Irian Jaya: diario di viaggio

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31.07.2010 – Sabato – 1° giorno

Italia – Francoforte – Abu Dhabi

Arrivati ad Abu Dhabi, con tutte quelle ore di attesa, decidiamo di farci il giro di questa cittadina.

Sarà il caldo opprimente all’uscita dall’aeroporto, ma ancora una volta incorro nell’errore di chiedere al tassista “il centro”… Dopo circa mezz’ora di taxi, siamo al centro commerciale più importante di Abu Dhabi, facciamo una breve passeggiata costeggiando il lungo mare, poi distrutti da quell’afa umida ed opprimente, decidiamo di andarci ad ibernare all’interno del Centro commerciale, per cenare a base di hamburger gigante.

Sarà il caldo, sarà che è notte, sarà che è da troppo che siamo in aereo e che la nostra destinazione è totalmente diversa, ma direi che Abu Dhabi non mi ha esaltata…

Riuniamo il gruppo solo verso la mezzanotte ora locale, dove incontriamo per la prima volta Giulio, il “nonno” del gruppo… Non lo conosciamo e facciamo subito il “toto Giulio”, avvicinandoci alle persone che sembrano avere circa 70 anni e chiamando con nonchalance “Giulio?”

Alla fine eccolo arrivare! E’ un bel signore, col volto simpaticissimo che inizia subito a raccontarci mille aneddoti, fra cui la sua tentata fuga in Egitto a 8 anni, per una prima vacanza avventurosa! Che bello! Il gruppo si è finalmente formato e adesso non ci rimane che entrare nel 3° aereo, quello che ci porterà in Indonesia, primo scalo, Jakarta.

Sempre più vicini alla meta!

01.08.2010 – Domenica – 2° giorno

Abu Dhabi – Jakarta – Jayapura

Quando arriviamo a Jakarta, dobbiamo fare davvero tantissime cose. Anzitutto prendere il visto, che paghiamo in dollari perché decisamente conveniente, poi dobbiamo fare le fotocopie, aprire la cassa, cambiare tutti i soldi e prendere i biglietti della Trigana da Jakarta!

Poiché è domenica e poiché devo cambiare 14.000 €, per paura di non trovarli, visto anche che Jakarta è l’ultima frontiera per cambiare gli euro, mi ero messa d’accordo con Mahjum della Kakadu Travel.

Appuntamento da KFC; con tanto di poliziotto, Mahjum mi cambia tutto a 11400 IDR per 1 €, poi mi da i biglietti della Trigana.

Rientrati, facciamo il check in, ceniamo e poi di nuovo sul volo.

Ci impiegheremo ben 6h40’ per arrivare a Jayapura…

Ormai il concetto di spazio e tempo non esiste più!

02.08.2010 – Lunedì – 3° giorno

Jayapura – Wamena

E finalmente ci siamo, dopo aver fatto una breve sosta a Makassar, stiamo sorvolando l’ex Irian Jaya. Sotto di noi uno spettacolo incredibile, una foresta fittissima, interrotta a tratti solo da fiumi secolari che serpeggiano con le loro numerose anse.

Poi Jayapura, un paradiso, con le sue colline di velluto verde e il lago…

All’aeroporto incontro finalmente il tanto agognato Andreas, che ci consiglia di tenere lo zaino più pesante come bagaglio a mano, per evitare di pagare la sovrattassa.

L’aeroporto di Jayapura mi sembra davvero fuori dal mondo…

Dopo il check in, inizia l’attesa, poi, dopo solo 45 minuti di volo, atterriamo a Wamena.

Ora Jayapura mi sembra una metropoli; l’aeroporto di Wamena sì che è davvero fuori dal tempo; l’arrivo bagagli è un tavolaccio di legno.

Incontrato Herman, usciamo e ci dirigiamo all’albergo; ancora con addosso il nostro fare occidentale, salutiamo, un poco titubanti, il primo Dani con Koteka… Forse pensiamo che sia lì per i turisti… Lui invece, che ha passato una buona mezz’ora nel vedere l’uccello di ferro atterrare e ad osservare noi pallidi turisti occidentali, che viaggiamo portandoci la casa, ci da la mano, ci regala uno splendido sorriso sdentato e poi, contento, procede per la sua strada…

L’albergo è davvero “impegnativo”, ma ha un letto e questo basta e avanza!

Lascio il gruppo a sistemarsi, ci diamo un appuntamento alle 17 per discutere meglio l’itinerario, poi io vado a fare le fotocopie e mentre Herman procurerà il Surat Jalan, io andrò a cercare di confermare l’aereo charter della Susi Air per Kosarek, incontrando le prime difficoltà: “aereo in manutenzione fino al 16, piloti in vacanza fino al 16 agosto, non ti preoccupare, il 18 ti verremmo sicuramente a prendere, o io o quelli della MAF…”

Definito che prima del festival faremo una capatina dagli Asmat e dopo il festival, aereo permettendo, andremo dagli Yali, decidiamo di chiudere la serata in bellezza, al Blanbangan, ristorante in cui diventeremo degli habitué…

03.08.2010 – Martedì – 4° giorno

Wamena – Dekai – Logpon – Burbis

Devo essere alle 7:00 in aeroporto, area biglietteria Trigana Air.

E qui inizia l’avventura! Un nuvolo di persone sono assembrate in quella che più che una biglietteria di una compagnia aerea, sembra un chioschetto che vende biglietti del pullman…

Tutti mi guardano con occhi sgranati, spingono, ma mi sorridono e cercano di aiutarmi. Io a gesti mi faccio capire e con il dito indico la prenotazione riportata a mano su un quadernone. L’addetto alla biglietteria allora inizia manualmente a scrivere i miei 12 biglietti. Poi pago, andiamo all’interno a fare il check in, mitico! Ovviamente tutto in manuale con peso dei bagagli tramite una stadera! E poi inizia l’attesa, che inganneremo facendo un giro per la città, scorrazzando nella pista di atterraggio e prendendo bevande al bar.

L’aereo, infatti, dovrebbe partire in un’ora compresa fra le 10 e le 11, in realtà parte alle 12.

In 20 minuti siamo a Dekai, nemmeno il tempo di alzarsi in quota per passare le montagne, che stiamo già atterrando.

A Dekai non c’è nulla, solo una leggera pioggia e due pick up che ci porteranno a Logpon, il porto di partenza della nostra magnifica “crociera” fra Brazza e Siretsi!

Prima di arrivare al porto ci fermiamo a farci timbrare i permessi, paghiamo il primo poliziotto, poi, prima di ripartire, affettiamo un salame per saziare il nostro languore.

Dopo una scorta di frutta e acqua siamo al porto, il cellulare già non prende più e iniziamo a fantasticare su quale potrebbe essere la nostra barchetta… Tutti di cuore speriamo che non sia il cargo attraccato alla riva.

E infatti Sam, il proprietario della barca, ci accontenta! Sulla riva, molto più in basso, talmente in basso che non l’abbiamo nemmeno vista, giace una canoa lunga circa 12 metri, con un piccolo motore… Eccola! E’ lei… Direi che fa tanto avventura!

Sotto gli occhi increduli e incuriositi dei locali, carichiamo i nostri bagagli e iniziamo così la prima parte dell’avventura.

I sediolini sono ricavati da due assi tagliate col macete, non comodi, ma si sa, siamo in mezzo al nulla e questa sembra una nave da crociera!

L’ambiente è splendido, piante mai viste, un verde reso ancora più abbagliante dalla luce intensa che c’è in questa parte del mondo.

Poi, dopo circa 2 ore e mezzo di navigazione, inizia a calare il buio, la giungla sembra che si animi di qualunque rumore, sopra di noi pipistrelli giganti sorvolano l’area e le lucciole, illuminano alcuni alberi come addobbi natalizi.

Non ho mai assistito al vociare di una natura così incontaminata, resto affascinata, incredula che solo 1 giorno fa, ad assordarmi era il trambusto del traffico di Jakarta, la capitale di questo Paese!!!

Dovremmo navigare ancora 4 ore e io dovrò tagliare una bottiglia di acqua per fare la pipì, perché accostare alla riva con il buio non è certo sicuro, prima di fermarci a Burbis, dove passeremo la notte.

