In breve cominciamo a respirare l’atmosfera e la natura dell’Oceano, circondati da migliaia di uccelli marini tra cui pulcinelle di mare, urie, cormorani.

Ora però ci attende un potente e gigante camion 6×6 che, con l’autista Andrej ci condurrà alla scoperta del Paese.

VULCANO MUTNOVSKY
(2323 mt)

Il primo campo lo piantiamo ai piedi del Vulcano Mutnovsky dove arriviamo passando enormi cumuli di neve.

Stupenda la scenografia che mi trovo davanti, questo luogo è da fine del mondo!

Sotto di noi il ghiacciaio e davanti la vetta del Vulcano il quale fumo incornicia uno sconfinato cielo azzurro. Poesia pura.

L’ascesa al vulcano sarà lenta per ammirare appieno ogni scorcio.

Una volta arrivati in vetta mi lascio riscaldare dalle tante fumarole che si alzano al cielo e vengo inebriata da soffioni e forte odore di zolfo che si espande tutt’intorno.

Durante la discesa guardo sconcertata i tipici Giapponesi pieni di soldi, arrivati fino al punto “ics” con la motoslitta ed ora giacciono comodamente seduti su poltroncine, intenti a comandare i droni che vengono sapientemente diretti verso la cima del Vulcano così da poter poi guardare con i loro occhi ciò che le loro game non gli hanno permesso di andare a vedere. Mah….

Distolgo subito sguardo e pensiero da questi moderni viaggiatori, la cascata che scende a valle e si infrange sul ghiacciaio sottostante richiama la mia attenzione ed io mi lascio stupire da tanta grandiosità.

VULCANO GORELY (1.829 mt)

L’ascesa al Vulcano Gorely avverrà con il classico “Kamchatka weather” ovvero, nebbiolina e pioggerella tanto che una volta arrivati in vetta dovremo “lavorare di fantasia” per vedere il turchino lago che ricopre il vasto cratere.

Non ci resta che scendere giù di corsa in valle per poi procedere con il camion attraverso cumuli di neve e sterpaglia fino a trovare il posto giusto per allestire il prossimo campo.

Io e la Vale ci siamo incantate un attimo ed ora i nostri amici hanno già montato le tende mentre noi vaghiamo in mezzo ai bagnati arbusti per cercare il posto perfetto per sistemare la nostra bella “casetta” ma qui è tutta una gobba, mi sa che stasera si dormirà male. Noi però ci facciamo una risata, tanto riusciamo a dormire anche sui sassi.

VULCANO AVACHINSKY
(2.741 mt)

Sistemati in un comodo alloggio, alle pendici del Vulcano Avachinsky ci godiamo l’atmosfera nel giorno che precede la festa più importante del Paese dove si festeggiano i tanti vulcani presenti in questa penisola.

Gli abitanti accorrono da tanti angoli del Paese per bere, in primis, mangiare e poi risalire il mitico Vulcano.

Noi non vediamo l’ora ed il giorno precedente ci scaldiamo le gambe risalendo una vetta nelle vicinanze.

All’alba siamo pronti per l’ascensione più spettacolare del viaggio, che ci porterà sulla vetta del Vulcano Avachinsky.

Alle 7 parte la corsa di skyrunning, il parterre pullula di sportivi più o meno in forma.

Sasha, la nostra guida ci procura i pettorali con i numeri dunque, una volta indossati non ci resta che partire.

Gli atleti che puntano alla vittoria volano verso la cima e noi procediamo talmente spediti (?) che Sasha di tanto in tanto ci esorta ad uno stop.

Io sono quella che maggiormente vengo redarguita in quanto detesto le soste forzate. Io non mi fermerei mai mentre lui ha evidentemente necessità di fermarsi. Vecchio lupo… eh eh eh

Dice di non aver mai trovato un gruppo così veloce. Io mi adeguo agli ordini impartiti.

Scalpito ad ogni sosta e non freno il mio andare se non dopo aver sentito l’eco della sua voce che grida: Elena, stoop!

Di fianco a noi appare l’imponente Vulcano Korijakskij. E’ così bello che mi par di esser davanti all’Everest.

Risaliamo il sentiero sassoso in mezzo ad una moltitudine di ragazzi, signori e bambini che avanzano più o meno allegramente.

Ci sono superdonne truccatissime con jeans attillati e scarpette alquanto inadeguate, uomini con mimetiche ed anfibi. C’è di tutto e di più.

Alcune signorine vengono letteralmente trascinate per mano da uomini alcuni moolto carini ed io e la Vale ci “facciamo gli occhi”.

Taluni salgono a suon di musica portando in spalla grandi radio.

In mezzo a questo pour pot-pourri di gente saliamo allegri consapevoli della maestosità del paesaggio che ci circonda.

Ultimo tratto ripido da percorre tenendosi stretti ad una corda ed eccoci arrivati, in men che non si dica.

La gioia di esser quassù è immensa e ci abbracciamo felici. Sul pettorale viene scritto il tempo impiegato.

Guardo il viso di Sasha percepisco che è fiero di noi, meno male, se solo non fosse che ci obbligava a degli stop forzati, vedevi tu come li sistemavamo sti Russi, ah ah ah.

Il cratere sommitale di lave color rosso fuoco, tappato da ossidiana nera e fumante ci rapisce e noi ci perdiamo dentro a questi fumi, circondati da una moltitudine di gente che onora nei modi più disparati questo bellissimo momento.

LAGO KURIL

Un volo in elicottero di 300 km ci permette di sorvolare questo incantato paese per raggiungere all’estremo sud a circa un migliaio di chilometri dal Giappone il Lago Kuril, un lago caldera.

Ogni anno, da Luglio a Settembre, è teatro della risalita dei salmoni “red” rigonfi di uova che dall’oceano nuotano fino alle sorgenti dei piccoli torrenti affluenti al lago dove essi sono nati.

Qui decine di Orsi Bruni popolano le foreste adiacenti le rive del lago e dei torrenti richiamati da un’enorme quantità di pesce.
Cibo in abbondanza ricchissimo di grasso, utile riserva calorica per il prossimo rigido letargo invernale.

Va in scena così uno dei più affascinanti spettacoli che la Natura ci regala. Kobalan (così si chiama l’orso nel linguaggio locale) è l’attore protagonista di questa storia ambientata in un mondo perduto ed irraggiungibile dove il tempo è scandito soltanto dai ritmi costanti e ripetitivi di quel meraviglioso ecosistema Patrimonio dell’Umanita

Prendiamo la barca e costeggiamo le spiagge di questo lago caldera e mi commuovo alla vista di questi grossi orsi a caccia di pesce.

Spesso e volentieri sono costretta a fotografare la faccia demoralizzata di questi enormi orsi dovuta alla mancata presa del salmone ma, rimbomba ancora nelle mie orecchie il forte crack che rompe il silenzio ogniqualvolta l’orso riesce a sbranare il povero pesce che comunque è grande e coloratissimo.

Saranno dolori poi quando l’elicottero, durante il volo di rientro ci fa fermare in un lago dove avrò modo di indossare il mitico costumino rosso brillante per immergermi nelle ustionanti acque di almeno 45°.

Ma, siamo impazziti? Fuori subito da qui, altrimenti mi sciolgo.

A bordo del potente camion, nostro intrepido autista Andrej ci condurrà ora al Nord in un lunghissimo viaggio lungo l’unica strada in terra battuta e ghiaia che attraversa la Kamchatka da sud a nord per oltre 600 chilometri.

E’ una strada che non ha congiunzioni con altre strade verso la Siberia (la Kamchatka è di fatto isolata dal reso della Russia e non è raggiungibile via terra).

Andrej ci guida con maestria attraversando ruscelli e zone paludose con estrema facilità e disinvoltura. Ed il viaggio prosegue tra un rigenerante bagno in una sorgente calda ed un lauto pranzo a Milkhovo (un villaggio di 8900 abitanti a 300 chilometri a nord di Petropavlovsk).

La strada attraversa una fitta foresta di betulle nel centro della Kamchatka, tagliando in due la valle formata tra la catena di vulcani presente ad est ed i monti presenti ad ovest.

Dopo aver attraversato l’immensa foresta talvolta schiacciata da fiumi di lava a seguito di massicce eruzioni di Vulcani e, non prima di esserci fermati a tagliar legna per il fuoco della sera, il camion inizia ad avanzare su un suolo lavico dove la vegetazione sparisce gradualmente.

Raggiungiamo infine il luogo dove verrà eretto il campo base, luogo di partenza per i prossimi trekking.

La zona è chiamata “foresta morta”.
Qui svettano esili fusti di migliaia di alberi che sono stati uccisi all’istante dalla nube ardente, ad oltre 1000 gradi centigradi, lasciando solo scheletrici tronchi

In molti casi, quel che emerge al suolo è soltanto la parte superiore dell’albero morto in quanto, a seguito dell’eruzione, si sono depositati al suolo ceneri e detriti, dello spessore che può raggiungere i sei metri.

Risaliamo oggi fin sulla bocca di un cratere, camminando su materiale vulcanico contenente varie sostanze che trasformano il suolo in un mosaico coloratissimo.

Arrivati sulla sommità, al suolo sono presenti piccole fessure da dove fuoriesce un leggero flusso di aria calda. Qui, si rischia di fondere gli scarponi, attenzione.

VULCANO TOKBACHIK (3.682 m)

Finalmente, dopo un giorno di mega trekking su un fiume di lava ancora fumante, è arrivato il giorno del Vulcano Tolbachik.

Partiamo che il tempo è pessimo ma io sono molto fiduciosa ed infondo sicurezza al gruppo che si lascia entusiasmare nonostante la pioggerella ed il cielo interamente coperto.

Camminiamo silenziosi tutti in fila, intorno a noi il bianco assoluto ma dopo alcune ore fortunatamente il cielo si pulisce e la vista spazia tra il ghiaccio misto e detriti vulcanici di varia natura.

Davanti a noi svetta l’imponente cima del Vulcano che noi ammiriamo a bocca aperta ma, meglio procedere, ne abbiamo ancora di strada da fare.

Dopo alcune ore raggiungiamo finalmente quota 2.850 mt da dove si apre davanti ai miei occhi una vista spettacolare, il cratere del vulcano Tolbachik con un diametro medio di oltre un chilometro e mezzo ed una profondità di 500 metri.
Al suo interno “cola” il ghiacciaio Shmidt.

Saliamo ancora un centinaio di metri fino ai bordi del cratere, il cielo è azzurrissimo e davanti a me la vista sul coloratissimo cratere è mozzafiato

Il panorama dal Vulcano è grandioso e spazia su diversi grandi vulcani presenti intorno.

Scende ora il sipario di questo sorprendente viaggio che mi ha permesso di apprezzare questo stupendo angolo di paradiso ancora selvaggio, lontano da tutto e da tutti.

Gruppo top il nostro che non si è affatto lasciare scoraggiare in nessun momento, nemmeno quando in mezzo alla foresta siamo stati assaliti da miliardi di zanzare che, se rimanevamo ancora un po’ là ci avrebbero mangiati vivi, ah ah ah.

Torno in Italia con gli scarponi consumati ma le mie gambe non si sarebbero fermate davanti a nessun Vulcano.

Con la fantasia che mi contraddice danzo da una vetta all’altra e non mi importa del meteo, ogni condizione è buona per il mio animo avventuroso e corro libera e senza meta in questa lussureggiante e selvaggia terra.

Forse l’orso riuscirebbe a fermarmi ma io credo che se lo incontrassi gli farei l’occhiolino e diventeremo amici, eh sì!

Grazie mitico gruppo di Avventure e grazie Kamchatka per tutto ciò che è stato!