Herman contratta un luogo coperto in cui mettere le nostre tende, poi vorrebbe farci solo un te!!! Ovviamente noi abbiamo fame e anche se lui non ha pensato alla nostra cena (come avrebbe dovuto…), decidiamo di fare una spaghettata per assopire la nostra fame.

Nel mentre, ridiscuto l’itinerario, perché le 6h30’ di navigazione di oggi non mi lasciano tranquilla… E infatti, dopo aver fatto mille domande, per cercare di capire davvero quante sono le ore di navigazione che ci aspettano domani (secondo lui oggi dovevano essercene solo 4!!!), decidiamo di non arrivare a Kaimo, ma di fermarci al villaggio prima, a Fos ed evitare così ben 16 ore di navigazione l’ultimo giorno!!!

Capisco che il tempo e lo spazio sono relativi in Irian Jaya e che forse l’avventura sul fiume, non è tanto mestiere di Herman, che sembra più ferrato sulla valle del Baliem…

Comunque sia, oggi è stato splendido e domani dormiremo dagli Asmat, più di così cosa vogliamo?

04.08.2010 – Mercoledì – 5° giorno

Burbis – Suator – Fos

Partenza alle 8:30, per rifermarci a Suator, dove avremmo dovuto dormire ieri sera.

Qui lasciamo un altro obolo alla polizia per i permessi, poi facciamo con Tinius un minimo di spesa. Suator è il primo paese “Asmat”. Diciamo che a vederlo così, non è nemmeno lontanamente paragonabile a quanto mi ero immaginata da piccola e in tutti questi anni di letture…

Case di legno e di lamiera, bimbi con la pancia gonfia che fumano già a 3 anni, le passerelle per evitare il fango, un ospedale e tanti negozietti gestiti da indonesiani.

E’ vero, siamo nella upper part del territorio Asmat e questa è una cittadina con posto di polizia, ma è un villaggio davvero asettico, brutto, dal quale tutti vogliamo scappare…

Continuiamo la nostra navigazione dopo aver fatto rifornimento di cibo, man mano il fiume si fa sempre più ampio, diviso in alcuni punti da grandi isolotti.

Poi, poco prima del tramonto, arriviamo a Fos.

Herman scende dalla canoa e va subito dal capo villaggio a chiedere il permesso di scendere e di poter usare la casa degli uomini come bivacco. Io lo seguo e tutti gli abitanti, che si erano assembrati sulla riva del fiume a vederci arrivare, ci scortano all’interno della casa degli uomini.

Mi profondo in sorrisi, stringo la mano ad un anziano signore rinsecchito, ma con uno sguardo iper fiero. Sono di fronte ad un vero capo Asmat e il suo alone di maestosa importanza mi fa capire che sto vivendo qualcosa di unico.

Anche se ormai gli Asmat sono tutti coperti da magliette sgualcite e pantaloncini bucati, la fierezza del loro sguardo annulla questi abiti, è come se li cancellasse; mi fa capire che anche se i missionari hanno cercato di “domarli” e di renderli degli agnellini, la fierezza dell’appartenenza al gruppo non può essere cancellata, secoli di storia sono nei cromosomi di questi fieri guerrieri, il loro sguardo trasuda in ogni attimo la storia che hanno vissuto e che hanno scritto, i loro gesti sono figli di quei riti che hanno fatto riecheggiare il nome dei loro antenati in tutto il mondo.

Sono nella loro terra, luogo selvaggio e difficile, in cui solo 30 anni fa avrei avuto tutt’altra accoglienza.

Il capo villaggio ci da il suo assenso; stasera dormiremo all’interno della casa degli uomini, in fondo, con le nostre tende, per creare il giusto distacco che ci viene richiesto.

La casa degli uomini, quasi non ci credo, mi sembra di vivere un sogno… Mi guardo attorno, sono all’interno della struttura più importante della comunità Asmat, una struttura in cui, fino a pochi anni prima, sarebbe entrata solo la mia testa, alla quale avrebbero procurato un buco con un’ascia e dalla quale avrebbero bevuto il mio cervello solo gli uomini, gli unici che potevano entrarvi!

Il corpo sarebbe stato smembrato in piccoli pezzi, al di fuori di tale struttura e sarebbe stato mangiato dal resto del villaggio…

E così sarebbe successo agli altri 9 partecipanti…

Lasciamo i nostri bagagli all’interno di tale struttura ed usciamo con Herman a visitare il villaggio.

Gli Asmat non ci sorridono, ci seguono, ci scrutano, cercano di capire cosa siamo e che cosa vogliamo nella loro terra; ci seguono e non si vergognano a farlo, sicuri, perché sono a casa loro.

Devono prendere contatto con lo straniero, devono accettarlo e lo fanno seguendolo, in ogni dove, sempre, con insistenza.

Dopo aver ottenuto il permesso, entriamo in una casa privata. Il caldo è opprimente e un uomo sta cuocendo una palla che sembra cemento sopra un focolare primitivo.

E’ sago, il famosissimo sago… Ce lo fa assaggiare; caldo è talmente colloso che non si riesce a trovarlo buono, appena tiepido è mangiabile da risultare quasi buono.

Mi danno anche una larva di sago, ma sembra morta e non vorrei prendermi una dissenteria fulminante perché mangio carne non fresca, quindi salto, mi sa che la assaggerò la prossima volta J

Lo scorrere del tempo sembra diverso, il luogo irreale, non mi sento come spesso può accadere quando si vivono delle situazioni incredibili, “all’interno di un documentario”, ma mi sembra di essere sospesa nello spazio e nel tempo, in un limbo, in una dimensione in cui sto vivendo la storia dei miei antenati…

Al tramonto torniamo alla casa degli uomini, montiamo le tende, ceniamo a base di noodle (davvero buoni, bravo Tinius!) e poi assistiamo alla cerimonia dei tamburi, che abbiamo precedentemente contrattato.

Nella casa, lunga 30 metri, è raccolto tutto il villaggio; i canti tribali e il rumore del tamburo sembrano impossessarsi della comunità, ballano, gridano, sembrano in trans, sembrano un solo essere, una vera tribù… Che esperienza!

Poi Herman, traducendo forse la curiosità di qualche bimbo (o la sua…), ci chiede di cantare una canzone italiana.

Ci guardano, le braccia conserte, gli occhi fissi, sgranati, ci stanno ancora studiando, non ci hanno ancora accettati…

♫ “La brum del mmm ha un pppst nella mmm” ♫

Ed ecco che iniziano a ridere, ci chiedono il bis, ci fanno il verso… Amicizia è stata fatta! Da questo momento in avanti, nel continuare a seguire ogni nostro passo, ci sorrideranno, quasi come se ci avessero accolti nel loro microcosmo, come parte integrane di esso!

05.08.2010 – Giovedì – 6° giorno

Fos – Karmbis

Ci svegliamo all’interno della casa degli uomini, ovviamente anche a quest’ora, buona parte del paese sta con gli occhi sbarrati e qualche timido sorriso a scrutarci. Facciamo colazione e poi assistiamo Alessandro, che con l’aiuto di suo padre, sta girando delle immagini per fare un documentario che servirà per la sua tesi e, forse, passerà anche sul canale nazionale.

Il capo villaggio si è “vestito” all’antica maniera, ma ha tenuto il cappellino e per renderlo un poco più “Asmat”, ci ha infilato due piume. Alessandro gli mette il microfono, poi, accanto a questo signore dallo sguardo fiero, si inginocchi la moglie.

Inizia l’intervista, Herman traduce le domande in indonesiano ed un altro signore le rivolge al capo villaggio in lingua Asmat.

Subito capiamo che qualcosa non va nel verso giusto, o almeno in quello sperato… Herman non traduce correttamente le nostre domande e il più delle volte, è lui a dare una risposta, senza nemmeno chiedere al capo tribù…

“Come hanno accettato i vestiti occidentali?” ed Herman risponde “Hanno visto le magliette, gli sono piaciute e subito le hanno indossate” […]

E quasi tutte le altre risposte hanno un discutibile gusto cattolico…

E’ praticamente impossibile parlare del cannibalismo, dei simboli che erano all’interno della cultura Asmat; anche le leggende vengono stravolte in una chiave cattolica…

Nel mentre i giovani del villaggio si stanno preparando per la cerimonia delle barche che avviene poco dopo nel fiume, di fronte alla casa degli uomini.