Continue reading “Kamchatka Trek – di Elena Grobberio”

Ice & Fire are waiting for us!

Just arrived at Frankfurt, some time to eat something and at 22:30 our flight will leave to Reykjavik, where we will land around 00:55.
Our plan: 6 days trekking tour from Landmannalauguar to Skogar, almost 80km through one of the most beautiful landscape of the world and then a 4×4 Jimmy will bring us all around Island to discover Iceland, we will drive around 2000km.
This is my first trekking in a cold country, but I am in good hands. Dominik has a lot of experience by trekking in the North, like Norway and Sweden.
For sure we will not be starving… For the trekking we brought around 6kg of food… I guess that this time I would appreciate not only the flavor of the food itself, but also the gaining lightness after each meal!
Anyhow, an astonishing Nature, hospitable people and much more are waiting for us and we would try to live from day to day in the wilderness, camping as much as possible!
Everything is ready, crammed in our backpack, we are completely excited, so… time to go!!!

Cross Borneo – Itinerario

Il Cross Borneo si divide in 3 fasi:

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Alla fine del trek nella giungla – Tanjung Lokang

Da Balikpapan a Tiong Ohang

Balikpapan – Samarinda

Durata del tragitto, 3/4 ore. Interessanti scorci lungo la strada

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Mahakham River

Purtroppo non avevo molti giorni a disposizione, solo 18 giorni compresi i voli, quindi sono andata direttamente a Tiong Ohang, visitando solo di sfuggita lo splendido Mahakam River.

Ho preso una long boat fino a Tering e una spead boat da Tering a Long Bagun. Ho avuto modo di conoscere ed intrattenermi con la gente del luogo. Durata totale 2 giorni (3 se li fate tutti in long boat)

Da Long Bagun a Tiong Ohang sono 5/6 ore di speed boat fra le rapide. Parte solo dopo aver raccimolato minimo 20.000.000 IDR. Noi eravamo in 32 là sopra… Mi chiedo ancora adesso come abbiamo fatto a starci!!! A seconda delle condizioni del fiume, potrebbero farvi scendere prima delle rapide e farvi risalire a monte. Questa cautela è data anche dal fatto che sono morti una turista tedesca, la sua guida e 3 locali a causa di una falsa manovra della barca. QUINDI, SCENDETE SE NECESSARIO!

Da Tiong Ohang all´inizio del trek

La vostra guida organizzerá una canoa motorizzata che con 3 ore di navigazione vi porterà direttamente all´inizio del trek nell´ora più calda della giornata. Il paesaggio è molto belle e ovviamente anche qui ci sono delle splendide rapide

Cross Borneo trek day by day:

Indicativamente si cammina ogni giorno dalle 7:00 alle 14:30/15:00, quindi dalle 7 alle 8 ore compresa la pausa per il pranzo e le innumerevoli pause per recuperare fiato e forze.

L´andatura media è di 1km/h, quindi i km percorsi alla fine non sono tantissimi, anche se 1km nella foresta pluviale può essere anche come 10 nel nostro bosco… per capire meglio, si veda il giorno 5.

Lungo il percorso tutto è scivoloso, dalle rocce dei fiumi fino, al muschio verde che ricopre le pietre e i tronchi, fino alle radici e al fango che si trova ovunque. Inoltre ci sono rami e alberi completamente divelti, riversi sul percorso, diventando alla fine parte integrante del tragitto.

Bisogna sempre fare estrema attenzione prima di sposare un piede, che l´altro sia ben saldo (per quanto possibile sia) e che le radici, i tronchi e gli alberi a cui ci si aggrappa, siano ben ancorati.

La corrente dei fiumi, soprattutto dopo una notte di piogge, può essere spaventosamente forte, quindi aggrappatevi a liane o ai portatori (se riescono a stare in piedi) e cercate anche qui, quando possibile, la sabbiolina che fa più presa.

Però si viene ripagati da una natura incontaminata, da vivere con tutti i sensi, all’interno della quale ci si sente vivi, liberi e un tutt’uno con essa. Indescrivibilmente magica, da far accapponare la pelle e far piangere dalla felicità di essere in questo luogo in cui il tempo non solo sembra che si sia fermato, ma che addirittura non esista!

Lo rifarei domani!

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  1. MUARA HUBUNG – ATIKOP HILL – MUARA SAITE – poco impegnativo

L´inizio è già interessante… Una ripida salita, di fango, resa meno scivolosa da radici sparse qui e là. Poi si continua fra la foresta secondaria per arrivare al fiume dove si campeggerà sotto il classico tendone blu

2. MUARA SAITE – SUNGAI BEKANA – ARINGE – poco impegnativo

Si snoda per la foresta addentrandosi sempre di più. È per lo più pianeggiante, il percorso è abbastanza segnato e non presenta difficoltà estreme. Unico passaggio che richiede attenzione è la parete di rocce scivolose prima della lapide del ragazzo olandese morto in questo punto.

3. ARINGE – MULLER RANGE – impegnativo

Si parte per la salita ai monti Müller, per campeggiare vicino al confine fra ovest e est. La salita è molto impegnativa, in alcuni punti dovrete letteralmente arrampicarvi facendo uso delle radici o qualunque altra cosa troviate a vostra disposizione. In circa 2km, salirete di 600m… senza contare i sali e scendi vari…

Per parafrasare i nostri commenti, è come trovarsi sulla parete nord dell´Eiger, cosparsa di fango e radici, in cui gli alberi sono attaccati con lo sputo e sfidano la forza di gravità.

Quando arriverete in cima, troverete sicuramente la splendida e immancabile nebbiolina tipica della foresta pluviale. Le sanguisughe abbondano, ma gli scorci e la vegetazione indescrivibilmente bella.

4. MULLER RANGE – SUNGAI SABANG – Molto impegnativo

La discesa risulta essere più breve della salita, ma nel primo pezzo comunque impegnativa. Si iniziano a guadare fiumi con corrente di intensità via via più elevata, ci sono pezzi in cui ci si deve arrampicare o scendere con uso di liane o corde.

5. SUNGAI SABANG – BUNGAN LEA – estremo

Questi sono stati i 3km più lunghi, intensi e pericolosi di tutta la mia vita. Il fiume era in piena e lo abbiamo attraversato penso attorno alle 50 volte, attraversando frane e cercando alla bell´e meglio l´equilibrio e un sentiero nemmeno abbozzato sulle sponde scoscese che si gettavano nel fiume dalla corrente torrenziale.

Tronchi e rami ovunque, smottamenti, terreno che cedeva, rocce, sali e scendi continui e alle volte estremi, liane, corde, radici a cui aggrapparsi, il tutto scivolosissimo; tutto questo perché la corrente non ci ha consentito di utilizzare il percorso naturale… il fiume!

Un´avventura degna di questo nome, ma molto molto bella e intensa, seppur estremamente pericolosa.

6. BUNGAN LEA – BRAKAN – Molto impegnativo

Simile al giorno precedente, ma meno intenso, grazie al fatto che non ha più piovuto e che quindi abbiamo potuto utilizzare per lo piú il percorso originale. Alcune frane e alcuni tronchi lungo il tragitto. Brakan è un villaggio di minatori nel quale potrete comprare alcuni generi di conforto, quali sigarette, zucchero, riso.

7. BRAKAN – SUNGAI BULIT – DATAH OPET – poco impegnativo

Trekking semplice rispetto agli altri giorni e abbastanza pianeggiante, su foglie, fango e tronchi. Anche qui ci sono alcune difficoltà, ma dopo tutto l’allenamento dei giorni precedenti, è stata quasi una passeggiata.

Abbiamo visto la prima grotta.

Ci siamo accampati poco prima della salita dell’ultimo giorno.

8. DATAH OPET – BURU HONGKANE – TANJUNG LOKANG VILLAGE, impegnativo

La salita è davvero impegnativa, ma non come quella dei Müller. Si snoda tutta a fianco a grotte splendide, ma visitabili solo con un permesso speciale governativo, visto che la gente del luogo vive sui nidi di rondine raccolti in queste grotte.

In cima c´è una grotta immensa, splendida, dove ci sono tumulate anche delle persone.

Nella discesa abbiamo trovato un groviglio di tronchi e rami molto impegnativo, per poi uscire su una foresta di felci e arrivare a Tanjung Lokang.

Da Tanjung Lokang a Pontianak

Da Tanjung Lokang a Putussibau

Tanjung Lokang è una “strada” se cosí la possiamo chiamare, con case di legno da una parte e la riva che scende verso il fiume dall´altra. Non penso sia più lungo di 700m… Da qui l´unico mezzo per raggiungere Putussibau, è prendere una canoa motorizzata, passare numerose rapide e godersi il panorama per 7/8 ore, a seconda della difficoltà delle rapide e della corrente. Il paese è noto per cercare di “pelare” i turisti sul prezzo della barca… essendo l´unico mezzo e dovendo voi prendere un aereo… All´ingresso dell’unica Longhouse per turisti, troverete affissi i prezzi concordati, 6.500.000 IDR per la barca totale (massimo 10pax). Indicativamente vi può anche non interessare, ma siate sicuri di averla compresa nel prezzo.

Putussibau – Pontianak

Noi abbiamo preso un volo della Garuda. La durata approssimativa è di 45 minuti; dall’alto si capisce chiaramente lo stato avanzato della deforestazione

Falling in love with… Putussibau!!!

These were the best 3 days ever spent in an unknown town during a trip!

Don’t trust the few sentences in the lonely Planet book “This lively river town is the last stop for airlines and long-distance buses, as well as the last chance for an ATM, before launching into the wilderness”.

Usually the people will spend just one night because they need to wait until the morning after to catch a bus or a flight to proceed further…

BIG MISTAKE!!! Putussibau could be even better than New York or Rome, but you need to be as lucky as us. Just to know… I’ve done almost 700 shots!!!

It means…

  1. After arriving completely dirty and stinky as you even do not accept from the Cross Borneo trek and dreaming about a shower, good food and a cold soft drink, visiting and talking with the Dayak people of Tanjung Lokang, you should eat as fast as possible a terrible rise with something, remain with the same stinky, dirty and wet things, just to catch the speed boat that would leave in 1 hour…
  2. You have already booked your flight to Pontianak, then Jakarta, then Singapur: they have the same Booking reference, so should be done together… So no way to change your flights with a previous one or to split it, just to visit Pontianak…
  3. You have more than 2 days. We spent 3 nights and 2,5 days in total…

But let’s proceed step by step…

27 April 2017

My friend (Dominus Trium Subigarium, DST) and I arrived in Putussibau around 19:30 after 5:30 hours of navigation on a motorized canoe. I do say that the first impact was not the best ever… Just trying to find the place where we need to get down, the canoe left us in a field, with the water to our ankles, in front of us a dark road and at the end a wooden gate!

Anyhow the hotel was more than perfect and the satè ayam (chopstick of chicken with peanut sauce) more than delicious.

28 April 2017

After doing breakfast at 8:00, we’ve done breakfast with Datu at 9:00, then drove to the airport and then to the Garuda main office in Putussibau, trying to change our flight… No way, even if the lady of Garuda tried even after and Datu tried with the office in Samarinda.

Then we visit the market… And I started to understand that this little city is a special one! People are smiling and stopping us just to have a picture with us or just to ask us where are we from… Everybody! Gorgeous!!!

The market is an explosion of curiosity, mixed with fruit, fish, vegetables and much much more almost never seen. But the best part, even here, is that the people are really happy to explain you everything.

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After a little break inside the hotel, trying not to burn during the hottest hour of the day, we start again our discovery of this great city.

After a walk, we found a wooden bridge that drove us just on the other side of the bridge and we discover a complete new village, where we met Alina and Surya, that showed and told us everything about this part of Putussibau where basically all the people are in some way their relatives.

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Then she invited us to her home the day after! And for sure we accept it!

Last but not least, our massage was the best one ever… even if I was feeling totally destroyed right after it!

29 April 2017

Alina told us that she is leaving in front of the police station and we were walking just where Datu yesterday told us that the police office is… We didn’t find it, but one of the guys of the police of the Governor, after having some picture with us, helped us with his car to find Alina. Putussibau is so amazing!

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After a while we found the house, it was in front of the police station…

Alina’s family is really kind and great! we visit the house, really beautiful, in wood.

They offered us everything to eat, really delicious, her mum went also to the market to take it and Alina explained us everything, then we started to share pictures about our house, friends. Facebook and Instagram is really useful in these cases! Then we start to take pictures, almost selfie, in each and every position. Alina’s mum is a tennis champion,her father too. They were just coming back from Pontianak from a match that they won!

I do really cannot explain how incredible was visiting Alina’s family; I was basically feeling to visit some old friends.

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Unfortunately, time was running and just after coming back to the hotel, we decided to visit the church close to the AmanSentosa (our hotel). There were almost 20 people that were painting their face and while we were visiting the church, one of girl those girls told us that was the preparation for the mass of this evening. Then she told us that if we have like to join them, she could bring us with her at 16:00.

Putussibau was gorgeous before, and again and again!

The mass was celebrated inside a gym; the girls, and almost another 100 people wore odd costume and dance to the rhythm the chore, two singers and musicians are playing.

Then spent the last few hours drinking in front of the river.

30 April 2017

yesterday we discovered another great spot of the market in Putussibau and we visited. Again, we spent the most of the time smiling, being part of tons of picture and discovering unknown food.

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Time to leave, but the people of this little but great village will be always in my mind.

A great thanks to Alina, Surya and all their fantastic family!!!

PLEASE VISIT PUTUSSIBAU, KAPUAS HULU!!!

 

Cross Borneo Trek… manca poco!!!

Tra poco si parte!!! Primo volo verso il cuore del Kalimantan, il Borneo indonesiano.

Non sarà un viaggio comodo, sicuramente, ma ci permetterà di entrare in stretto contatto con la foresta primitiva e con popolazioni di Dayak non abituate al turismo.

Siamo 2 viaggiatori in tutto, io e un amico che viaggia in incognito e che da qui in avanti chiamerò Dominus Trium Subligarium o DTS; man mano che procederemo nel viaggio, anche le sole 3 mutande che si è voluto portare per ridurre il peso al minimo, prenderanno vita e avranno un nome e, se sopravvivranno, scriveranno anche un articolo…

In loco, per la precisione a Balikpapan, incontreremo Datu Bambang e per il trekking si uniranno 3 portatori. In totale quindi saremo 9, 6 umani e 3 mutante viventi.

Il nostro viaggio, conosciuto da quei pochi che ne hanno sentito parlare come Cross Borneo, è una grande avventura a stretto contatto con la foresta pluviale incontaminata, in una delle isole piú selvagge della terra. È un viaggio impegnativo, che segue la Old Dayak Punan Route, percorso seguito anche da Georg Muller nel 1825 e dall´esploratore tedesco Anthony Schwaner fra il 1843 e il 1848, attraversando il Kalimantan da est a ovest, per strade, terreni accidentati, fango, montagne ripide, fiumi, torrenti, rapide, all´interno della foresta primaria.

Inizieremo la nostra avventura a Balikpapan e ripartiremo da Putussibau. Questo il nostro itinerario di massima:

ITINERARIO:

13/04/17 Francoforte – Singapore
14/04/17 Singapore
15/04/17 Singapore – Jakarta – Balikpapan – Samarinda
16/04/17 Samarinda – LONG BAGUN (3 giorni in barca)
17/04/17 barca
18/04/17 ARRIVO IN LONG BAGUN
19/04/17 LONG BANGUN – TIONG OHANG
20/04/17 TIONG OHANG – MUARA HUBUNG – ATIKOP HILL – MUARA SAITE
21/04/17 MUARA SAITE – SUNGAI BEKANA – ARINGE
22/04/17 ARINGE – MULLER RANGE
23/04/17 MULLER RANGE – SUNGAI SABANG
24/04/17 SUNGAI SABANG – BUNGAN LEA
25/04/17 BUNGAN LEA – BRAKAN
26/04/17 BRAKAN – SUNGAI BULIT – DATAH OPET
27/04/17 DATAH OPET – BURU HONGKANE – TANJUNG LOKANG VILLAGE
28/04/17 TANJUNG LOKANG VILLAGE
29/04/17 TANJUNG LOKANG – NANGA LAMPUNG – KAPUAS RIVER – PUTUSSIBAU
30/04/17 PUTUSSIBAU – PONTIANAK – JAKARTA – Singapore
01/05/17 Singapore – Francoforte
02/05/17 Francoforte

Irian Jaya: diario di viaggio

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31.07.2010 – Sabato – 1° giorno

Italia – Francoforte – Abu Dhabi

Arrivati ad Abu Dhabi, con tutte quelle ore di attesa, decidiamo di farci il giro di questa cittadina.

Sarà il caldo opprimente all’uscita dall’aeroporto, ma ancora una volta incorro nell’errore di chiedere al tassista “il centro”… Dopo circa mezz’ora di taxi, siamo al centro commerciale più importante di Abu Dhabi, facciamo una breve passeggiata costeggiando il lungo mare, poi distrutti da quell’afa umida ed opprimente, decidiamo di andarci ad ibernare all’interno del Centro commerciale, per cenare a base di hamburger gigante.

Sarà il caldo, sarà che è notte, sarà che è da troppo che siamo in aereo e che la nostra destinazione è totalmente diversa, ma direi che Abu Dhabi non mi ha esaltata…

Riuniamo il gruppo solo verso la mezzanotte ora locale, dove incontriamo per la prima volta Giulio, il “nonno” del gruppo… Non lo conosciamo e facciamo subito il “toto Giulio”, avvicinandoci alle persone che sembrano avere circa 70 anni e chiamando con nonchalance “Giulio?”

Alla fine eccolo arrivare! E’ un bel signore, col volto simpaticissimo che inizia subito a raccontarci mille aneddoti, fra cui la sua tentata fuga in Egitto a 8 anni, per una prima vacanza avventurosa! Che bello! Il gruppo si è finalmente formato e adesso non ci rimane che entrare nel 3° aereo, quello che ci porterà in Indonesia, primo scalo, Jakarta.

Sempre più vicini alla meta!

01.08.2010 – Domenica – 2° giorno

Abu Dhabi – Jakarta – Jayapura

Quando arriviamo a Jakarta, dobbiamo fare davvero tantissime cose. Anzitutto prendere il visto, che paghiamo in dollari perché decisamente conveniente, poi dobbiamo fare le fotocopie, aprire la cassa, cambiare tutti i soldi e prendere i biglietti della Trigana da Jakarta!

Poiché è domenica e poiché devo cambiare 14.000 €, per paura di non trovarli, visto anche che Jakarta è l’ultima frontiera per cambiare gli euro, mi ero messa d’accordo con Mahjum della Kakadu Travel.

Appuntamento da KFC; con tanto di poliziotto, Mahjum mi cambia tutto a 11400 IDR per 1 €, poi mi da i biglietti della Trigana.

Rientrati, facciamo il check in, ceniamo e poi di nuovo sul volo.

Ci impiegheremo ben 6h40’ per arrivare a Jayapura…

Ormai il concetto di spazio e tempo non esiste più!

02.08.2010 – Lunedì – 3° giorno

Jayapura – Wamena

E finalmente ci siamo, dopo aver fatto una breve sosta a Makassar, stiamo sorvolando l’ex Irian Jaya. Sotto di noi uno spettacolo incredibile, una foresta fittissima, interrotta a tratti solo da fiumi secolari che serpeggiano con le loro numerose anse.

Poi Jayapura, un paradiso, con le sue colline di velluto verde e il lago…

All’aeroporto incontro finalmente il tanto agognato Andreas, che ci consiglia di tenere lo zaino più pesante come bagaglio a mano, per evitare di pagare la sovrattassa.

L’aeroporto di Jayapura mi sembra davvero fuori dal mondo…

Dopo il check in, inizia l’attesa, poi, dopo solo 45 minuti di volo, atterriamo a Wamena.

Ora Jayapura mi sembra una metropoli; l’aeroporto di Wamena sì che è davvero fuori dal tempo; l’arrivo bagagli è un tavolaccio di legno.

Incontrato Herman, usciamo e ci dirigiamo all’albergo; ancora con addosso il nostro fare occidentale, salutiamo, un poco titubanti, il primo Dani con Koteka… Forse pensiamo che sia lì per i turisti… Lui invece, che ha passato una buona mezz’ora nel vedere l’uccello di ferro atterrare e ad osservare noi pallidi turisti occidentali, che viaggiamo portandoci la casa, ci da la mano, ci regala uno splendido sorriso sdentato e poi, contento, procede per la sua strada…

L’albergo è davvero “impegnativo”, ma ha un letto e questo basta e avanza!

Lascio il gruppo a sistemarsi, ci diamo un appuntamento alle 17 per discutere meglio l’itinerario, poi io vado a fare le fotocopie e mentre Herman procurerà il Surat Jalan, io andrò a cercare di confermare l’aereo charter della Susi Air per Kosarek, incontrando le prime difficoltà: “aereo in manutenzione fino al 16, piloti in vacanza fino al 16 agosto, non ti preoccupare, il 18 ti verremmo sicuramente a prendere, o io o quelli della MAF…”

Definito che prima del festival faremo una capatina dagli Asmat e dopo il festival, aereo permettendo, andremo dagli Yali, decidiamo di chiudere la serata in bellezza, al Blanbangan, ristorante in cui diventeremo degli habitué…

03.08.2010 – Martedì – 4° giorno

Wamena – Dekai – Logpon – Burbis

Devo essere alle 7:00 in aeroporto, area biglietteria Trigana Air.

E qui inizia l’avventura! Un nuvolo di persone sono assembrate in quella che più che una biglietteria di una compagnia aerea, sembra un chioschetto che vende biglietti del pullman…

Tutti mi guardano con occhi sgranati, spingono, ma mi sorridono e cercano di aiutarmi. Io a gesti mi faccio capire e con il dito indico la prenotazione riportata a mano su un quadernone. L’addetto alla biglietteria allora inizia manualmente a scrivere i miei 12 biglietti. Poi pago, andiamo all’interno a fare il check in, mitico! Ovviamente tutto in manuale con peso dei bagagli tramite una stadera! E poi inizia l’attesa, che inganneremo facendo un giro per la città, scorrazzando nella pista di atterraggio e prendendo bevande al bar.

L’aereo, infatti, dovrebbe partire in un’ora compresa fra le 10 e le 11, in realtà parte alle 12.

In 20 minuti siamo a Dekai, nemmeno il tempo di alzarsi in quota per passare le montagne, che stiamo già atterrando.

A Dekai non c’è nulla, solo una leggera pioggia e due pick up che ci porteranno a Logpon, il porto di partenza della nostra magnifica “crociera” fra Brazza e Siretsi!

Prima di arrivare al porto ci fermiamo a farci timbrare i permessi, paghiamo il primo poliziotto, poi, prima di ripartire, affettiamo un salame per saziare il nostro languore.

Dopo una scorta di frutta e acqua siamo al porto, il cellulare già non prende più e iniziamo a fantasticare su quale potrebbe essere la nostra barchetta… Tutti di cuore speriamo che non sia il cargo attraccato alla riva.

E infatti Sam, il proprietario della barca, ci accontenta! Sulla riva, molto più in basso, talmente in basso che non l’abbiamo nemmeno vista, giace una canoa lunga circa 12 metri, con un piccolo motore… Eccola! E’ lei… Direi che fa tanto avventura!