Tale rappresentazione è molto interessante, ma forse per un refuso dell’intervista, mi lascia l’amaro in bocca… Questi giovani stanno simulando un rito cancellato per sempre, alle volte ridono, non si prendono sul serio; sono movenze e gestualità che hanno imparato dai loro genitori, ma solo per accontentare quegli sporadici turisti che si spingono in queste aree remote. Il capo villaggio rimane con altri anziani all’intermo della casa degli uomini, non assiste a questa rappresentazione. Ormai l’arte della guerra non appartiene più al popolo Asmat, questi giovani non hanno dovuto osservare per 3 giorni e 3 notti il teschio di un grande nemico per passare all’età adulta rinchiusi all’interno della Casa degli uomini, forse non conoscono nemmeno più il significato del loro nome.

E’ vero, la fierezza è nel loro sguardo, nelle loro movenze, nella loro anima, ma quel che sono stati, sta ormai sbiadendo con le nuove generazioni.

Forse, alla fine, è proprio vero, “Asmat, uccidere per essere”… Ora, a poco a poco, si stanno perdendo, sbiadendosi, tramandandosi riti, che non significano più nulla, se non rappresentazioni semiserie per turisti danarosi…

Foto di gruppo, poi rientriamo a cospetto del capo villaggio e degli anziani per pagare.

Il conto è su un pezzo di cartone; conto i soldi di fronte a lui; lui li guarda, ma non li tocca, non li conta. Poi faccio per uscire, ma Herman ci ferma e ci fa assistere mentre li fa pregare!!!

Penso che nei miei occhi rimarrà per sempre impresso lo sguardo del capo Asmat; uno sguardo di altissimo disprezzo, solo alcune parole di preghiera sbiascicate, gli occhi di un leone in gabbia, profondi, che intensamente gridano “Andatevene dalla mia terra…”

Riprendiamo la navigazione, con amarezza, con sconforto.

Ho rispetto di Herman, perché lui è un missionario che crede veramente in quello che fa e so che la preghiera è stata per lui come un gesto che sanciva la continuazione di un processo di salvezza per questi popoli primitivi. Ma per me lui rappresenta l’annientamento di queste culture millenarie e forse anche l’arroganza di tutti coloro che pensano di possedere la civiltà e la salvezza solo perché credono in un solo Dio e non temono la Natura, solo perché si mettono degli abiti anziché andare in giro nudi.

Gli Asmat, fino a trent’anni fa erano cannibali e vivevano sotto un alone di terrore, per le altre tribù e nei confronti della Natura che rispettavano. Erano in completa simbiosi con essa e il loro territorio era incontaminato. Oggi sono solo l’ombra di quel che erano, le case degli uomini distrutte, sporcizia ovunque, bimbi con la pancia gonfia e le loro tradizioni, tramandate ormai solo a scopo di lucro.

Una cultura millenaria, incredibilmente complessa, con tradizioni, riti e miti che hanno fatto parlare e discutere tutto il mondo, distrutta in nome di Dio…

06.08.2010 – Venerdì – 7° giorno

Karmbis – Papiti

Ieri sera ci siamo accampati all’interno della scuola di Karmbis, un altro paese Asmat, ormai completamente “civilizzato”. All’interno di essa, nuvoli di persone che ci guardavano mentre piantavamo le tende. Di fronte, lato finestra, le donne che allattavano i bambini, come se stessero vedendo la televisione.

Abbiamo fatto conoscenza con il pazzo del villaggio… Poi ci siamo assopiti.

Oggi siamo di nuovo di partenza, di nuovo col sedere sulla canoa a motore, spediti verso Logpon, dove dovremmo arrivare questa sera.

Elena si contorce dal dolore, perché ieri sera è scivolata in uno di quei piccoli passaggi fra una casa e la passerella. Oggi ha un livido che sembra una terza chiappa! Anche Alberto non è messo benissimo. A Fos, all’interno della casa della gentilissima signora che ci ha offerto la toilette per tutta la nostra permanenza, sono cedute sotto i suoi piedi delle assi ormai marce… E lui adesso ha lividi ed escoriazioni… Per non contare i raffreddori…

Mamma che bollettino di guerra già al settimo giorno!!!

La navigazione è interminabile, il paesaggio sempre meraviglioso, ma dopo 2 ore di navigazione in notturna, con il fiume che si fa sempre più tortuoso e stretto, decidiamo di fermarci (Herman ci spiegherà solo 4 giorni dopo che all’interno del fiume, ci sono i coccodrilli, che anche se sono piccoli, 6 metri contro i 12 del mare, sono molto pericolosi!!!)

La casa che ci viene data come bivacco è davvero brutta, sembra poter cedere da un momento all’altro ed inoltre, illuminati dalla frontale, vediamo tantissimi occhietti che ci scrutano… Sono dei bei ragnazzi cosparsi ogni dove.

Immergendomi di nuovo nel fango fino al polpaccio, questa volta a piedi nudi, vado a chiedere aiuto ad Herman, che ci manda i bimbi del villaggio, che in quattro e quattr’otto “de-aracnizzano” la capanna che ad onor di gloria verrà subito soprannominata “Casa dei ragni”.

Anche stasera Tinius ci manda a letto senza cena (poco male, fame non ce l’abbiamo), ma Herman mi allarma… Domattina dobbiamo essere a Dekai entro le 8:30 a prendere i biglietti, sennò perdiamo la prenotazione!!!

Il bello di Herman è che è sempre chiaro e dice tutte le cose che servono al momento giusto…

Poco male, domattina partenza alle 5!

07.08.2010 – Sabato – 8° giorno

Papiti – Logpon – Dekai – Wamena

Partiamo appunto alle 5 del mattino, lasciandoci la splendida casa dei ragni e gli Asmat alle spalle e piano piano vediamo albeggiare, poi pioggia e freddo, ma in 2 ore siamo a Dekai.

Lì troviamo un solo pick up e subito saliamo e poco dopo le 8 siamo a Dekai, all’aeroporto.

Velocemente faccio i biglietti, poi inizia l’attesa. Mamma se sono sporca e mamma se la mia faccia è ustionata! In alcuni punti la pelle viene via alla grande!

Finalmente alle 13:20 partiamo per Wamena e alle 14 siamo già in hotel.

Chiedo ad Herman di organizzare un’auto per il giorno dopo, per andare al Salt lake, vedere la mummia e poi pernottare a Wosilimo, paesino vicino al Festival.

Gli chiedo inoltre di iniziare ad organizzarsi per il trek degli Yali; poi, dopo aver pranzato, continuo la mia ricerca, aiutata da Yannuar, per garantire il volo di ritorno per il 18.

Dopo qualche ora, Yannuar mi dice di non disperare, che anche se il suo aereo è in manutenzione fino al 16, i piloti in vacanza fino al 16, sicuramente o lui la AMA ci verranno a recuperare… Visto che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, mi do un appuntamento telefonico per l’indomani, in maniera tale che la sera del 9, al ritorno dal festival, prima di partire per il trek, possa saldargli il servizio.

08.08.2010 – Domenica – 9° giorno

Wamena – Kurulu – Salt lake – Wosilimo

L’appuntamento è per le 8:30, ma partiremo solo alle 9:30 perché Herman non ha organizzato l’auto…

Prima tappa il mercato di Gibama, folcloristico e come ogni cosa in Irian Jaya, non turistico. Oltre a frutta e verdura, si vendono maiali, couscous, borse, collane, betel e poi ci sono i classici negozietti di indonesiani

Dopo aver fatto la scorta di frutta ripartiamo per Kurulu, dove iniziamo un breve trek verso il lago salato (sarebbe forse meglio chiamarla la pozza salata).

Assoldiamo un uomo e tre donne Dani che ci faranno vedere come estraggono il sale da questa pozza utilizzando le foglie di banana.

Il trekking è semplice, leggermente scivoloso, ma a fronte di 8 giorni di inattività, il fiatone si fa sentire… Beh, iniziamo l’allenamento!

Giulio è troppo affaticato ed utilizzando la scusa di un ginocchio dolorante, decide di tornare indietro… E per lo Yali trek che farà???

La parte del lago di fronte a destra è sacra e non deve essere assolutamente calpestata.

Cogliamo l’occasione per qualche fotografia e un veloce pranzo e poi scendiamo.