Sotto gli occhi increduli e incuriositi dei locali, carichiamo i nostri bagagli e iniziamo così la prima parte dell’avventura.

I sediolini sono ricavati da due assi tagliate col macete, non comodi, ma si sa, siamo in mezzo al nulla e questa sembra una nave da crociera!

L’ambiente è splendido, piante mai viste, un verde reso ancora più abbagliante dalla luce intensa che c’è in questa parte del mondo.

Poi, dopo circa 2 ore e mezzo di navigazione, inizia a calare il buio, la giungla sembra che si animi di qualunque rumore, sopra di noi pipistrelli giganti sorvolano l’area e le lucciole, illuminano alcuni alberi come addobbi natalizi.

Non ho mai assistito al vociare di una natura così incontaminata, resto affascinata, incredula che solo 1 giorno fa, ad assordarmi era il trambusto del traffico di Jakarta, la capitale di questo Paese!!!

Dovremmo navigare ancora 4 ore e io dovrò tagliare una bottiglia di acqua per fare la pipì, perché accostare alla riva con il buio non è certo sicuro, prima di fermarci a Burbis, dove passeremo la notte.

Herman contratta un luogo coperto in cui mettere le nostre tende, poi vorrebbe farci solo un te!!! Ovviamente noi abbiamo fame e anche se lui non ha pensato alla nostra cena (come avrebbe dovuto…), decidiamo di fare una spaghettata per assopire la nostra fame.

Nel mentre, ridiscuto l’itinerario, perché le 6h30’ di navigazione di oggi non mi lasciano tranquilla… E infatti, dopo aver fatto mille domande, per cercare di capire davvero quante sono le ore di navigazione che ci aspettano domani (secondo lui oggi dovevano essercene solo 4!!!), decidiamo di non arrivare a Kaimo, ma di fermarci al villaggio prima, a Fos ed evitare così ben 16 ore di navigazione l’ultimo giorno!!!

Capisco che il tempo e lo spazio sono relativi in Irian Jaya e che forse l’avventura sul fiume, non è tanto mestiere di Herman, che sembra più ferrato sulla valle del Baliem…

Comunque sia, oggi è stato splendido e domani dormiremo dagli Asmat, più di così cosa vogliamo?

04.08.2010 – Mercoledì – 5° giorno

Burbis – Suator – Fos

Partenza alle 8:30, per rifermarci a Suator, dove avremmo dovuto dormire ieri sera.

Qui lasciamo un altro obolo alla polizia per i permessi, poi facciamo con Tinius un minimo di spesa. Suator è il primo paese “Asmat”. Diciamo che a vederlo così, non è nemmeno lontanamente paragonabile a quanto mi ero immaginata da piccola e in tutti questi anni di letture…

Case di legno e di lamiera, bimbi con la pancia gonfia che fumano già a 3 anni, le passerelle per evitare il fango, un ospedale e tanti negozietti gestiti da indonesiani.

E’ vero, siamo nella upper part del territorio Asmat e questa è una cittadina con posto di polizia, ma è un villaggio davvero asettico, brutto, dal quale tutti vogliamo scappare…

Continuiamo la nostra navigazione dopo aver fatto rifornimento di cibo, man mano il fiume si fa sempre più ampio, diviso in alcuni punti da grandi isolotti.

Poi, poco prima del tramonto, arriviamo a Fos.

Herman scende dalla canoa e va subito dal capo villaggio a chiedere il permesso di scendere e di poter usare la casa degli uomini come bivacco. Io lo seguo e tutti gli abitanti, che si erano assembrati sulla riva del fiume a vederci arrivare, ci scortano all’interno della casa degli uomini.

Mi profondo in sorrisi, stringo la mano ad un anziano signore rinsecchito, ma con uno sguardo iper fiero. Sono di fronte ad un vero capo Asmat e il suo alone di maestosa importanza mi fa capire che sto vivendo qualcosa di unico.

Anche se ormai gli Asmat sono tutti coperti da magliette sgualcite e pantaloncini bucati, la fierezza del loro sguardo annulla questi abiti, è come se li cancellasse; mi fa capire che anche se i missionari hanno cercato di “domarli” e di renderli degli agnellini, la fierezza dell’appartenenza al gruppo non può essere cancellata, secoli di storia sono nei cromosomi di questi fieri guerrieri, il loro sguardo trasuda in ogni attimo la storia che hanno vissuto e che hanno scritto, i loro gesti sono figli di quei riti che hanno fatto riecheggiare il nome dei loro antenati in tutto il mondo.

Sono nella loro terra, luogo selvaggio e difficile, in cui solo 30 anni fa avrei avuto tutt’altra accoglienza.

Il capo villaggio ci da il suo assenso; stasera dormiremo all’interno della casa degli uomini, in fondo, con le nostre tende, per creare il giusto distacco che ci viene richiesto.

La casa degli uomini, quasi non ci credo, mi sembra di vivere un sogno… Mi guardo attorno, sono all’interno della struttura più importante della comunità Asmat, una struttura in cui, fino a pochi anni prima, sarebbe entrata solo la mia testa, alla quale avrebbero procurato un buco con un’ascia e dalla quale avrebbero bevuto il mio cervello solo gli uomini, gli unici che potevano entrarvi!

Il corpo sarebbe stato smembrato in piccoli pezzi, al di fuori di tale struttura e sarebbe stato mangiato dal resto del villaggio…

E così sarebbe successo agli altri 9 partecipanti…

Lasciamo i nostri bagagli all’interno di tale struttura ed usciamo con Herman a visitare il villaggio.

Gli Asmat non ci sorridono, ci seguono, ci scrutano, cercano di capire cosa siamo e che cosa vogliamo nella loro terra; ci seguono e non si vergognano a farlo, sicuri, perché sono a casa loro.

Devono prendere contatto con lo straniero, devono accettarlo e lo fanno seguendolo, in ogni dove, sempre, con insistenza.

Dopo aver ottenuto il permesso, entriamo in una casa privata. Il caldo è opprimente e un uomo sta cuocendo una palla che sembra cemento sopra un focolare primitivo.

E’ sago, il famosissimo sago… Ce lo fa assaggiare; caldo è talmente colloso che non si riesce a trovarlo buono, appena tiepido è mangiabile da risultare quasi buono.

Mi danno anche una larva di sago, ma sembra morta e non vorrei prendermi una dissenteria fulminante perché mangio carne non fresca, quindi salto, mi sa che la assaggerò la prossima volta J

Lo scorrere del tempo sembra diverso, il luogo irreale, non mi sento come spesso può accadere quando si vivono delle situazioni incredibili, “all’interno di un documentario”, ma mi sembra di essere sospesa nello spazio e nel tempo, in un limbo, in una dimensione in cui sto vivendo la storia dei miei antenati…

Al tramonto torniamo alla casa degli uomini, montiamo le tende, ceniamo a base di noodle (davvero buoni, bravo Tinius!) e poi assistiamo alla cerimonia dei tamburi, che abbiamo precedentemente contrattato.

Nella casa, lunga 30 metri, è raccolto tutto il villaggio; i canti tribali e il rumore del tamburo sembrano impossessarsi della comunità, ballano, gridano, sembrano in trans, sembrano un solo essere, una vera tribù… Che esperienza!

Poi Herman, traducendo forse la curiosità di qualche bimbo (o la sua…), ci chiede di cantare una canzone italiana.

Ci guardano, le braccia conserte, gli occhi fissi, sgranati, ci stanno ancora studiando, non ci hanno ancora accettati…

♫ “La brum del mmm ha un pppst nella mmm” ♫

Ed ecco che iniziano a ridere, ci chiedono il bis, ci fanno il verso… Amicizia è stata fatta! Da questo momento in avanti, nel continuare a seguire ogni nostro passo, ci sorrideranno, quasi come se ci avessero accolti nel loro microcosmo, come parte integrane di esso!

05.08.2010 – Giovedì – 6° giorno

Fos – Karmbis

Ci svegliamo all’interno della casa degli uomini, ovviamente anche a quest’ora, buona parte del paese sta con gli occhi sbarrati e qualche timido sorriso a scrutarci. Facciamo colazione e poi assistiamo Alessandro, che con l’aiuto di suo padre, sta girando delle immagini per fare un documentario che servirà per la sua tesi e, forse, passerà anche sul canale nazionale.

Il capo villaggio si è “vestito” all’antica maniera, ma ha tenuto il cappellino e per renderlo un poco più “Asmat”, ci ha infilato due piume. Alessandro gli mette il microfono, poi, accanto a questo signore dallo sguardo fiero, si inginocchi la moglie.

Inizia l’intervista, Herman traduce le domande in indonesiano ed un altro signore le rivolge al capo villaggio in lingua Asmat.

Subito capiamo che qualcosa non va nel verso giusto, o almeno in quello sperato… Herman non traduce correttamente le nostre domande e il più delle volte, è lui a dare una risposta, senza nemmeno chiedere al capo tribù…

“Come hanno accettato i vestiti occidentali?” ed Herman risponde “Hanno visto le magliette, gli sono piaciute e subito le hanno indossate” […]

E quasi tutte le altre risposte hanno un discutibile gusto cattolico…

E’ praticamente impossibile parlare del cannibalismo, dei simboli che erano all’interno della cultura Asmat; anche le leggende vengono stravolte in una chiave cattolica…

Nel mentre i giovani del villaggio si stanno preparando per la cerimonia delle barche che avviene poco dopo nel fiume, di fronte alla casa degli uomini.

Tale rappresentazione è molto interessante, ma forse per un refuso dell’intervista, mi lascia l’amaro in bocca… Questi giovani stanno simulando un rito cancellato per sempre, alle volte ridono, non si prendono sul serio; sono movenze e gestualità che hanno imparato dai loro genitori, ma solo per accontentare quegli sporadici turisti che si spingono in queste aree remote. Il capo villaggio rimane con altri anziani all’intermo della casa degli uomini, non assiste a questa rappresentazione. Ormai l’arte della guerra non appartiene più al popolo Asmat, questi giovani non hanno dovuto osservare per 3 giorni e 3 notti il teschio di un grande nemico per passare all’età adulta rinchiusi all’interno della Casa degli uomini, forse non conoscono nemmeno più il significato del loro nome.

E’ vero, la fierezza è nel loro sguardo, nelle loro movenze, nella loro anima, ma quel che sono stati, sta ormai sbiadendo con le nuove generazioni.

Forse, alla fine, è proprio vero, “Asmat, uccidere per essere”… Ora, a poco a poco, si stanno perdendo, sbiadendosi, tramandandosi riti, che non significano più nulla, se non rappresentazioni semiserie per turisti danarosi…

Foto di gruppo, poi rientriamo a cospetto del capo villaggio e degli anziani per pagare.

Il conto è su un pezzo di cartone; conto i soldi di fronte a lui; lui li guarda, ma non li tocca, non li conta. Poi faccio per uscire, ma Herman ci ferma e ci fa assistere mentre li fa pregare!!!

Penso che nei miei occhi rimarrà per sempre impresso lo sguardo del capo Asmat; uno sguardo di altissimo disprezzo, solo alcune parole di preghiera sbiascicate, gli occhi di un leone in gabbia, profondi, che intensamente gridano “Andatevene dalla mia terra…”

Riprendiamo la navigazione, con amarezza, con sconforto.

Ho rispetto di Herman, perché lui è un missionario che crede veramente in quello che fa e so che la preghiera è stata per lui come un gesto che sanciva la continuazione di un processo di salvezza per questi popoli primitivi. Ma per me lui rappresenta l’annientamento di queste culture millenarie e forse anche l’arroganza di tutti coloro che pensano di possedere la civiltà e la salvezza solo perché credono in un solo Dio e non temono la Natura, solo perché si mettono degli abiti anziché andare in giro nudi.