Herman ci fa presente che nel villaggio vicino alla mummia si sta tendendo il funerale di una donna morta a seguito di un incidente stradale il giorno prima; chiede se vogliamo assistervi. Dopo vedremo la mummia centenaria di Kurulu.

Con il dovuto rispetto assistiamo ad una cerimonia. E’ un’esperienza davvero unica, indescrivibile dove si riesce a capire il reale significato del concetto che sta dietro al termine tribù.

In un villaggio tipico Dani di fronte all’ingresso ci si trova normalmente una capanna più grossa delle altre; questa è la casa degli uomini, la casa in cui stanno gli uomini in età adulta, dormono e decidono di fatti importanti sulla vita del villaggio; qui di fronte sono riuniti e seduti viso rivolto al rogo che ha visto morire 5/6 maiali grandi, tutti gli uomini in età adulta della tribù. La maggior parte è seduta, poi ci sono i membri più importanti che tagliano e distribuiscono pezzi di maiale a chi sta intorno. Noi veniamo fatti accomodare in quest’area. L’atmosfera è mesta, il silenzio è interrotto da pochi fragili rumori propri del mangiare.

Alla destra di tale casa, c’è una capanna molto lunga, ma più bassa; questa è la cucina, dove si passa la maggior parte della vita quotidiana. Questo è il regno delle donne. Qui di fronte vengono appese le interiora e alcune parti dei maiali che vengono conservate per la famiglia del defunto. Di fronte a tale case ci sono sedute le donne; all’interno la defunta con la figlia e le parenti più strette. Qui l’atmosfera è ancora più mesta, quasi lugubre; qui il silenzio viene rotto da piccoli mugugni molto più simili al pianto sommesso.

Di fronte a tale casa ci sono alcune case più piccole, in questo caso 3, che sono le case delle donne, le case in cui i bimbi e le donne vanno a dormire. All’interno di tale casa l’uomo si accoppia con la donna per procreare. Di fronte a tali case, i bimbi, e alcune donne con neonati. Mestizia, ma anche bimbi che mangiano le verdure cotte con il maiale.

Tradizione dei Dani recita che quando muore un parente stretto, la donna è solita farsi tagliare con un’ascia di pietra alcune falangi per sottolineare maggiormente il dolore della perdita. molte donne infatti sono prive di numerose falangi.

Solo dopo che il marito è entrato all’interno del villaggio e ha salutato prevalentemente le persone importanti, si inizia la costruzione della pira, in centro al villaggio, armonicamente fra i tre gruppi. A pira terminata arriva una suorina, che poco c’entra davvero con tutto questo, che benedice la pira con acqua santa, poi, con un sorriso, si accomoda in una delle capanne aperte più vicine alla casa degli uomini e, servita dal capo villaggio, mangia anch’essa con gusto il maiale.

E’ il momento che esca il feretro: il villaggio inizia a gemere e piangere all’unisono sempre più forte, intensificando fino a quando esce il corpo, seguito dalla figlia, che in straziante dolore, trattenuta dalle parenti strette, cade riversa sul terreno.

Tutta la tribù è ora un solo essere, una grande persona che piange e che con infinita empatia partecipa al dolore dei parenti più stretti.

Mi pervade la pelle d’oca, gli occhi di ogni persona sono come spersi, all’interno delle fiamme che a poco a poco cremano il corpo di una donna che fino a ieri era parte integrante della comunità. Come la falange, ora questa donna non c’è più, si è staccata da questa grande comunità, il pathos è estremo, indescrivibile, indimenticabile.

Mi sento di richiamare il gruppo, di uscire dal villaggio, per lasciare che nessuno interferisca con questo momento solo loro.

Nessuno parla, pochi hanno fatto fotografie.

Intenso, inenarrabile, unico.

09.08.2010 – Lunedì – 10° giorno

Wosilimo – Festival Baliem – Wamena

Ieri sera ci siamo accampati in un piccolo villaggio nelle immediate vicinanze di dove si tiene il festival del Baliem ed oggi, puntuali come degli orologi svizzeri, alle 8:30 siamo già all’interno della grande arena.

Herman mi spiega che, se vogliamo partire domani, lui e Tinius non potranno stare con noi oggi, perché devono organizzare tutto per il trekking degli Yali. Mi sottolinea inoltre che nutre dei seri dubbi che alcuni di noi possano portare a termine tale trek. Chiedo delle delucidazioni ed insisto, perché dell’esperienza di Herman mi fido e non voglio correre inutili rischi, ma lui divaga, dicendomi che se gli firmo il foglio di scarico di responsabilità per lui è ok…

Gli chiedo ancora una volta di non essere vago, ma di dirmi chi e perché nello specifico, ma mugugna solo qualcosa, poi mi dice di non preoccuparmi, sicuramente riusciremmo tutti… Sottolineo che vorrei comunque riaffrontare questo discorso prima di partire, con tutto il gruppo; poi mi faccio ancora confermare che organizzerà tutto per partire l’indomani; unico problema, gli confermerò di avere il volo di ritorno alle 15:00.

Prima che arrivino i ministri indonesiani (circa alle 11 del mattino) e si dia inizio al Festival del Baliem, secondo me, ma anche secondo i miei compagni di viaggio, è il momento più bello. Camion pieni zeppi di gente tutti vestiti tradizionalmente secondo il costume del proprio villaggio arrivano e gridano contro chi ha già preso posto all’interno dell’arena.

Prima che abbia inizio il Festival, le persone si raggruppano, cantano, danzano, si preparano simulando attacchi e dipingendosi il corpo, aggiustandosi i vestiti…

In questo momento si possono vedere pressoché tutte le etnie della valle del Baliem.

All’arrivo del ministro, l’atmosfera inizia a farsi decisamente più fasulla, inizia la cerimonia di apertura con danze tipiche di Bali (!!!) di fronte a queste persone nude con lance, frecce e archi, tutti schierati.

Il Festival del Baliem è nato sotto volere del governo indonesiano affinché i vari popoli si conoscessero ed entrassero in contatto fra di loro. E’ quindi un poco “finto”…

Alla fine della danza, si da il via alle competizioni tramite l’uccisione di un maiale con arco e frecce, ovviamente l’onore è dato al ministro

Una voce indonesiana e un’altra inglese descrivono minuziosamente le battaglie che vengono simulate nell’arena, le gare dei maialini che devono seguire le proprie “mamme”, danze e canti.

E’ tardi e quindi ci sono anche alcuni turisti che si riversano (ahimè) nell’arena per fotografare meglio… Verso le 17 decidiamo di fare ritorno a Wamena.

E in hotel esce fuori il vero problema di Herman… Stiamo per pagare il volo con la Susi Air, ma (e va bene che gliel’ho chiesto prima di pagare), viene fuori che non ha organizzato un bel niente, perché siamo troppi e non ci vuole portare, poi si ricrede, dice che con lo scarico di responsabilità ci porta lo stesso, ma l’11, non il 10, ormai non c’è più tempo. Anche se vorrei ucciderlo, cerco con calma di convincerlo, gli chiedo come posso aiutarlo per organizzare questa sera, per mantenere la partenza di domani. So infatti che già siamo tirati come tempo, se perdiamo un giorno, il trekking diventa solo una sfacchinata e null’altro!!!

Perdo solo 2 ore del mio tempo, e in queste due ore, non mi aiuta nemmeno a trovare delle alternative, devo essere io a proporgliele.

Poi, prima di congedarlo, riunione di gruppo, dove decidiamo che l’indomani, visto che a Wamena si deve stare e che Herman non muove un dito per aiutarci, la mattina presto, io avrei provato a cercare un volo per l’11 per il territorio degli Yali.

Congediamo Herman, chiedendogli di organizzare per l’11 tutto, pronti per partire: appuntamento domattina alle 10:00 per confermargli l’itinerario.

10.08.2010 – Martedì – 11° giorno

Wamena

Giornata intensa, tutta trascorsa a Wamena e devo dire, all’insegna della vera avventura!

La mattina presto, con Gianni e Francesca vado a farmi un giro in aeroporto per cercare il volo. Prima provo a chiamare la AMA, ma non mi prendono nemmeno in considerazione. E’ abbastanza evidente, anche se non me lo dice esplicitamente, che Yanto, il manager, vende voli solo alle guide locali. Allora andiamo alla MAF; qui almeno parlano al pilota, ma nulla da fare, i voli vengono schedulati con una settimana di anticipo… In sincerità, visto il posto, che sembra più un granaio che la sede di una compagnia aerea, ne sono quasi rincuorata!