Gli Asmat, fino a trent’anni fa erano cannibali e vivevano sotto un alone di terrore, per le altre tribù e nei confronti della Natura che rispettavano. Erano in completa simbiosi con essa e il loro territorio era incontaminato. Oggi sono solo l’ombra di quel che erano, le case degli uomini distrutte, sporcizia ovunque, bimbi con la pancia gonfia e le loro tradizioni, tramandate ormai solo a scopo di lucro.

Una cultura millenaria, incredibilmente complessa, con tradizioni, riti e miti che hanno fatto parlare e discutere tutto il mondo, distrutta in nome di Dio…

06.08.2010 – Venerdì – 7° giorno

Karmbis – Papiti

Ieri sera ci siamo accampati all’interno della scuola di Karmbis, un altro paese Asmat, ormai completamente “civilizzato”. All’interno di essa, nuvoli di persone che ci guardavano mentre piantavamo le tende. Di fronte, lato finestra, le donne che allattavano i bambini, come se stessero vedendo la televisione.

Abbiamo fatto conoscenza con il pazzo del villaggio… Poi ci siamo assopiti.

Oggi siamo di nuovo di partenza, di nuovo col sedere sulla canoa a motore, spediti verso Logpon, dove dovremmo arrivare questa sera.

Elena si contorce dal dolore, perché ieri sera è scivolata in uno di quei piccoli passaggi fra una casa e la passerella. Oggi ha un livido che sembra una terza chiappa! Anche Alberto non è messo benissimo. A Fos, all’interno della casa della gentilissima signora che ci ha offerto la toilette per tutta la nostra permanenza, sono cedute sotto i suoi piedi delle assi ormai marce… E lui adesso ha lividi ed escoriazioni… Per non contare i raffreddori…

Mamma che bollettino di guerra già al settimo giorno!!!

La navigazione è interminabile, il paesaggio sempre meraviglioso, ma dopo 2 ore di navigazione in notturna, con il fiume che si fa sempre più tortuoso e stretto, decidiamo di fermarci (Herman ci spiegherà solo 4 giorni dopo che all’interno del fiume, ci sono i coccodrilli, che anche se sono piccoli, 6 metri contro i 12 del mare, sono molto pericolosi!!!)

La casa che ci viene data come bivacco è davvero brutta, sembra poter cedere da un momento all’altro ed inoltre, illuminati dalla frontale, vediamo tantissimi occhietti che ci scrutano… Sono dei bei ragnazzi cosparsi ogni dove.

Immergendomi di nuovo nel fango fino al polpaccio, questa volta a piedi nudi, vado a chiedere aiuto ad Herman, che ci manda i bimbi del villaggio, che in quattro e quattr’otto “de-aracnizzano” la capanna che ad onor di gloria verrà subito soprannominata “Casa dei ragni”.

Anche stasera Tinius ci manda a letto senza cena (poco male, fame non ce l’abbiamo), ma Herman mi allarma… Domattina dobbiamo essere a Dekai entro le 8:30 a prendere i biglietti, sennò perdiamo la prenotazione!!!

Il bello di Herman è che è sempre chiaro e dice tutte le cose che servono al momento giusto…

Poco male, domattina partenza alle 5!

07.08.2010 – Sabato – 8° giorno

Papiti – Logpon – Dekai – Wamena

Partiamo appunto alle 5 del mattino, lasciandoci la splendida casa dei ragni e gli Asmat alle spalle e piano piano vediamo albeggiare, poi pioggia e freddo, ma in 2 ore siamo a Dekai.

Lì troviamo un solo pick up e subito saliamo e poco dopo le 8 siamo a Dekai, all’aeroporto.

Velocemente faccio i biglietti, poi inizia l’attesa. Mamma se sono sporca e mamma se la mia faccia è ustionata! In alcuni punti la pelle viene via alla grande!

Finalmente alle 13:20 partiamo per Wamena e alle 14 siamo già in hotel.

Chiedo ad Herman di organizzare un’auto per il giorno dopo, per andare al Salt lake, vedere la mummia e poi pernottare a Wosilimo, paesino vicino al Festival.

Gli chiedo inoltre di iniziare ad organizzarsi per il trek degli Yali; poi, dopo aver pranzato, continuo la mia ricerca, aiutata da Yannuar, per garantire il volo di ritorno per il 18.

Dopo qualche ora, Yannuar mi dice di non disperare, che anche se il suo aereo è in manutenzione fino al 16, i piloti in vacanza fino al 16, sicuramente o lui la AMA ci verranno a recuperare… Visto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, mi do un appuntamento telefonico per l’indomani, in maniera tale che la sera del 9, al ritorno dal festival, prima di partire per il trek, possa saldargli il servizio.

08.08.2010 – Domenica – 9° giorno

Wamena – Kurulu – Salt lake – Wosilimo

L’appuntamento è per le 8:30, ma partiremo solo alle 9:30 perché Herman non ha organizzato l’auto…

Prima tappa il mercato di Gibama, folcloristico e come ogni cosa in Irian Jaya, non turistico. Oltre a frutta e verdura, si vendono maiali, couscous, borse, collane, betel e poi ci sono i classici negozietti di indonesiani

Dopo aver fatto la scorta di frutta ripartiamo per Kurulu, dove iniziamo un breve trek verso il lago salato (sarebbe forse meglio chiamarla la pozza salata).

Assoldiamo un uomo e tre donne Dani che ci faranno vedere come estraggono il sale da questa pozza utilizzando le foglie di banana.

Il trekking è semplice, leggermente scivoloso, ma a fronte di 8 giorni di inattività, il fiatone si fa sentire… Beh, iniziamo l’allenamento!

Giulio è troppo affaticato ed utilizzando la scusa di un ginocchio dolorante, decide di tornare indietro… E per lo Yali trek che farà???

La parte del lago di fronte a destra è sacra e non deve essere assolutamente calpestata.

Cogliamo l’occasione per qualche fotografia e un veloce pranzo e poi scendiamo.

Herman ci fa presente che nel villaggio vicino alla mummia si sta tendendo il funerale di una donna morta a seguito di un incidente stradale il giorno prima; chiede se vogliamo assistervi. Dopo vedremo la mummia centenaria di Kurulu.

Con il dovuto rispetto assistiamo ad una cerimonia. E’ un’esperienza davvero unica, indescrivibile dove si riesce a capire il reale significato del concetto che sta dietro al termine tribù.

In un villaggio tipico Dani di fronte all’ingresso ci si trova normalmente una capanna più grossa delle altre; questa è la casa degli uomini, la casa in cui stanno gli uomini in età adulta, dormono e decidono di fatti importanti sulla vita del villaggio; qui di fronte sono riuniti e seduti viso rivolto al rogo che ha visto morire 5/6 maiali grandi, tutti gli uomini in età adulta della tribù. La maggior parte è seduta, poi ci sono i membri più importanti che tagliano e distribuiscono pezzi di maiale a chi sta intorno. Noi veniamo fatti accomodare in quest’area. L’atmosfera è mesta, il silenzio è interrotto da pochi fragili rumori propri del mangiare.

Alla destra di tale casa, c’è una capanna molto lunga, ma più bassa; questa è la cucina, dove si passa la maggior parte della vita quotidiana. Questo è il regno delle donne. Qui di fronte vengono appese le interiora e alcune parti dei maiali che vengono conservate per la famiglia del defunto. Di fronte a tale case ci sono sedute le donne; all’interno la defunta con la figlia e le parenti più strette. Qui l’atmosfera è ancora più mesta, quasi lugubre; qui il silenzio viene rotto da piccoli mugugni molto più simili al pianto sommesso.

Di fronte a tale casa ci sono alcune case più piccole, in questo caso 3, che sono le case delle donne, le case in cui i bimbi e le donne vanno a dormire. All’interno di tale casa l’uomo si accoppia con la donna per procreare. Di fronte a tali case, i bimbi, e alcune donne con neonati. Mestizia, ma anche bimbi che mangiano le verdure cotte con il maiale.

Tradizione dei Dani recita che quando muore un parente stretto, la donna è solita farsi tagliare con un’ascia di pietra alcune falangi per sottolineare maggiormente il dolore della perdita. molte donne infatti sono prive di numerose falangi.

Solo dopo che il marito è entrato all’interno del villaggio e ha salutato prevalentemente le persone importanti, si inizia la costruzione della pira, in centro al villaggio, armonicamente fra i tre gruppi. A pira terminata arriva una suorina, che poco c’entra davvero con tutto questo, che benedice la pira con acqua santa, poi, con un sorriso, si accomoda in una delle capanne aperte più vicine alla casa degli uomini e, servita dal capo villaggio, mangia anch’essa con gusto il maiale.

E’ il momento che esca il feretro: il villaggio inizia a gemere e piangere all’unisono sempre più forte, intensificando fino a quando esce il corpo, seguito dalla figlia, che in straziante dolore, trattenuta dalle parenti strette, cade riversa sul terreno.

Tutta la tribù è ora un solo essere, una grande persona che piange e che con infinita empatia partecipa al dolore dei parenti più stretti.

Mi pervade la pelle d’oca, gli occhi di ogni persona sono come spersi, all’interno delle fiamme che a poco a poco cremano il corpo di una donna che fino a ieri era parte integrante della comunità. Come la falange, ora questa donna non c’è più, si è staccata da questa grande comunità, il pathos è estremo, indescrivibile, indimenticabile.

Mi sento di richiamare il gruppo, di uscire dal villaggio, per lasciare che nessuno interferisca con questo momento solo loro.

Nessuno parla, pochi hanno fatto fotografie.

Intenso, inenarrabile, unico.

09.08.2010 – Lunedì – 10° giorno

Wosilimo – Festival Baliem – Wamena

Ieri sera ci siamo accampati in un piccolo villaggio nelle immediate vicinanze di dove si tiene il festival del Baliem ed oggi, puntuali come degli orologi svizzeri, alle 8:30 siamo già all’interno della grande arena.

Herman mi spiega che, se vogliamo partire domani, lui e Tinius non potranno stare con noi oggi, perché devono organizzare tutto per il trekking degli Yali. Mi sottolinea inoltre che nutre dei seri dubbi che alcuni di noi possano portare a termine tale trek. Chiedo delle delucidazioni ed insisto, perché dell’esperienza di Herman mi fido e non voglio correre inutili rischi, ma lui divaga, dicendomi che se gli firmo il foglio di scarico di responsabilità per lui è ok…

Gli chiedo ancora una volta di non essere vago, ma di dirmi chi e perché nello specifico, ma mugugna solo qualcosa, poi mi dice di non preoccuparmi, sicuramente riusciremmo tutti… Sottolineo che vorrei comunque riaffrontare questo discorso prima di partire, con tutto il gruppo; poi mi faccio ancora confermare che organizzerà tutto per partire l’indomani; unico problema, gli confermerò di avere il volo di ritorno alle 15:00.

Prima che arrivino i ministri indonesiani (circa alle 11 del mattino) e si dia inizio al Festival del Baliem, secondo me, ma anche secondo i miei compagni di viaggio, è il momento più bello. Camion pieni zeppi di gente tutti vestiti tradizionalmente secondo il costume del proprio villaggio arrivano e gridano contro chi ha già preso posto all’interno dell’arena.

Prima che abbia inizio il Festival, le persone si raggruppano, cantano, danzano, si preparano simulando attacchi e dipingendosi il corpo, aggiustandosi i vestiti…

In questo momento si possono vedere pressoché tutte le etnie della valle del Baliem.