Ora, se faccio mente locale, le relazioni citano 3 compagnie che fanno voli charter, la MAF e la AMA, appunto e la Susi Air, che però ha tutti gli aerei in manutenzione e i piloti in vacanza…

Prima di gettare la spugna, mi viene in mente di provare ad andare al box delle compagnie aeree all’interno dell’aeroporto. L’Avia star è chiusa, la Merpati ci guarda come se gli avessimo raccontato di aver visto Dio e poi l’ultima speranza, un’ufficietto di fronte, senza nessuna insegna, che sembra più uno sgabuzzino. La ragazza, chiamando un altro signore al telefono, ci da una speranza. Eccolo arrivare, tiene in mano un librone rilegato a spirale, all’interno la spiegazione di tutte le piste, le manovre e i kg massimi ammessi per atterraggio e decollo per ogni singola striscia di atterraggio esistente in West Papua. Non mi vergogno a dire di essermi esaltata quando ho visto questo manuale!!! Il ragazzo prende in mano il cellulare, qualche parola in indonesiano e poi ci chiede di seguirlo. Saliamo in macchina e lui ci porta all’interno della pista (avremmo fatto 300 metri, non di più) a parlare con il pilota, il mitico Merkurius!

L’aereo è bellissimo, sinceramente non mi sarei aspettata tanto dalla Premi Air, il nome del pilota tutto un programma, quel libro, meglio di avere di fronte un libro miniato del XI secolo; ora, se ci da disponibilità per domani e ci fa un prezzo decente, penso di poter annoverare questa giornata fra una delle più belle 😀

E volete che Merkurius ci dica di no? Merkurius, proprio come il dio alato dell’antica Grecia, può tutto. Domani è disponibile a portarci ad Anggruk, primo volo alle 6 del mattino, per consentirgli di fare due andate nella stessa giornata, tempo permettendo (se ci sono nuvole basse come oggi non si parte, ovviamente), restrizione di 1000 kg, ma sarà più preciso in seguito. Il costo è un poco meno interessante… 44.000.000 IDR…

Gli diamo appuntamento telefonico nel giro di un’ora, torniamo in hotel a fare colazione e momento di sintesi col gruppo; poi giornata libera!

A questo punto dobbiamo decidere se rimanere nella valle del Baliem e spingerci ai margini della giungla o visitare la zona degli Yali con l’aiuto di Merkurius.

Fra le due opzioni ballano 640 euro a testa, ma c’è la possibilità che il tempo si mantenga nuvoloso per più di un giorno, facendoci saltare tutte le coincidenze fra voli interni e internazionali; come capogruppo sono costretta a sottolineare, che nel caso, la riprotezione è tutta a carico del partecipante e che visti questi due forti aspetti negativi, ho bisogno non della maggioranza del gruppo, ma della totalità di adesioni.

Scegliamo per rimanere nella valle dei Dani.

Forse avremmo dovuto rischiare, ma ogni zona dell’Irian, ve lo assicuro, vale la pena di essere visitata e in questo caso, a mio avviso, è stata la scelta migliore, perché abbiamo vissuto i giorni rimanenti con spensieratezza e perché, sempre a mio avviso, non può esistere visita agli Yali se non si parte a piedi da Wamena e non si scavalcano le montagne in mezzo alla giungla.

11.08.2010 – Mercoledì – 12° giorno

Wamena – Sogokmo – Kurima – Hitugi

Dislivello salita: 600 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h15m

Note: Semplice; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate

E finalmente si parte. Fa sempre un bell’effetto, uscire dall’albergo ed incontrare gli occhi di 21 nuovi amici, i nostri portatori, compagni di trekking ineguagliabili, persone senza il cui aiuto, nulla sarebbe stato così indimenticabile.

Fra loro c’è anche oggi e per i giorni a seguire, Nus, l’uomo delle uova, un piccolo uomo di etnia Yali che è stato con noi anche gli scorsi due giorni.

Poi c’è una parte della famiglia di Tinius, il nostro cuoco e molti altri. L’incontro e i primi giorni sono sempre particolari. Siamo due gruppi che si incontrano, si scrutano e che piano a piano entreranno in simbiosi.

Il gruppo dei nostri portatori scelto da Herman è metà di etnia Yali e metà di etnia Lani, quelli dell’est.

Dopo un’ora di auto siamo di fronte all’inizio della nostra camminata. Herman distribuisce i pesi, li fa pregare (come al solito e come sempre nei giorni a venire) e poi via che si parte.

Camminiamo per un’oretta scarsa sull’asfalto fino a Kurima, dove lasciamo una copia dei permessi. Questa parte va fatta a piedi perché il ponte è caduto e solo le moto possono passare.

Poi primo ponte di assi di legno e tiranti di ferro molleggiato e poi iniziamo a salire fra campi di batate, villaggi Dani e maiali. Il sole è alto, fa caldo, ma è sopportabile; oggi dobbiamo rompere il fiato dopo così tanti giorni di inattività.

Il paesaggio è splendido, il percorso ben tracciato. Per 3 giorni percorreremo una parte del percorso che ci avrebbe portato ad Anggruk, nella valle degli Yali; tale sentiero è per la maggior parte tracciato in quanto gli Yali lo percorrono spesso per andare a Wamena a vendere e a fare compere. E’ una via antica e decisamente carica di fascino.

Per il percorso avremo infatti modo di incontrare alcuni Yali che compiono questo viaggio a piedi nudi, con pochi noodle all’interno di una borsa come unico sostentamento.

La nostra tappa è Hitugi, dove arriviamo verso le 5 di sera. Il villaggio in cui accamperemo è un misto fra costruzioni tradizionali, in cui vivono i Dani e strutture di tipo occidentale in metallo, fra cui una scuola e una chiesa, in cui vivono per lo più i missionari. Questa notte ci accamperemo all’interno di una “guesthouse”, una semplice casa di missionari, al cui interno, in uno spazio di poco più di 25 mq, sono riusciti a ricavare ben 4 stanze!!! Utilizzeremo la prima, quella all’ingresso, per mettere i bagagli.

Al nostro arrivo veniamo accolti da numerosissimi bimbi che assieme alle donne ci vengono incontro per darci il benvenuto. I bimbi saranno la magia di ogni villaggio, con loro correremo, scherzeremo, giocheremo, canteremo e ci emozioneremo.

I loro occhi, così vivi ed intesi, gioiosi, brillanti di curiosità. I loro occhi accompagneranno ogni mio ricordo, emozionandomi e commuovendomi sempre.

Le fotografie si sprecano e anche i filmati; la curiosità dei bambini nel vedersi ritratti in questi strani macchinari che vedono di rado è l’appagamento migliore dopo questa scarpinata di poco più di 5 ore.

In testa, tutte le donne, comunque siano abbigliate, indossano una borsa fatta di corde naturali che tessono in ogni momento del giorno. Questa borsa è come un’estensione del loro corpo. All’interno possono mettere le batate o il taro o altri tuberi che raccolgono nei campi, le foglie che usano come cibo, e addirittura i maiali, che come i bimbi, in questo modo stanno a contatto con la mamma fino all’età in cui riusciranno poi a seguirla. E’ una borsa di svezzamento ed è uno strumento fondamentale della vita dei Dani.

Poi ci “docciamo” sotto un rigolo d’acqua che esce da una piccola cisterna di raccolta di acqua; dopodiché, seduti all’interno di una capanna, su panche di legno, ci gustiamo un’ottima cena. Domani si fa un poco più dura!

12.08.2010 – Giovedì – 13° giorno

Hitugi – Yuarima – Yogosem

Dislivello salita: 810 metri

Dislivello discesa: 480 mt

Tempo di percorrenza: 5h30m

Note: Moderatamente faticoso, sentiero molto soleggiato e caldo, con alcuni punti esposti; si passa fra villaggi in parte fra le coltivazioni di batate e fra la foresta.

Oggi si fa un poco più dura, forse per il caldo, forse per il dislivello maggiore. Il paesaggio però è mozzafiato. La valle del Mughi fa da congiunzione a montagne ricche di vegetazione, alte più di 3000 metri.