All’arrivo del ministro, l’atmosfera inizia a farsi decisamente più fasulla, inizia la cerimonia di apertura con danze tipiche di Bali (!!!) di fronte a queste persone nude con lance, frecce e archi, tutti schierati.

Il Festival del Baliem è nato sotto volere del governo indonesiano affinché i vari popoli si conoscessero ed entrassero in contatto fra di loro. E’ quindi un poco “finto”…

Alla fine della danza, si da il via alle competizioni tramite l’uccisione di un maiale con arco e frecce, ovviamente l’onore è dato al ministro

Una voce indonesiana e un’altra inglese descrivono minuziosamente le battaglie che vengono simulate nell’arena, le gare dei maialini che devono seguire le proprie “mamme”, danze e canti.

E’ tardi e quindi ci sono anche alcuni turisti che si riversano (ahimè) nell’arena per fotografare meglio… Verso le 17 decidiamo di fare ritorno a Wamena.

E in hotel esce fuori il vero problema di Herman… Stiamo per pagare il volo con la Susi Air, ma (e va bene che gliel’ho chiesto prima di pagare), viene fuori che non ha organizzato un bel niente, perché siamo troppi e non ci vuole portare, poi si ricrede, dice che con lo scarico di responsabilità ci porta lo stesso, ma l’11, non il 10, ormai non c’è più tempo. Anche se vorrei ucciderlo, cerco con calma di convincerlo, gli chiedo come posso aiutarlo per organizzare questa sera, per mantenere la partenza di domani. So infatti che già siamo tirati come tempo, se perdiamo un giorno, il trekking diventa solo una sfacchinata e null’altro!!!

Perdo solo 2 ore del mio tempo, e in queste due ore, non mi aiuta nemmeno a trovare delle alternative, devo essere io a proporgliele.

Poi, prima di congedarlo, riunione di gruppo, dove decidiamo che l’indomani, visto che a Wamena si deve stare e che Herman non muove un dito per aiutarci, la mattina presto, io avrei provato a cercare un volo per l’11 per il territorio degli Yali.

Congediamo Herman, chiedendogli di organizzare per l’11 tutto, pronti per partire: appuntamento domattina alle 10:00 per confermargli l’itinerario.

10.08.2010 – Martedì – 11° giorno

Wamena

Giornata intensa, tutta trascorsa a Wamena e devo dire, all’insegna della vera avventura!

La mattina presto, con Gianni e Francesca vado a farmi un giro in aeroporto per cercare il volo. Prima provo a chiamare la AMA, ma non mi prendono nemmeno in considerazione. E’ abbastanza evidente, anche se non me lo dice esplicitamente, che Yanto, il manager, vende voli solo alle guide locali. Allora andiamo alla MAF; qui almeno parlano al pilota, ma nulla da fare, i voli vengono schedulati con una settimana di anticipo… In sincerità, visto il posto, che sembra più un granaio che la sede di una compagnia aerea, ne sono quasi rincuorata!

Ora, se faccio mente locale, le relazioni citano 3 compagnie che fanno voli charter, la MAF e la AMA, appunto e la Susi Air, che però ha tutti gli aerei in manutenzione e i piloti in vacanza…

Prima di gettare la spugna, mi viene in mente di provare ad andare al box delle compagnie aeree all’interno dell’aeroporto. L’Avia star è chiusa, la Merpati ci guarda come se gli avessimo raccontato di aver visto Dio e poi l’ultima speranza, un’ufficietto di fronte, senza nessuna insegna, che sembra più uno sgabuzzino. La ragazza, chiamando un altro signore al telefono, ci da una speranza. Eccolo arrivare, tiene in mano un librone rilegato a spirale, all’interno la spiegazione di tutte le piste, le manovre e i kg massimi ammessi per atterraggio e decollo per ogni singola striscia di atterraggio esistente in West Papua. Non mi vergogno a dire di essermi esaltata quando ho visto questo manuale!!! Il ragazzo prende in mano il cellulare, qualche parola in indonesiano e poi ci chiede di seguirlo. Saliamo in macchina e lui ci porta all’interno della pista (avremmo fatto 300 metri, non di più) a parlare con il pilota, il mitico Merkurius!

L’aereo è bellissimo, sinceramente non mi sarei aspettata tanto dalla Premi Air, il nome del pilota tutto un programma, quel libro, meglio di avere di fronte un libro miniato del XI secolo; ora, se ci da disponibilità per domani e ci fa un prezzo decente, penso di poter annoverare questa giornata fra una delle più belle 😀

E volete che Merkurius ci dica di no? Merkurius, proprio come il dio alato dell’antica Grecia, può tutto. Domani è disponibile a portarci ad Anggruk, primo volo alle 6 del mattino, per consentirgli di fare due andate nella stessa giornata, tempo permettendo (se ci sono nuvole basse come oggi non si parte, ovviamente), restrizione di 1000 kg, ma sarà più preciso in seguito. Il costo è un poco meno interessante… 44.000.000 IDR…

Gli diamo appuntamento telefonico nel giro di un’ora, torniamo in hotel a fare colazione e momento di sintesi col gruppo; poi giornata libera!

A questo punto dobbiamo decidere se rimanere nella valle del Baliem e spingerci ai margini della giungla o visitare la zona degli Yali con l’aiuto di Merkurius.

Fra le due opzioni ballano 640 euro a testa, ma c’è la possibilità che il tempo si mantenga nuvoloso per più di un giorno, facendoci saltare tutte le coincidenze fra voli interni e internazionali; come capogruppo sono costretta a sottolineare, che nel caso, la riprotezione è tutta a carico del partecipante e che visti questi due forti aspetti negativi, ho bisogno non della maggioranza del gruppo, ma della totalità di adesioni.

Scegliamo per rimanere nella valle dei Dani.

Forse avremmo dovuto rischiare, ma ogni zona dell’Irian, ve lo assicuro, vale la pena di essere visitata e in questo caso, a mio avviso, è stata la scelta migliore, perché abbiamo vissuto i giorni rimanenti con spensieratezza e perché, sempre a mio avviso, non può esistere visita agli Yali se non si parte a piedi da Wamena e non si scavalcano le montagne in mezzo alla giungla.

11.08.2010 – Mercoledì – 12° giorno

Wamena – Sogokmo – Kurima – Hitugi

Dislivello salita: 600 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h15m

Note: Semplice; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate

E finalmente si parte. Fa sempre un bell’effetto, uscire dall’albergo ed incontrare gli occhi di 21 nuovi amici, i nostri portatori, compagni di trekking ineguagliabili, persone senza il cui aiuto, nulla sarebbe stato così indimenticabile.

Fra loro c’è anche oggi e per i giorni a seguire, Nus, l’uomo delle uova, un piccolo uomo di etnia Yali che è stato con noi anche gli scorsi due giorni.

Poi c’è una parte della famiglia di Tinius, il nostro cuoco e molti altri. L’incontro e i primi giorni sono sempre particolari. Siamo due gruppi che si incontrano, si scrutano e che piano a piano entreranno in simbiosi.

Il gruppo dei nostri portatori scelto da Herman è metà di etnia Yali e metà di etnia Lani, quelli dell’est.

Dopo un’ora di auto siamo di fronte all’inizio della nostra camminata. Herman distribuisce i pesi, li fa pregare (come al solito e come sempre nei giorni a venire) e poi via che si parte.

Camminiamo per un’oretta scarsa sull’asfalto fino a Kurima, dove lasciamo una copia dei permessi. Questa parte va fatta a piedi perché il ponte è caduto e solo le moto possono passare.

Poi primo ponte di assi di legno e tiranti di ferro molleggiato e poi iniziamo a salire fra campi di batate, villaggi Dani e maiali. Il sole è alto, fa caldo, ma è sopportabile; oggi dobbiamo rompere il fiato dopo così tanti giorni di inattività.

Il paesaggio è splendido, il percorso ben tracciato. Per 3 giorni percorreremo una parte del percorso che ci avrebbe portato ad Anggruk, nella valle degli Yali; tale sentiero è per la maggior parte tracciato in quanto gli Yali lo percorrono spesso per andare a Wamena a vendere e a fare compere. E’ una via antica e decisamente carica di fascino.

Per il percorso avremo infatti modo di incontrare alcuni Yali che compiono questo viaggio a piedi nudi, con pochi noodle all’interno di una borsa come unico sostentamento.

La nostra tappa è Hitugi, dove arriviamo verso le 5 di sera. Il villaggio in cui accamperemo è un misto fra costruzioni tradizionali, in cui vivono i Dani e strutture di tipo occidentale in metallo, fra cui una scuola e una chiesa, in cui vivono per lo più i missionari. Questa notte ci accamperemo all’interno di una “guesthouse”, una semplice casa di missionari, al cui interno, in uno spazio di poco più di 25 mq, sono riusciti a ricavare ben 4 stanze!!! Utilizzeremo la prima, quella all’ingresso, per mettere i bagagli.

Al nostro arrivo veniamo accolti da numerosissimi bimbi che assieme alle donne ci vengono incontro per darci il benvenuto. I bimbi saranno la magia di ogni villaggio, con loro correremo, scherzeremo, giocheremo, canteremo e ci emozioneremo.

I loro occhi, così vivi ed intesi, gioiosi, brillanti di curiosità. I loro occhi accompagneranno ogni mio ricordo, emozionandomi e commuovendomi sempre.

Le fotografie si sprecano e anche i filmati; la curiosità dei bambini nel vedersi ritratti in questi strani macchinari che vedono di rado è l’appagamento migliore dopo questa scarpinata di poco più di 5 ore.

In testa, tutte le donne, comunque siano abbigliate, indossano una borsa fatta di corde naturali che tessono in ogni momento del giorno. Questa borsa è come un’estensione del loro corpo. All’interno possono mettere le batate o il taro o altri tuberi che raccolgono nei campi, le foglie che usano come cibo, e addirittura i maiali, che come i bimbi, in questo modo stanno a contatto con la mamma fino all’età in cui riusciranno poi a seguirla. E’ una borsa di svezzamento ed è uno strumento fondamentale della vita dei Dani.

Poi ci “docciamo” sotto un rigolo d’acqua che esce da una piccola cisterna di raccolta di acqua; dopodiché, seduti all’interno di una capanna, su panche di legno, ci gustiamo un’ottima cena. Domani si fa un poco più dura!

12.08.2010 – Giovedì – 13° giorno

Hitugi – Yuarima – Yogosem

Dislivello salita: 810 metri

Dislivello discesa: 480 mt

Tempo di percorrenza: 5h30m

Note: Moderatamente faticoso, sentiero molto soleggiato e caldo, con alcuni punti esposti; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate e fra la foresta.

Oggi si fa un poco più dura, forse per il caldo, forse per il dislivello maggiore. Il paesaggio però è mozzafiato. La valle del Mughi fa da congiunzione a montagne ricche di vegetazione, alte più di 3000 metri.

Scendiamo a valle fino ad incontrare il fiume; prima del ponte troviamo un piccolo villaggio e qui una chiesa. Entriamo e poiché si sta celebrando una funzione, Herman coglie l’occasione di prendere la chitarra e di cantare una canzone; in questa veste i Dani sono proprio “diversi”, strani, come se non si appartenessero più, sembrano l’ombra di loro stessi o forse sono proprio un altro popolo. Il senso di comunità comunque si continua ad avvertire.

Colgo l’occasione di chiedere ad Herman (anche se so che la risposta sarà un “poco” di parte), come hanno introdotto il concetto di Dio in questa comunità con miti e credenze ancestrali, in cui la Natura e tutto quello che la caratterizza è trasformata in spirito. Herman semplicemente ci spiega che Dio gli è stato venduto anch’esso come uno spirito, un’entità simile a quelle che veneravano e che temevano, ma più potente, uno spirito al di sopra tutti gli altri. Un concetto semplice, abbastanza infantile, ma di sicuro effetto; probabilmente, con il passare dei decenni, Dio assumerà le connotazioni tipiche della teologia occidentale.