Scendiamo a valle fino ad incontrare il fiume; prima del ponte troviamo un piccolo villaggio e qui una chiesa. Entriamo e poiché si sta celebrando una funzione, Herman coglie l’occasione di prendere la chitarra e di cantare una canzone; in questa veste i Dani sono proprio “diversi”, strani, come se non si appartenessero più, sembrano l’ombra di loro stessi o forse sono proprio un altro popolo. Il senso di comunità comunque si continua ad avvertire.

Colgo l’occasione di chiedere ad Herman (anche se so che la risposta sarà un “poco” di parte), come hanno introdotto il concetto di Dio in questa comunità con miti e credenze ancestrali, in cui la Natura e tutto quello che la caratterizza è trasformata in spirito. Herman semplicemente ci spiega che Dio gli è stato venduto anch’esso come uno spirito, un’entità simile a quelle che veneravano e che temevano, ma più potente, uno spirito al di sopra tutti gli altri. Un concetto semplice, abbastanza infantile, ma di sicuro effetto; probabilmente, con il passare dei decenni, Dio assumerà le connotazioni tipiche della teologia occidentale.

Il ponte che ci porta al di là del fiume è davvero singolare; è fatto di tronchi grandi e piccoli, accatastati e tenuti su da delle specie di liane. Chiamarlo ponte è fargli un complimento!

Poi una ripida salita ci porta al bellissimo villaggio di Yuarima.

Abbiamo modo di apprezzare tutta la valle sottostante e gli orticelli che vengono fatti tutt’attorno a ciascuna capanna, dandogli una parvenza di un giardino di abbellimento. Su per il crinale, donne intente ad estrarre batate, per il villaggio qualche donna vestita con il tipico gonnellino di erba secca o di fibra e due o tre uomini con l’astuccio penico.

E’ talmente naturale la loro simbiosi con la natura che la differenza con quanto visto meno di un’ora fa è così forte che mi viene spontaneo chiedermi se sia effettivamente giusto aver colonizzato questa terra, imponendo il nostro vivere comune: costruzioni di alluminio, vestiti occidentali che sfilacciandosi danno più l’aria di straccioni agli importanti capi tribù, la plastica e il cibo preconfezionato…

Impossibile però dare un giudizio, impossibile davvero; stiamo assistendo alla transizione fra l’era antica e quella moderna, avvenuta qui in un pugno di decenni; queste popolazioni stanno vivendo e passando, ovviamente violentemente, dall’età della pietra in cui vivevano fino a prima, all’era informatica, stanno passando dalle guerre con arco, frecce e lance fatte per bisogni primari, alle guerre per egemonia economica, da una società basata su un forte concetto di gruppo, dove l’individuo singolo non ha ragione di esistere, ad una in cui l’individualismo e il bene del singolo, prevale sul bene comune. Noi ci abbiamo messo 3 milioni di anni, di “evoluzione”, passando attraverso guerre che via via sono evolute fino ad arrivare all’utilizzo di ben due bombe atomiche, di armi batteriologiche, siamo passati, attraverso scoperte scientifiche che hanno simbioticamente fatto nascere pensieri filosofici; loro sono hanno fatto questo salto in meno di mezzo secolo, si sono “fumati” praticamente tutta l’evoluzione dell’uomo, come se la totalità della società presente sulla terra dell’uomo di Neanderthal, fosse stata scaraventata nella nostra epoca…

Effettivamente impossibile non vederne i contrasti, effettivamente impossibile evitare pensieri e giudizi, effettivamente impossibile darne…

Il sentiero continua a salire e solo verso le 16:00 arriveremo a Yogosem. Stessa struttura, il villaggio tradizionale dove vivono i Dani è vicino a costruzioni di alluminio o di legno in stile occidentale. In questo villaggio c’è anche una pista di atterraggio, abbozzata, con ghiaietta, in salita, che termina contro una montagna… Direi che non bisogna soffrire di cuore per atterrare con un aereo charter nei villaggi dell’Irian Jaya!

13.08.2010 – Venerdì – 14° giorno

Yogosem – Kiroma – Mulibahaik

Dislivello salita: 340 metri

Dislivello discesa: 250 mt

Tempo di percorrenza: 5h

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena.

Oggi ci spingeremo fino ai bordi della giungla, a 2600 metri di quota, e ci accamperemo nei pressi del fiume Mughi. Giulio ha deciso di non venire e rimarrà con il suo amico a Yogosem, coccolato da tutto il villaggio…

Incontriamo un primo abbozzo di giungla dopo poco più di 1h e 30 di cammino. Una ripida salita con dei tronchi, ci porta ad uno spiazzo naturale, in cui la natura infesta se stessa, cibandosi della marcescenza, in un’atmosfera umida e piovosa, decisamente magica e indimenticabile.

Poi si continua a camminare in piano su dei tronchi abbattuti, ma resi scivolosi dai muschi e dall’intensa umidità della zona fino ad arrivare a Kiroma, dove ci fermiamo per una mezz’oretta per una pausa. Anche a Kiroma c’è una chiesa, ma è un paesino davvero splendido, racchiuso com’è fra la giungla.

Qui le capanne sono miste, alcune sono tipiche dell’etnia Dani, tetto in paglia, altre sono tipiche Yali, con il tetto in corteccia di tronchi. Herman ci spiega che questo è l’ultimo villaggio stanziale prima di Anggruk. Questo villaggio è già al di fuori della valle del Baliem ed è punto di collegamento fra le due etnie in cui essi vivono pacificamente.

Poi scendiamo fino al Mughi e qui, con la pioggia e con l’inizio della vera giungla, inizia l’Avventura… I ponti alle volte sono dei semplici tronchi appoggiati, alcune volte sono in bilico, altre volte sono un poco più costruiti, ma sempre traballanti e poco sicuri alla vista. L’acqua del fiume Mughi ha un colore rossastro e scorre impetuosa. Passiamo il fiume ben tre volte, per cercare di seguire un sentiero molte volte inesistente perché franato; il guado con i sandali e l’aiuto dei portatori mi fa entrare in questa fredda acqua di montagna, poi risalgo sulla pietraia, poi mi arrampico come una capra, aggrappandomi a tutto quello che mi sembra potermi dare un minimo appoggio. I bastoncini da trekking sono fondamentali.

Poi entriamo nella giungla arborea, magica, splendida, inenarrabile. Tronchi spezzati, ovunque alberi, piante, natura, vegetazione, fango, melma fino ai polpacci e un odore intenso, forte, come non ho sentito mai. Sono avvolta, abbracciata dalla natura, devo fare attenzione ad ogni singolo passo per non essere da lei inghiottita: mi sento bene, libera, commossa, emozionata, trascinata, eccitata, appagata; mi sento vivere…

Quando arriviamo al campo, i nostri portatori ci aiutano a montare le tende all’esterno per la notte. Machete alla mano, ci pareggiano l’erba, distribuendola omogeneamente, preparandoci così un bivacco di tutto rispetto, forse il migliore della vacanza.

Poi, assieme ad Elena, Francesca, Gianni e Simone, ci addentriamo ancor di più.

Il buio della giungla ci avvolge e del fumo ci guida fino ad un bivacco di foglie e rami in cui una famiglia Yali in rotta per Wamena, passerà la notte. L’incontro è magico; la donna si copre con il tipico “ombrello” di banano, ci sorride, ci da la mano e fermi, gli uni di fronte all’altra, rimaniamo a guardarci, con intensità, comunicandoci in questa maniera così cerica e così primitiva, che siamo lieti di fare reciproca conoscenza.

All’interno della capanna di fianco al nostro campo, in cui dormiranno i portatori, è stato acceso il fuoco; all’interno, l’umidità fa stagnare solidamente il fumo che solo parzialmente riesce a farsi largo e ad uscire all’esterno. Lasciamo qui i nostri vestiti ad asciugare.

E dopo cena, la giungla si impossessa dei nostri portatori, riportandoli alle loro origini. Vengono accesi due fuochi, uno all’esterno, territorio Yali e uno all’interno, territorio Lani; poi iniziano i canti di sfida.

All’interno della capanna, con il calore del fuoco, i Lani si svestono, Tinius, il nostro cuoco diventa il capo di questa piccola tribù e batte il tempo utilizzando un barattolo semivuoto di zucchero, Pizi e Laus si dimenano in danze ancestrali.

Una notte indimenticabile.

Ripensandoci, forse è proprio questa giornata che mi ha fatto capire che io in Irian Jaya ci dovrò tornare, a breve e quando ci tornerò, dovrò assolutamente fare questa impegnativa, ma sicuramente indimenticabile traversata da Wamena ad Anggruk.

14.08.2010 – Sabato – 15° giorno

Mulibahaik – Yogosem

Dislivello salita: 250 metri

Dislivello discesa: 340 mt

Tempo di percorrenza: 4h15m

Note: Molto impegnativo. Si struttura in mezzo alla giungla, con passaggi su tronchi umidi, terreno fangoso, radici e ponti appena abbozzati. Nel percorso si incontrano piccole capanne usate dagli Yali nel percorso per Wamena

Il percorso di ritorno è decisamente più semplice. Quando arriviamo, troviamo Giulio ad aspettarci, rilassato e riposato con tutti quei bei massaggi che ogni giorno Laus gli fa!

Anche a Yogosem c’è una ragazza albina; ne vedremo molti. I bambini sono il nostro toccasana, ci sfidiamo con le canzoni, accompagnati da una scordatissima chitarra suonata da Alberto, poi cantiamo assieme “Fra Martino Campanaro”, loro in indonesiano, noi in italiano, balliamo, cantiamo.

La sera, i nostri portatori, assieme ad Herman e Tinius, festeggiano con fiori e patate fritte e uno splendido “happy birthday”, il compleanno di Giulio e Maurizio.

Stasera è anche il momento della foto di Pizi con Francesca, che ieri sera è rimasta affascinata dal suo canto e ballo all’interno della capanna.

15.08.2010 – Domenica – 16° giorno

Yogosem – Yuarima – Saikama

Dislivello salita: 400 metri

Dislivello discesa: 700 mt

Tempo di percorrenza: 4h30m

Note: Percorso molto difficile, in costa, scivoloso. Il sentiero in alcuni punti è largo al massimo 15 cm, tutto coperto da erba, a ridosso di strapiombo. Ci si deve tenere spesso all’erba.

Oggi iniziamo la via del ritorno sull’altra parte della vallata del Mughi.

Il percorso fino a Saikama sarà molto impegnativo, scivoloso, in alcuni punti, il sentiero è completamente coperto da ciuffi d’erba rivoltati e la sua larghezza è al massimo di 15 cm!!! A destra la montagna, a sinistra lo strapiombo.

Davvero impegnativo per Alberto, che oltre a non riuscire a dormire da quando siamo partiti per il trekking, soffre anche di pressione alta e di vertigini, accentuate dall’assunzione di Lariam… Oggi Pizi, il portatore “dedicato” ad Alberto, incitato dai suoi compagni dopo la fotografia di ieri sera con Francesca, continua a intonare canti, sorridere, ballare ogni qual volta ci si ferma. Che ridere la sera quando Alberto ci racconta che ad un certo punto, Pizi si è avventurato lungo il dirupo e lui, non capendo che stava solo raccogliendo un fiore, l’ha seguito!!! J

Subito dopo una breve discesa troviamo Saikama.

Il villaggio è forse il più bello, gli abitanti sono poco abituati ai turisti stanziali e quindi ci si avvicinano con maggiore curiosità.

La tenda di Elena, piantata all’esterno e aperta lasciando vedere quanto c’è all’interno, diventa argomento di discussione dei due vecchi del villaggio; prima ci girano attorno con nonchalance, poi iniziano a scrutarla con le mani incrociate sul sedere, poi iniziano ad indicare e a discutere animatamente.

Attorno a me tantissimi bambini che vogliono vedere le fotografie, intorno alla macchina fotografica di Alessandro, montata sul cavalletto e con scatti sequenziali impostati, un capannello di gente, che rimarrà incuriosita a cercare di capire come funziona l’oggetto misterioso.

Il villaggetto vicino che visitiamo è splendido; qui compriamo astucci penici, alcuni archi e frecce di legno di alloro.

Questi oggetti, come molti altri che sino a trent’anni fa erano considerati fra i più preziosi beni di importazione, come conchiglie, piume, fibre o asce di pietra, hanno perso quasi ovunque la loro funzione tradizionale e, cadendo ormai in disuso a partire dal 1958, con l’importazione dei primi utensili di acciaio e con la proibizione nel 1963 da parte dei militari indonesiani della pratica della guerra, non rappresentano più oggetto di scambio per maiali e sale o “prezzo della sposa”, ma sono ormai diventati meri oggetti da vendere ai turisti.

Tinius oggi sta male, è caldissimo, ha un attacco di malaria, malattia che gli è stata diagnosticata circa due anni fa e che dovrebbe aver contratto nella zona di Dekai in cui lavora raccogliendo e vendendo sabbia. Il Lariam è un medicinale internazionale ed Herman lo conosce, gliene diamo quindi 5 compresse.

Ed è così che Herman ci racconta come ognuno di questi ragazzi che ci accompagnano in questo trek, non essendo il turismo in West Papua tale da garantirne il sostentamento, hanno tutti un “altro” lavoro. C’è chi fa il guidatore di risciò, chi coltiva, chi raccoglie sabbia come Tinius, chi lavora nelle costruzioni…

16.08.2010 – Lunedì – 17° giorno

Saikama – Sesep – Sokosimo

Dislivello salita: 20 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi scendiamo fino a Sokosimo, siamo al di sotto dei 2000 metri e il caldo ritorna a farsi sentire.

Sokosimo è un grazioso villaggio sulle sponde del Mughi. Poiché arriviamo dopo solo 1h30 di cammino tutto in discesa, cogliamo l’occasione per lavarci all’interno del fiume. L’acqua è fredda, ma questa immersione all’interno della natura è un vero toccasana.

Dopo questo bagno di gruppo, c’è chi rimane al campo, spendendo la giornata con i locali, giocando a pallavolo, scambiandosi gesti e sguardi e chi invece va a visitare il villaggio sopra Sokosimo, dove domani assisteremo alla festa per l’uccisione del maiale.

Proprio questa visita, domani mattina sarà al centro di un’animata discussione.

Un vecchio uomo, malandato, con piaghe sulle natiche ed un tumore sulla spalla, sostiene di non essere riuscito a dormire per tutta la notte perché qualcuno del nostro gruppo gli ha toccato la spalla (l’altra, quella sana). Sostiene che la spalla, tutta la notte gli ha fatto male, non lasciandolo così riposare.

Tutto il villaggio è riunito e non ci lasceranno andare fino a quando non si capirà chi è stato a toccarlo. L’uomo ha paura che questa persona gli abbia preso lo spirito, debilitandolo. Qualcuno sostiene che sia solo una messa in scena dell’uomo per poterci spillare dei soldi, ma gli occhi dell’anziano sono espliciti: ha paura, è terrorizzato, preoccupato. Quando ci mettiamo in cerchio tutti e l’uomo ci scruta per dire chi lo ha toccato, allora tutti capiscono che il fatto è reale, l’uomo non sta mentendo e allora viene a tutti spontanea una domanda “ma una volta che lo ha riconosciuto, a questo, cosa capita???”

Nulla, non capiterà nulla, l’uomo sarà così rincuorato e sotto consiglio di Herman gli darò un unguento da spalmargli sulla spalla dolente.

E qui viene il bello… Che si da ad un vecchio signore malandato, che veste solo col koteka ed una berretta e che ha vissuto tutta la vita spalmandosi la pelle di grasso di maiale e fuliggine? Pomata di Voltaren, Amuchina, o altre pomate sinceramente ho paura a dargliele e se avesse allergie? Allora tiro fuori un campioncino di crema dell’Erbolario “Giorno e Notte” e lo spirito è così ritrovato.

Herman ride sulla cosa, io rimango ancora una volta a pensare… Quest’uomo, il suo terrore per un solo nostro tocco, che abbiamo la pelle così diversa dalla sua… Chissà quale sarà stato il loro stato d’animo poco più di mezzo secolo fa, quando sono stati avvicinati dai primi bianchi… Un avvicinamento di due mondi così diversi, non potrà che concludersi con la scomparsa di quello più debole, il loro.