Il ponte che ci porta al di là del fiume è davvero singolare; è fatto di tronchi grandi e piccoli, accatastati e tenuti su da delle specie di liane. Chiamarlo ponte è fargli un complimento!

Poi una ripida salita ci porta al bellissimo villaggio di Yuarima.

Abbiamo modo di apprezzare tutta la valle sottostante e gli orticelli che vengono fatti tutt’attorno a ciascuna capanna, dandogli una parvenza di un giardino di abbellimento. Su per il crinale, donne intente ad estrarre batate, per il villaggio qualche donna vestita con il tipico gonnellino di erba secca o di fibra e due o tre uomini con l’astuccio penico.

E’ talmente naturale la loro simbiosi con la natura che la differenza con quanto visto meno di un’ora fa è così forte che mi viene spontaneo chiedermi se sia effettivamente giusto aver colonizzato questa terra, imponendo il nostro vivere comune: costruzioni di alluminio, vestiti occidentali che sfilacciandosi danno più l’aria di straccioni agli importanti capi tribù, la plastica e il cibo preconfezionato…

Impossibile però dare un giudizio, impossibile davvero; stiamo assistendo alla transizione fra l’era antica e quella moderna, avvenuta qui in un pugno di decenni; queste popolazioni stanno vivendo e passando, ovviamente violentemente, dall’età della pietra in cui vivevano fino a prima, all’era informatica, stanno passando dalle guerre con arco, frecce e lance fatte per bisogni primari, alle guerre per egemonia economica, da una società basata su un forte concetto di gruppo, dove l’individuo singolo non ha ragione di esistere, ad una in cui l’individualismo e il bene del singolo, prevale sul bene comune. Noi ci abbiamo messo 3 milioni di anni, di “evoluzione”, passando attraverso guerre che via via sono evolute fino ad arrivare all’utilizzo di ben due bombe atomiche, di armi batteriologiche, siamo passati, attraverso scoperte scientifiche che hanno simbioticamente fatto nascere pensieri filosofici; loro sono hanno fatto questo salto in meno di mezzo secolo, si sono “fumati” praticamente tutta l’evoluzione dell’uomo, come se la totalità della società presente sulla terra dell’uomo di Neanderthal, fosse stata scaraventata nella nostra epoca…

Effettivamente impossibile non vederne i contrasti, effettivamente impossibile evitare pensieri e giudizi, effettivamente impossibile darne…

Il sentiero continua a salire e solo verso le 16:00 arriveremo a Yogosem. Stessa struttura, il villaggio tradizionale dove vivono i Dani è vicino a costruzioni di alluminio o di legno in stile occidentale. In questo villaggio c’è anche una pista di atterraggio, abbozzata, con ghiaietta, in salita, che termina contro una montagna… Direi che non bisogna soffrire di cuore per atterrare con un aereo charter nei villaggi dell’Irian Jaya!

13.08.2010 – Venerdì – 14° giorno

Yogosem – Kiroma – Mulibahaik

Dislivello salita: 340 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena.

Oggi ci spingeremo fino ai bordi della giungla, a 2600 metri di quota, e ci accamperemo nei pressi del fiume Mughi. Giulio ha deciso di non venire e rimarrà con il suo amico a Yogosem, coccolato da tutto il villaggio…

Incontriamo un primo abbozzo di giungla dopo poco più di 1h e 30 di cammino. Una ripida salita con dei tronchi, ci porta ad uno spiazzo naturale, in cui la natura infesta se stessa, cibandosi della marcescenza, in un’atmosfera umida e piovosa, decisamente magica e indimenticabile.

Poi si continua a camminare in piano su dei tronchi abbattuti, ma resi scivolosi dai muschi e dall’intensa umidità della zona fino ad arrivare a Kiroma, dove ci fermiamo per una mezz’oretta per una pausa. Anche a Kiroma c’è una chiesa, ma è un paesino davvero splendido, racchiuso com’è fra la giungla.

Qui le capanne sono miste, alcune sono tipiche dell’etnia Dani, tetto in paglia, altre sono tipiche Yali, con il tetto in corteccia di tronchi. Herman ci spiega che questo è l’ultimo villaggio stanziale prima di Anggruk. Questo villaggio è già al di fuori della valle del Baliem ed è punto di collegamento fra le due etnie in cui essi vivono pacificamente.

Poi scendiamo fino al Mughi e qui, con la pioggia e con l’inizio della vera giungla, inizia l’Avventura… I ponti alle volte sono dei semplici tronchi appoggiati, alcune volte sono in bilico, altre volte sono un poco più costruiti, ma sempre traballanti e poco sicuri alla vista. L’acqua del fiume Mughi ha un colore rossastro e scorre impetuosa. Passiamo il fiume ben tre volte, per cercare di seguire un sentiero molte volte inesistente perché franato; il guado con i sandali e l’aiuto dei portatori mi fa entrare in questa fredda acqua di montagna, poi risalgo sulla pietraia, poi mi arrampico come una capra, aggrappandomi a tutto quello che mi sembra potermi dare un minimo appoggio. I bastoncini da trekking sono fondamentali.

Poi entriamo nella giungla arborea, magica, splendida, inenarrabile. Tronchi spezzati, ovunque alberi, piante, natura, vegetazione, fango, melma fino ai polpacci e un odore intenso, forte, come non ho sentito mai. Sono avvolta, abbracciata dalla natura, devo fare attenzione ad ogni singolo passo per non essere da lei inghiottita: mi sento bene, libera, commossa, emozionata, trascinata, eccitata, appagata; mi sento vivere…

Quando arriviamo al campo, i nostri portatori ci aiutano a montare le tende all’esterno per la notte. Machete alla mano, ci pareggiano l’erba, distribuendola omogeneamente, preparandoci così un bivacco di tutto rispetto, forse il migliore della vacanza.

Poi, assieme ad Elena, Francesca, Gianni e Simone, ci addentriamo ancor di più.

Il buio della giungla ci avvolge e del fumo ci guida fino ad un bivacco di foglie e rami in cui una famiglia Yali in rotta per Wamena, passerà la notte. L’incontro è magico; la donna si copre con il tipico “ombrello” di banano, ci sorride, ci da la mano e fermi, gli uni di fronte all’altra, rimaniamo a guardarci, con intensità, comunicandoci in questa maniera così cerica e così primitiva, che siamo lieti di fare reciproca conoscenza.

All’interno della capanna di fianco al nostro campo, in cui dormiranno i portatori, è stato acceso il fuoco; all’interno, l’umidità fa stagnare solidamente il fumo che solo parzialmente riesce a farsi largo e ad uscire all’esterno. Lasciamo qui i nostri vestiti ad asciugare.

E dopo cena, la giungla si impossessa dei nostri portatori, riportandoli alle loro origini. Vengono accesi due fuochi, uno all’esterno, territorio Yali e uno all’interno, territorio Lani; poi iniziano i canti di sfida.

All’interno della capanna, con il calore del fuoco, i Lani si svestono, Tinius, il nostro cuoco diventa il capo di questa piccola tribù e batte il tempo utilizzando un barattolo semivuoto di zucchero, Pizi e Laus si dimenano in danze ancestrali.

Una notte indimenticabile.

Ripensandoci, forse è proprio questa giornata che mi ha fatto capire che io in Irian Jaya ci dovrò tornare, a breve e quando ci tornerò, dovrò assolutamente fare questa impegnativa, ma sicuramente indimenticabile traversata da Wamena ad Anggruk.

14.08.2010 – Sabato – 15° giorno

Mulibahaik – Yogosem

Dislivello salita: 250 metri

Dislivello discesa: 340 mt

Tempo di percorrenza: 4h15m

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena

Il percorso di ritorno è decisamente più semplice. Quando arriviamo, troviamo Giulio ad aspettarci, rilassato e riposato con tutti quei bei massaggi che ogni giorno Laus gli fa!

Anche a Yogosem c’è una ragazza albina; ne vedremo molti. I bambini sono il nostro toccasana, ci sfidiamo con le canzoni, accompagnati da una scordatissima chitarra suonata da Alberto, poi cantiamo assieme “Fra Martino Campanaro”, loro in indonesiano, noi in italiano, balliamo, cantiamo.

La sera, i nostri portatori, assieme ad Herman e Tinius, festeggiano con fiori e patate fritte e uno splendido “happy birthday”, il compleanno di Giulio e Maurizio.

Stasera è anche il momento della foto di Pizi con Francesca, che ieri sera è rimasta affascinata dal suo canto e ballo all’interno della capanna.

15.08.2010 – Domenica – 16° giorno

Yogosem – Yuarima – Saikama

Dislivello salita: 400 metri

Dislivello discesa: 700 mt

Tempo di percorrenza: 4h30m

Note: Percorso molto difficile, in costa, scivoloso. Il sentiero in alcuni punti è largo al massimo 15 cm, tutto coperto da erba, a ridosso di strapiombo. Ci si deve tenere spesso all’erba.

Oggi iniziamo la via del ritorno sull’altra parte della vallata del Mughi.

Il percorso fino a Saikama sarà molto impegnativo, scivoloso, in alcuni punti, il sentiero è completamente coperto da ciuffi d’erba rivoltati e la sua larghezza è al massimo di 15 cm!!! A destra la montagna, a sinistra lo strapiombo.

Davvero impegnativo per Alberto, che oltre a non riuscire a dormire da quando siamo partiti per il trekking, soffre anche di pressione alta e di vertigini, accentuate dall’assunzione di Lariam… Oggi Pizi, il portatore “dedicato” ad Alberto, incitato dai suoi compagni dopo la fotografia di ieri sera con Francesca, continua a intonare canti, sorridere, ballare ogni qual volta ci si ferma. Che ridere la sera quando Alberto ci racconta che ad un certo punto, Pizi si è avventurato lungo il dirupo e lui, non capendo che stava solo raccogliendo un fiore, l’ha seguito!!! J

Subito dopo una breve discesa troviamo Saikama.

Il villaggio è forse il più bello, gli abitanti sono poco abituati ai turisti stanziali e quindi ci si avvicinano con maggiore curiosità.

La tenda di Elena, piantata all’esterno e aperta lasciando vedere quanto c’è all’interno, diventa argomento di discussione dei due vecchi del villaggio; prima ci girano attorno con nonchalance, poi iniziano a scrutarla con le mani incrociate sul sedere, poi iniziano ad indicare e a discutere animatamente.

Attorno a me tantissimi bambini che vogliono vedere le fotografie, intorno alla macchina fotografica di Alessandro, montata sul cavalletto e con scatti sequenziali impostati, un capannello di gente, che rimarrà incuriosita a cercare di capire come funziona l’oggetto misterioso.

Il villaggetto vicino che visitiamo è splendido; qui compriamo astucci penici, alcuni archi e frecce di legno di alloro.

Questi oggetti, come molti altri che sino a trent’anni fa erano considerati fra i più preziosi beni di importazione, come conchiglie, piume, fibre o asce di pietra, hanno perso quasi ovunque la loro funzione tradizionale e, cadendo ormai in disuso a partire dal 1958, con l’importazione dei primi utensili di acciaio e con la proibizione nel 1963 da parte dei militari indonesiani della pratica della guerra, non rappresentano più oggetto di scambio per maiali e sale o “prezzo della sposa”, ma sono ormai diventati meri oggetti da vendere ai turisti.

Tinius oggi sta male, è caldissimo, ha un attacco di malaria, malattia che gli è stata diagnosticata circa due anni fa e che dovrebbe aver contratto nella zona di Dekai in cui lavora raccogliendo e vendendo sabbia. Il Lariam è un medicinale internazionale ed Herman lo conosce, gliene diamo quindi 5 compresse.

Ed è così che Herman ci racconta come ognuno di questi ragazzi che ci accompagnano in questo trek, non essendo il turismo in West Papua tale da garantirne il sostentamento, hanno tutti un “altro” lavoro. C’è chi fa il guidatore di risciò, chi coltiva, chi raccoglie sabbia come Tinius, chi lavora nelle costruzioni…

16.08.2010 – Lunedì – 17° giorno

Saikama – Sesep – Sokosimo

Dislivello salita: 20 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi scendiamo fino a Sokosimo, siamo al di sotto dei 2000 metri e il caldo ritorna a farsi sentire.

Sokosimo è un grazioso villaggio sulle sponde del Mughi. Poiché arriviamo dopo solo 1h30 di cammino tutto in discesa, cogliamo l’occasione per lavarci all’interno del fiume. L’acqua è fredda, ma questa immersione all’interno della natura è un vero toccasana.

Dopo questo bagno di gruppo, c’è chi rimane al campo, spendendo la giornata con i locali, giocando a pallavolo, scambiandosi gesti e sguardi e chi invece va a visitare il villaggio sopra Sokosimo, dove domani assisteremo alla festa per l’uccisione del maiale.

Proprio questa visita, domani mattina sarà al centro di un’animata discussione.

Un vecchio uomo, malandato, con piaghe sulle natiche ed un tumore sulla spalla, sostiene di non essere riuscito a dormire per tutta la notte perché qualcuno del nostro gruppo gli ha toccato la spalla (l’altra, quella sana). Sostiene che la spalla, tutta la notte gli ha fatto male, non lasciandolo così riposare.

Tutto il villaggio è riunito e non ci lasceranno andare fino a quando non si capirà chi è stato a toccarlo. L’uomo ha paura che questa persona gli abbia preso lo spirito, debilitandolo. Qualcuno sostiene che sia solo una messa in scena dell’uomo per poterci spillare dei soldi, ma gli occhi dell’anziano sono espliciti: ha paura, è terrorizzato, preoccupato. Quando ci mettiamo in cerchio tutti e l’uomo ci scruta per dire chi lo ha toccato, allora tutti capiscono che il fatto è reale, l’uomo non sta mentendo e allora viene a tutti spontanea una domanda “ma una volta che lo ha riconosciuto, a questo, cosa capita???”

Nulla, non capiterà nulla, l’uomo sarà così rincuorato e sotto consiglio di Herman gli darò un unguento da spalmargli sulla spalla dolente.

E qui viene il bello… Che si da ad un vecchio signore malandato, che veste solo col koteka ed una berretta e che ha vissuto tutta la vita spalmandosi la pelle di grasso di maiale e fuliggine? Pomata di Voltaren, Amuchina, o altre pomate sinceramente ho paura a dargliele e se avesse allergie? Allora tiro fuori un campioncino di crema dell’Erbolario “Giorno e Notte” e lo spirito è così ritrovato.

Herman ride sulla cosa, io rimango ancora una volta a pensare… Quest’uomo, il suo terrore per un solo nostro tocco, che abbiamo la pelle così diversa dalla sua… Chissà quale sarà stato il loro stato d’animo poco più di mezzo secolo fa, quando sono stati avvicinati dai primi bianchi… Un avvicinamento di due mondi così diversi, non potrà che concludersi con la scomparsa di quello più debole, il loro.

17.08.2010 – Martedì – 18° giorno

Sokosimo – Kurima (vicinanze)

Dislivello salita: 50 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 2h

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi assisteremo (sotto pagamento) alla cerimonia del maiale; anche se sembra “poco reale” il dover pagare per assiste a qualcosa di tradizionale, vi assicuro che la popolazione non finge, in quanto tale festa è ancora nei loro usi comuni.

Il fatto di pagare, serve solo “a far capitare” l’evento nel momento in cui possiamo assistervi.

Tali feste, chiamate in lingua locale ebe akho sono decise dal più importante leader di un’alleanza con scadenza periodica, circa ogni 4/5 anni dalla nascita del maiale che viene sacrificato dandovi così origine.

Durante l’ebe akho si commemorano le persone morte negli ultimi anni, si celebrano riti di iniziazione dei giovani e matrimoni. Si pagano tributi, si scambiano beni assolvendo i debiti cumulati nel tempo. Si rinsaldano i rapporti di amicizia e di alleanza che portano certi gruppi a riunirsi in specie di confederazioni, si riconfermano il prestigio e il potere politico dei capi villaggio.

Molti antropologi hanno dato significati diversi al sacrificio dei maiali che da origine a tali feste. C’è chi sostiene che sia per un motivo di abbattere il consumo concorrenziale da parte dei maiali delle batate, alimento principale degli indigeni, c’è chi sostiene che vengono celebrate solo dopo la completa maturità del maiale, fatto sta che, in ogni caso, è evidente che il maiale sia parte integrante ed importantissima del nucleo tribale di un villaggio Dani.

I maiali selvatici, una volta catturati o appena nati, vengono infatti affidati ad una donna che ha con loro un rapporto che potremmo dire materno.

Il maiale viene portato ovunque, a stretto contatto con la donna, all’interno della borsa portata sulla testa. Questo fino a quando il maiale non sente la donna come la sua protettrice, per cui la seguirà sempre ovunque.

Il maiale viene allattato al seno della donna e viene coccolato; la sua esistenza termina proprio con il sacrificio; viene concesso alla “mamma” del maiale di non partecipare al banchetto che ne segue.

Durante questa cerimonia i cibi vengono cotti al vapore, avvolti in strati di foglie in grandi forni scavati nel terreno.

Prima viene allestita una pira in cui vengono poste le pietre prese con dei bastoni con l’estremità simile ad una pinza vengono messe a scaldare.

Una volta che le pietre si sono arroventate, viene preso il maiale, che viene innalzato da due uomini che lo prendono uno per le gambe anteriori e il muso e l’altro per le gambe posteriori. Un altro uomo afferra l’arco e con una freccia colpisce al cuore il maiale. La bestia, svincolata dalle prese, fa alcuni passi, poi si accascia e muore.

Al maiale vengono asportate le orecchie e la coda con un affilato bisturi naturale; tali estremità, avvolte poi in foglie di banano, verranno consegnate alla persona che l’ha accudito.

A questo punto, viene acceso il fuoco tramite una corda di rotan srotolata dal ventre dei tre uomini, proprio come abbiamo letto sui libri di storia dell’uomo di Neanderthal; il maiale viene così privato del crine.

Poi viene adagiato su un letto di foglie e viene preparato per la cottura. Tale preparazione consiste nello svuotamento completo dalle interiora, alcune, come la vescica, vengono alle volte consegnate ad alcune famiglie importanti del villaggio, altre, vengono cotte con il maiale stesso.

Il tutto, prima dell’avvento del coltello, era fatto utilizzando il bisturi naturale e le asce di pietra.

A questo punto in una gran concitazione, viene allestito il forno. Sul fondo viene messa della paglia secca, poi pietre, poi foglie, poi pietre, poi ancora foglie, tuberi, foglie, tuberi, pietre, ancora foglie, tuberi e foglie e poi il maiale che viene di nuovo coperto con foglie di batata verdi.

In questo nuraghe vegetale, assicurato ed ultimato con corde di rotan e rami di banano, cuocerà per circa un’ora e mezza il maiale.

Al termine, sempre con la stessa concitazione, il tutto verrà aperto e consumato a terra.

Ottimo, davvero delizioso!

18.08.2010 – Mercoledì – 19° giorno

Kurima – Sogokmo – Wamena

Dislivello salita: 150 metri

Dislivello discesa: 50 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, unica difficoltà è la discesa della pietraia letto di un affluente del Baliem e il passaggio su un ponte pericolante.

Siamo ormai sulla via del ritorno e il nostro viaggio sta per volgere al termine. Arriveremo a Wamena attorno alle 11 del mattino.

Salutiamo i nostri fidati compagni di viaggio, i nostri preziosissimi portatori e diamo loro una mancia.

Grazie ragazzi, ci avete regalato delle emozioni davvero ineguagliabili ed un viaggio indimenticabile; non vi scorderemo mai!

Mentre Herman organizza l’escursione al lago Habbema per il giorno successivo, alcuni di noi decidono di andare a fare gli ultimi acquisti, altri girano la città e i suoi folcloristici mercati.

Io faccio entrambe le cose, dopo aver confermato i voli all’aeroporto.

All’esterno dell’hotel Pilamo vengo avvicinata da un signore che mi vorrebbe vendere un souvenir davvero tipico… Una collana di mandibole di couscous!!! Già la collana fatta con denti di couscous è impegnativa, sebbene un oggetto splendido e raffinato, diciamo che questa con le mandibole è decisamente impegnativa e, anche se di sicuro “effetto”, decido di rimandare l’acquisto alla prossima volta J

19.08.2010 – Giovedì – 20° giorno

Wamena – Lake Habbema – Wamena

L’escursione al lago Habbema è davvero suggestiva. Il lago è posto a 3650 metri di altitudine e sulle sue rive crescono delle piante endemiche.

In tale luogo hanno anche il loro habitat naturale migliaia di tipi di orchidee.

Ultima cena al mitico Blanbangan a base di grossi gamberoni di fiume fritti col burro e poi in camera per chiudere le valigie: domani si lascia la valle del Baliem

20.08.2010 – Venerdì – 21° giorno

Wamena – Jayapura – Base G – Museo – Sentani

L’aereo parte presto, con solo 30 minuti di ritardo.

Salutiamo Herman ed entriamo per l’ultima volta sugli aerei della mitica linea Trigana Air. Mi siedo vicino a Maurizio ed assieme chiudiamo la cassa.

Arrivati a Sentani, lo schiaffo con la modernità è talmente evidente da lasciarci tramortiti…

Le auto, un semaforo, l’asfalto liscio, le case… E’ un altro mondo; a tre quarti d’ora di volo, la differenza è tale, da sembrare di essere in un altro stato… E siamo sulla stessa isola!

La sistemazione allo Yougwa è splendida, piccolo alberghetto in riva al lago Sentani, in cui il rumore dell’acqua ci culla e ci fa rilassare.

Decidiamo di visitare Jayapura, ma dopo solo 1 ora decidiamo di fuggire a Base G, la spiaggia diventata famosa grazie al colonnello Mac Arthur; è sporca, ma davvero splendida.

Verso sera, prima di cenare, andiamo a visitare il Museo, dove si trovano numerose testimonianze dell’antica grandezza della cultura Asmat.

Poi, dopo una cena a base di pesce sulle rive del lago Sentani, salutiamo Simone, Maurizio, Alberto, Alessandro e Claudio che domani tornano in Italia. Noi spenderemo ancora una settimana di vacanza a Giava.

Con Jayapura si chiudono queste tre settimane così intense della mia vita, ricche di emozioni e di contrasti, che mi hanno fatto riflettere su cose che nella nostra modernità si danno ormai per scontate.

Ora non mi rimane che coltivare il ricordo di ogni attimo, la metabolizzazione di tale tempo e un’esperienza che auguro a molti di poter vivere e che spero di avervi trasmesso anche solo in parte!

E il silenzio viene interrotto dal rumore della natura, un assordante vociare di cicale e chissà quali altri misteriosi animali. Al loro suono si uniscono i canti di sfida dei nostri portatori, emessi da corpi nudi e madidi di sudore. Ed è così che vengo a conoscenza di un uomo ormai dimenticato che vive in simbiosi con la natura in cui si fondono il canto e le movenze di questi antichi guerrieri…