17.08.2010 – Martedì – 18° giorno

Sokosimo – Kurima (vicinanze)

Dislivello salita: 50 metri

Dislivello discesa: 400 mt

Tempo di percorrenza: 2h

Note: Semplice, ma scivoloso in alcuni tratti. Scorci naturalisticamente interessanti

Oggi assisteremo (sotto pagamento) alla cerimonia del maiale; anche se sembra “poco reale” il dover pagare per assiste a qualcosa di tradizionale, vi assicuro che la popolazione non finge, in quanto tale festa è ancora nei loro usi comuni.

Il fatto di pagare, serve solo “a far capitare” l’evento nel momento in cui possiamo assistervi.

Tali feste, chiamate in lingua locale ebe akho sono decise dal più importante leader di un’alleanza con scadenza periodica, circa ogni 4/5 anni dalla nascita del maiale che viene sacrificato dandovi così origine.

Durante l’ebe akho si commemorano le persone morte negli ultimi anni, si celebrano riti di iniziazione dei giovani e matrimoni. Si pagano tributi, si scambiano beni assolvendo i debiti cumulati nel tempo. Si rinsaldano i rapporti di amicizia e di alleanza che portano certi gruppi a riunirsi in specie di confederazioni, si riconfermano il prestigio e il potere politico dei capi villaggio.

Molti antropologi hanno dato significati diversi al sacrificio dei maiali che da origine a tali feste. C’è chi sostiene che sia per un motivo di abbattere il consumo concorrenziale da parte dei maiali delle batate, alimento principale degli indigeni, c’è chi sostiene che vengono celebrate solo dopo la completa maturità del maiale, fatto sta che, in ogni caso, è evidente che il maiale sia parte integrante ed importantissima del nucleo tribale di un villaggio Dani.

I maiali selvatici, una volta catturati o appena nati, vengono infatti affidati ad una donna che ha con loro un rapporto che potremmo dire materno.

Il maiale viene portato ovunque, a stretto contatto con la donna, all’interno della borsa portata sulla testa. Questo fino a quando il maiale non sente la donna come la sua protettrice, per cui la seguirà sempre ovunque.

Il maiale viene allattato al seno della donna e viene coccolato; la sua esistenza termina proprio con il sacrificio; viene concesso alla “mamma” del maiale di non partecipare al banchetto che ne segue.

Durante questa cerimonia i cibi vengono cotti al vapore, avvolti in strati di foglie in grandi forni scavati nel terreno.

Prima viene allestita una pira in cui vengono poste le pietre prese con dei bastoni con l’estremità simile ad una pinza vengono messe a scaldare.

Una volta che le pietre si sono arroventate, viene preso il maiale, che viene innalzato da due uomini che lo prendono uno per le gambe anteriori e il muso e l’altro per le gambe posteriori. Un altro uomo afferra l’arco e con una freccia colpisce al cuore il maiale. La bestia, svincolata dalle prese, fa alcuni passi, poi si accascia e muore.

Al maiale vengono asportate le orecchie e la coda con un affilato bisturi naturale; tali estremità, avvolte poi in foglie di banano, verranno consegnate alla persona che l’ha accudito.

A questo punto, viene acceso il fuoco tramite una corda di rotan srotolata dal ventre dei tre uomini, proprio come abbiamo letto sui libri di storia dell’uomo di Neanderthal; il maiale viene così privato del crine.

Poi viene adagiato su un letto di foglie e viene preparato per la cottura. Tale preparazione consiste nello svuotamento completo dalle interiora, alcune, come la vescica, vengono alle volte consegnate ad alcune famiglie importanti del villaggio, altre, vengono cotte con il maiale stesso.

Il tutto, prima dell’avvento del coltello, era fatto utilizzando il bisturi naturale e le asce di pietra.

A questo punto in una gran concitazione, viene allestito il forno. Sul fondo viene messa della paglia secca, poi pietre, poi foglie, poi pietre, poi ancora foglie, tuberi, foglie, tuberi, pietre, ancora foglie, tuberi e foglie e poi il maiale che viene di nuovo coperto con foglie di batata verdi.

In questo nuraghe vegetale, assicurato ed ultimato con corde di rotan e rami di banano, cuocerà per circa un’ora e mezza il maiale.

Al termine, sempre con la stessa concitazione, il tutto verrà aperto e consumato a terra.

Ottimo, davvero delizioso!

18.08.2010 – Mercoledì – 19° giorno

Kurima – Sogokmo – Wamena

Dislivello salita: 150 metri

Dislivello discesa: 50 mt

Tempo di percorrenza: 1h30m

Note: Semplice, unica difficoltà è la discesa della pietraia letto di un affluente del Baliem e il passaggio su un ponte pericolante.

Siamo ormai sulla via del ritorno e il nostro viaggio sta per volgere al termine. Arriveremo a Wamena attorno alle 11 del mattino.

Salutiamo i nostri fidati compagni di viaggio, i nostri preziosissimi portatori e diamo loro una mancia.

Grazie ragazzi, ci avete regalato delle emozioni davvero ineguagliabili ed un viaggio indimenticabile; non vi scorderemo mai!

Mentre Herman organizza l’escursione al lago Habbema per il giorno successivo, alcuni di noi decidono di andare a fare gli ultimi acquisti, altri girano la città e i suoi folcloristici mercati.

Io faccio entrambe le cose, dopo aver confermato i voli all’aeroporto.

All’esterno dell’hotel Pilamo vengo avvicinata da un signore che mi vorrebbe vendere un souvenir davvero tipico… Una collana di mandibole di couscous!!! Già la collana fatta con denti di couscous è impegnativa, sebbene un oggetto splendido e raffinato, diciamo che questa con le mandibole è decisamente impegnativa e, anche se di sicuro “effetto”, decido di rimandare l’acquisto alla prossima volta J

19.08.2010 – Giovedì – 20° giorno

Wamena – Lake Habbema – Wamena

L’escursione al lago Habbema è davvero suggestiva. Il lago è posto a 3650 metri di altitudine e sulle sue rive crescono delle piante endemiche.

In tale luogo hanno anche il loro habitat naturale migliaia di tipi di orchidee.

Ultima cena al mitico Blanbangan a base di grossi gamberoni di fiume fritti col burro e poi in camera per chiudere le valigie: domani si lascia la valle del Baliem

20.08.2010 – Venerdì – 21° giorno

Wamena – Jayapura – Base G – Museo – Sentani

L’aereo parte presto, con solo 30 minuti di ritardo.

Salutiamo Herman ed entriamo per l’ultima volta sugli aerei della mitica linea Trigana Air. Mi siedo vicino a Maurizio ed assieme chiudiamo la cassa.

Arrivati a Sentani, lo schiaffo con la modernità è talmente evidente da lasciarci tramortiti…

Le auto, un semaforo, l’asfalto liscio, le case… E’ un altro mondo; a tre quarti d’ora di volo, la differenza è tale, da sembrare di essere in un altro stato… E siamo sulla stessa isola!

La sistemazione allo Yougwa è splendida, piccolo alberghetto in riva al lago Sentani, in cui il rumore dell’acqua ci culla e ci fa rilassare.

Decidiamo di visitare Jayapura, ma dopo solo 1 ora decidiamo di fuggire a Base G, la spiaggia diventata famosa grazie al colonnello Mac Arthur; è sporca, ma davvero splendida.

Verso sera, prima di cenare, andiamo a visitare il Museo, dove si trovano numerose testimonianze dell’antica grandezza della cultura Asmat.

Poi, dopo una cena a base di pesce sulle rive del lago Sentani, salutiamo Simone, Maurizio, Alberto, Alessandro e Claudio che domani tornano in Italia. Noi spenderemo ancora una settimana di vacanza a Giava.

Con Jayapura si chiudono queste tre settimane così intense della mia vita, ricche di emozioni e di contrasti, che mi hanno fatto riflettere su cose che nella nostra modernità si danno ormai per scontate.

Ora non mi rimane che coltivare il ricordo di ogni attimo, la metabolizzazione di tale tempo e un’esperienza che auguro a molti di poter vivere e che spero di avervi trasmesso anche solo in parte!

E il silenzio viene interrotto dal rumore della natura, un assordante vociare di cicale e chissà quali altri misteriosi animali. Al loro suono si uniscono i canti di sfida dei nostri portatori, emessi da corpi nudi e madidi di sudore. Ed è così che vengo a conoscenza di un uomo ormai dimenticato che vive in simbiosi con la natura in cui si fondono il canto e le movenze di questi antichi guerrieri…

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